Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2009 del 26/01/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Civile Sent. Sez. 5 Num. 2009 Anno 2018
Presidente: CHINDEMI DOMENICO
Relatore: ZOSO LIANA MARIA TERESA

SENTENZA

sul ricorso 25933-2013 proposto da:
COPPOLA MAURO, elettivamente domiciliato in ROMA VIALE
PARIOLI 43, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO
D’AYALA VALVA, che lo rappresenta e difende unitamente
all’avvocato MICHELE TIENGO giusta delega a margine;
– ricorrente contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 26/01/2018

avverso la sentenza n. 97/2012 della COMM.TRIB.REG. di
VENEZIA, depositata il 26/09/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 10/01/2018 dal Consigliere Dott. LIANA
MARIA TERESA ZOSO;

Generale Dott. FEDERICO SORRENTINO che ha concluso per
il rigetto del ricorso.

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore

R.G. 25933/2013
ESPOSIZIONE DEI FATTI DI CAUSA
1. Con atto del 16 settembre 2008 la società Malmac s.a.s. procedeva all’aumento del
capitale sociale mediante il conferimento da parte del socio Laura Morini, titolare dell’omonima
ditta individuale corrente in Badia Polesine, del ramo di azienda costituito da quattro immobili
censiti in catasto alle categorie A/10 e C/6. L’atto veniva assoggettato ad imposta fissa ai sensi
dell’articolo 4, lettera a, numero 3, della parte prima della tariffa allegata al d.p.r. 131/1986.
L’agenzia delle entrate notificava avviso di liquidazione con cui assoggettava l’atto ad imposta

conferimento di ramo d’azienda. La commissione tributaria provinciale di Rovigo dichiarava
inammissibile il ricorso proposto da Laura Morini e rigettava il ricorso proposto dal notaio
rogante Mauro Coppola in qualità di responsabile di imposta. Proposto appello da parte del
notaio Mauro Coppola, la commissione tributaria regionale del Veneto lo rigettava.
2. Avverso la sentenza della CTR propone ricorso per cassazione il contribuente affidato a
quattro motivi. Resiste con controricorso l’agenzia delle entrate.
3. Con il primo motivo il ricorrente deduce nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360,
comma 1, n. 4 cod. proc. civ., per violazione degli articoli 36, comma 3, e 59, comma 1, lett.
e, del decreto legislativo 546/92 nonché motivazione insufficiente, ai sensi dell’art. 360,
comma 1, n. 5 cod. proc. civ.,. Sostiene che la CTR ha fatto malgoverno della normativa in
tema di formazione della sentenza incorrendo in error in procedendo laddove ha ritenuto che la
sottoscrizione della sentenza di primo grado a mezzo di una sigla incomprensibile non
concretasse la fattispecie della mancata sottoscrizione della sentenza da parte del presidente.
Inoltre la CTR ha omesso di motivare in ordine alla sussistenza degli elementi di collegamento
tra la sottoscrizione manoscritta illeggibile apposta in calce alla sentenza di primo grado e
l’intestazione della sentenza stessa, ove era rinvenibile il nominativo del presidente della
sezione giudicante.
4. Con il secondo motivo deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3
cod. proc. civ., in relazione agli articoli 20 del d.p.r. 131/86 e 3 ter del decreto legislativo
463/97. Sostiene che l’agenzia delle entrate ha basato l’avviso di liquidazione non già sul
contenuto dell’atto notarile registrato ma su un elemento esterno ad esso, ovvero sul modello
69 utilizzato per la registrazione telematica, quando invece per mero errore era stato indicato
sul predetto modello il contenuto dell’atto come conferimento per aumento di capitale di piena
proprietà di fabbricato in luogo del conferimento di un compendio aziendale. Inoltre si doveva
considerare che dall’atto non appariva alcuna volontà negoziale intrinseca delle parti contraenti
difforme da quella palesata dagli stessi. Solo in corso di giudizio l’Ufficio aveva dedotto che
mancavano i presupposti per poter ravvisare il conferimento di ramo di azienda in quanto la
Morini era titolare di impresa dedita all’attività di costruzione dell’immobile per cui i beni
1

proporzionale sul presupposto che si trattava di conferimento di beni immobili e non di

conferiti costituivano beni merce e non beni strumentali. Si trattava, in ogni caso, di questioni
di fatto che non attenevano all’applicazione delle norme richiamate in sede di liquidazione
dell’imposta, dovendosi avere riguardo al mero contenuto dell’atto ed essendovi la preclusione
per l’Ufficio di fare riferimento ad elementi esterni allo stesso.
5. Con il terzo motivo deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3
cod. proc. civ., in relazione all’articolo 57 del decreto legislativo 546/92 nonché vizio di
motivazione, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5 cod. proc. civ.,. Sostiene che ha errato la

all’atto e la conseguente necessità di contestare il comportamento della parte contribuente
mediante l’emissione di un avviso di accertamento e non di un avviso di liquidazione era stata
dedotta soltanto in grado di appello poiché fin dal ricorso introduttivo era stata dedotta
l’illegittimità dell’atto impositivo sulla base del fatto che esso era basato su aspetti
assolutamente formali e non sostanziali e che, per ciò che concerneva l’aspetto materiale,
ossia la natura dei cespiti immobiliari aziendali, esso era stato già comprovato per le vie brevi
alla stessa agenzia delle entrate su richiesta della medesima.
6. Con il quarto motivo deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3
cod. proc. civ., in relazione all’articolo 10, numero 8 ter, e 17, comma 6, lettera a bis, del
d.p.r. 633/72. Sostiene che la CTR ha rigettato la doglianza dell’appellante in ordine alla
lamentata illegittimità dell’avviso di liquidazione dell’imposta proporzionale di registro in
quanto emesso per fattispecie che sarebbe stata assoggettabile ad Iva e non ad imposta di
registro. Ciò in quanto l’appellante si era doluto della mancata valorizzazione ad opera dei
primi giudici dell’atto di precisazione registrato il 7 aprile 2009 con cui le parti si erano date
atto che il conferimento era stato posto in essere da un soggetto Iva ed avevano esercitato
l’opzione di esentare l’atto medesimo dall’imposta Iva ai sensi dell’articolo 10, numero 8 ter,
del d.p.r. 633/1972. La CTR si è limitata ad osservare che l’operazione non risultava
concretamente assoggettata ad Iva laddove, invece, avrebbe dovuto considerare se l’avviso di
liquidazione dell’imposta di registro fosse o meno legittimo valutando se l’operazione ricadesse
meno nell’ambito della tassazione proporzionale di registro o nel campo dell’Iva. Peraltro dagli
atti di causa emergeva chiaramente che gli immobili erano strumentali poiché si trattava di
porzioni di fabbricato ad uso uffici con categoria A/10 e relative autorimesse accessorie con
categoria C/6.

ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Osserva la Corte che il primo motivo di ricorso, con cui si deduce la nullità della
sentenza per error in procedendo, avendo omesso la CTR di dichiarare la nullità della sentenza
di prima grado che recava in calce la sottoscrizione illeggibile del presidente, è infondato. Ciò
in quanto la Corte di legittimità ha più volte affermato il principio secondo cui non costituisce
motivo di nullità della sentenza l’illeggibilità della firma dei giudice, a meno che essa non
2

CTR nel ritenere che la questione relativa all’utilizzo da parte dell’ufficio di elementi esterni

consista in un segno informe privo di qualsiasi identità, al punto da risolversi in una vera e
propria mancanza di sottoscrizione (Cass. n. 2040/78); ed è stato osservato che, in tema di
sottoscrizione della sentenza da parte del giudice, la presunzione di identità tra l’autore del
segno grafico indistinguibile, utilizzato per siglare e firmare il provvedimento, e la persona del
giudice indicato in sentenza non è inficiata dalla mera deduzione dell’assoluta indecifrabilità del
segno, qualora fra questo e l’indicazione nominativa del giudice contenuta nell’atto sussistano
adeguati elementi di collegamento Cass. n. 5772 del 07/03/2017;

Nel caso che occupa la CTR ha accertato la sussistenza di un adeguato elemento di
collegamento poiché il frontespizio della sentenza indicava chiaramente in nome del
presidente del collegio e la parte non aveva fornito alcuna prova per poter affermare un
impedimento o altra circostanza che consentisse di escludere l’appartenenza della firma al
dott. Federico Cavaliere. Ne deriva che il motivo è infondato anche sotto il diverso profilo del
vizio di motivazione, avendo la CTR indicato quale era l’elemento di collegamento tra la sigla
apposta in calce alla sentenza e la persona indicata nel frontespizio.
2. Il secondo motivo è inammissibile in quanto è privo del requisito della specificità sancito
dall’art. 366 cod. proc. civ.. Invero il ricorrente ha censurato la sentenza della commissione
tributaria regionale per non aver considerato che l’avviso di accertamento era basato
sull’analisi del modello 69 utilizzato per la registrazione telematica dell’atto e non sul contenuto
dell’atto stesso ma ha omesso di riportare testualmente i passi dell’atto impositivo da cui si
sarebbe dovuto evincere il mancato riferimento all’atto. Ciò facendo il ricorrente non ha
consentito la verifica esclusivamente in base al ricorso medesimo, dovendosi considerare che il
predetto avviso non è un atto processuale, bensì amministrativo, la cui legittimità è
necessariamente integrata dalla motivazione dei presupposti di fatto e dalle ragioni giuridiche
poste a suo fondamento ( cfr. Cass. n. 9536 del 19/04/2013; Cass. n. 8312 del 04/04/2013 ).
3. Il terzo motivo è infondato. Occorre premettere che l’art. 20 d.P.R. 131 cit. dispone che
“l’imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici, degli atti presentati alla
registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente”. La Corte di
legittimità, con numerose pronunce anche recenti ( Cass. 21676 del 2017; n. 6758 del 2017;
n. 1955 del 2015; n. 24594 del 2015; n. 3481 del 2014 )

considera preminente,

nell’imposizione, la causa reale dell’operazione e l’effettiva regolamentazione degli interessi
realmente perseguita dai contraenti, e ciò anche se rinveniente in pattuizioni collegate. La
norma non esprime una regola antielusiva, bensì una regola interpretativa in quanto non è
possibile qualificare la disposizione della legge di registro come disposizione antielusiva senza
forzarne la struttura normativa, introducendovi un elemento estraneo, l’elusività fiscale-, che
viceversa corrisponde solo a un’eventualità della fattispecie (Cass. n. 3562 del 2017; Cass. n.
6758 del 2017 ). Ed ha precisato la Corte che la scelta legislativa di privilegiare la sostanza
dell’operazione comporta che “gli stessi concetti privatistici sull’autonomia negoziale
regrediscano a semplici elementi della fattispecie tributaria”, sicché nella individuazione della
3

Cass. n. 28281 del 22/12/2011 ).

materia imponibile ha preminenza assoluta la “causa reale sull’assetto cartolare” ( Cass. n.
19752 del 2013; n. 10740 del 2013 ) dovendosi considerare, altresì, “l’indisponibilità della
qualificazione contrattuale ai fini fiscali”. Sono quindi prive di rilievo le questioni relative
all’interpretazione dei contratti e all’autonomia negoziale delle parti poiché ha importanza non
cosa le parti abbiano scritto, ma ciò che esse abbiano effettivamente realizzato col complessivo
regolamento negoziale adottato, anche indipendentemente dal contenuto delle dichiarazioni
rese. Pertanto quando gli atti sono plurimi e funzionalmente collegati non può rilevare che la
causa concreta dell’operazione complessiva, posto che il ritenere l’imposta di registro come

principio costituzionale di capacità contributiva. Un’interpretazione atomistica dell’operazione
negoziale non è in grado di misurare il reale movimento di ricchezza, che si rivela soltanto
nella dimensione complessiva dell’affare ( Cass. n. 6758 del 2017). Ne deriva che non ha
rilievo la circostanza che la CTR non abbia esaminato, ritenendola inammissibile perché
proposta nel giudizio di appello, la questione relativa all’indebito utilizzo da parte dell’ufficio di
elementi esterni all’atto e la conseguente necessità di contestare il comportamento della parte
contribuente mediante l’emissione di un avviso di accertamento e non di un avviso di
liquidazione, trattandosi di questione infondata in radice.
Non si può affermare, peraltro, l’applicazione anche al caso che occupa dell’art. 20 d.p.r.
131/86 nel testo modificato dall’art.1, comma 87, lett. a), della legge 27 dicembre 2017, n.
205 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il
triennio 2018-2020 ) pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n.302 del 29 dicembre
2017- Supp. Ord. n. 62, ed entrata in vigore l’ 1 gennaio 2018. Invero il novellato art. 20 cit.
prevede che “L’imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto
presentato alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, sulla
base degli elementi desumibili dall’atto medesimo, prescindendo da quelli extratestuali e dagli
atti ad esso collegati, salvo quanto disposto dagli articoli successivi”. Alla norma non si può
riconoscere l’effetto interpretativo di quella previgente poiché essa introduce dei limiti
all’attività di riqualificazione giuridica della fattispecie che prima non erano previsti, fermo
restando che l’amministrazione finanziaria può dimostrare la sussistenza dell’abuso del diritto
previsto dall’ art. 10 bis della legge 212/2000 (introdotto dal D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 128), il
quale, alla lettera a, attribuisce espressamente rilevanza al collegamento negoziale, ma nel
solo ambito, appunto, dell’abuso del diritto e non più in quello della mera riqualificazione
giuridica. E mette conto considerare che l’orientamento giurisprudenziale prevalente ha escluso
la natura antielusiva dell’art. 20 a beneficio di quella della qualificazione giuridica della
fattispecie (Cass. 21676 del 2017; n. 6758 del 2017; n. 1955 del 2015; n. 24594 del 2015; n.
24594 del 2015; n. 1955 del 2015; contra n. 2054 del 2017; n. 6835 del 2013; n. 24452 del
2007; n. 2713 del 2002), per il che non si può affermare che la modifica introdotta all’art. 20
d.p.r. 131/86 dalla legge 27 dicembre 2017 n. 205 abbia natura interpretativa alla luce dell’art.

4

imposta di negozio correlata alla causa concreta dell’operazione costituisce applicazione del

10 bis della legge 212/2000 poiché tale ultima norma disciplina il diverso ambito dell’abuso del
diritto.
Non varrebbe obiettare che la relazione illustrativa alla legge 205/17 assegna alla
disposizione concernente l’imposta di registro il compito di “chiarire” il criterio di individuazione
della natura e degli effetti che devono essere presi in considerazione ai fini della registrazione.
Tale elemento può, infatti, agevolmente superarsi sulla base del tenore testuale infine adottato
dallo stesso art.1 co.87 in esame, il quale dichiara espressamente di apportare talune

innovativa del precedente assetto normativo. E ciò trova conferma, in accordo con il dato
letterale del nuovo disposto, anche in ragione del fatto che tale modificazione ha determinato
una rivisitazione strutturale profonda ed antitetica della fattispecie impositiva pregressa; là
dove l’art.20 previgente (secondo l’indirizzo di legittimità) imponeva la tassazione sulla base di
elementi (il dato extratestuale ed il collegamento negoziale) che vengono invece oggi
espressamente esclusi; fatto salvo il loro ‘recupero’, come detto, nel diverso ambito della
sopravvenuta disciplina dell’abuso del diritto di cui all’art.10 bis legge 212/00 cit..
In definitiva, va dunque affermato che l’art.1, comma 87, lett. a), della legge 27 dicembre
2017, n. 205 non avendo natura interpretativa, ma innovativa, non esplica effetto retroattivo;
conseguentemente, gli atti antecedenti alla data di sua entrata in vigore (1″ gennaio 2018)
continuano ad essere assoggettati ad imposta di registro secondo la disciplina risultante dalla
previgente formulazione dell’art.20 d.P.R. 131/86.
4. Il quarto motivo è parimenti infondato in quanto con l’atto introduttivo del giudizio il
contribuente ha genericamente adombrato la questione dell’assoggettabilità ad Iva della
cessione dei fabbricati al solo fine di affermare la non debenza dell’imposta di registro mentre
solamente con l’atto di appello ha introdotto la questione della non spettanza dell’Iva per
effetto dell’atto di precisazione registrato il 7 aprile 2009, con cui le parti si erano date atto
che il conferimento era stato posto in essere da un soggetto Iva ed avevano esercitato
l’opzione di ritenere l’atto esente da imposta ai sensi dell’articolo 10, numero 8 ter, del d.p.r.
633/72. Ne deriva che, dovendo la CTR pronunciarsi sulla base della domanda formulata nel
giudizio di primo grado, non era tenuta ad accertare d’ufficio i presupposti per la sottoposizione
ad Iva della cessione dei fabbricati e le eventuali cause di esenzione.
5. Il ricorso va, dunque, rigettato e le spese processuali, liquidate come da dispositivo,
seguono la soccombenza. Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio
2013 ed è respinto, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012,
n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale
dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto l’art. 13, comma 1 quater al testo unico
di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte
del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la
stessa impugnazione integralmente rigettata.

P.Q.M.
5

“modificazioni” all’art.20 d.P.R. 131/86, palesandosi così quale disposizione prettamente

La corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti a rifondere all’agenzia delle entrate e le
spese processuali che liquida in euro ( valore della causa euro 24.032 ), oltre alle spese
prenotate a debito. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del d.p.r. n. 115 del 2002, dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso
principale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 10 gennaio 2018.

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA