Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20077 del 11/08/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 11/08/2017, (ud. 24/06/2017, dep.11/08/2017),  n. 20077

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – rel. Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2860/2015 proposto da:

G.V., rappresentata e difesa, per procura speciale a

margine del ricorso, dall’Avvocato Isabella Casales Mangano;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, domiciliato in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso

l’Avvocatura generale dello Stato, che lo rappresenta e difende per

legge;

– resistente –

avverso il decreto n. 590/2014 della Corte d’appello di

Caltanissetta, depositato in data 3 giugno 2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24

giugno 2016 dal Presidente relatore Dott. Stefano Petitti.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che G.V., con ricorso depositato presso la Corte d’appello di Caltanissetta in data 16 luglio 2012, ha chiesto la condanna del Ministero dell’economia e delle finanze a titolo di equa riparazione, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, per l’eccessiva durata di un procedimento introdotto innanzi alla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Sicilia, con ricorso del 7 giugno 2007, definito con sentenza depositata il 22 marzo 2012;

che, nella resistenza del Ministero, l’adita Corte d’appello di Caltanissetta, con decreto in data 3 giugno 2014, ha rigettato la domanda rilevando che pur se il giudizio presupposto si era protratto per circa quattro anni e nove mesi, e quindi oltre la durata ragionevole triennale, doveva tuttavia escludersi che la ricorrente avesse subito alcun patimento per la irragionevole protrazione del giudizio stesso, avendo la stessa agito proponendo una domanda volta ad ottenere il riconoscimento di un diritto evidentemente prescritto per intervenuta prescrizione decennale;

che per la cassazione del decreto della Corte d’appello G.V. ha proposto ricorso sulla base di due motivi;

che l’intimato Ministero non ha resistito con controricorso, ma ha depositato memoria ai fini della eventuale partecipazione all’udienza di discussione;

che la ricorrente ha depositato memoria in prossimità dell’udienza.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio ha deliberato l’adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza;

che con il primo motivo di ricorso (violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, nonchè dell’art. 6, par. 1, della CEDU, per omessa applicazione dei criteri di liquidazione del danno adottati dalla CEDU e da questa Corte di legittimità, nonchè omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, per non avere accertato la violazione della durata del giudizio) la parte ricorrente rileva che la Corte d’appello ha fondato il proprio giudizio sulla accertata non fondatezza della domanda, omettendo di considerare che il diritto all’equa riparazione spetta a tutte le parti indipendentemente dal fatto che la domanda sia stata o no accolta;

che con il secondo motivo (violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e degli artt. 2056 e 1226 c.c.) la ricorrente si duole della mancata applicazione dei criteri elaborati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, in base ai quali, una volta accertata la violazione della durata ragionevole di un giudizio, la prova del danno deve ritenersi in re ipsa;

che il ricorso, i cui due motivi possono essere esaminati congiuntamente per ragioni di connessione, è infondato;

che nella giurisprudenza di questa Corte il diritto all’equa riparazione è escluso per ragioni di carattere soggettivo: a) nel caso di lite temeraria (v. fra le tante, Cass. n. 28592 del 2011; Cass. n. 10500 del 2011 e Cass. n. 18780 del 2010), cioè quando la parte abbia agito o resistito in giudizio con la consapevolezza del proprio torto o sulla base di una pretesa di puro azzardo; b) nell’ipotesi di causa abusiva (cfr. tra le tante, Cass. n. 7326 del 2015; Cass. n. 5299 del 2015; Cass. n. 23373 del 2014), che ricorre allorchè lo strumento processuale sia stato utilizzato in maniera distorta, per lucrare sugli effetti della mera pendenza della lite; e c) in tutte le ipotesi in cui la specifica situazione processuale del giudizio di riferimento dimostri in positivo, per qualunque ragione, come la parte privata non abbia patito quell’effettivo e concreto pregiudizio d’indole morale, che è conseguenza normale, ma non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo (v. per tutte e da ultimo, Cass. n. 7325 del 2015); che, inoltre, il comma 2-quinquies, aggiunto alla L. n. 89 del 2001, art. 2,del D.L. n. 83 del 2012, art. 55, comma 1, lett. a), n. 3), convertito, con modificazioni, in L. n. 134 del 2012, ha previsto, con elencazione da ritenersi non tassativa, talune ulteriori ipotesi di esclusione dell’indennizzo, in presenza delle quali il giudice non dispone di margini d’apprezzamento della fattispecie;

che tale norma è stata oggetto di ulteriore intervento da parte del legislatore con la L. n. 208 del 2015, la quale ha disposto che “non è riconosciuto alcun indennizzo: a) in favore della parte che ha agito o resistito in giudizio consapevole della infondatezza originaria o sopravvenuta delle proprie domande o difese, anche fuori dai casi di cui all’art. 96 c.p.c.;

che, dunque, in base alla disciplina ratione temporis applicabile e alla stessa originaria formulazione della L. n. 89 del 2001, art. 2-quinquies, tra le ipotesi di esclusione del diritto all’indennizzo per la violazione della ragionevole durata del processo non rientra quella della manifesta infondatezza della domanda, ove non sia caratterizzata dall’ulteriore profilo della temerarietà o della abusività (Cass. n. 21131 del 2015; Cass. n,. 18834 del 2015);

che, nella specie, la Corte d’appello ha ritenuto insussistente il paterna d’animo conseguente alla irragionevole durata del giudizio presupposto (protrattosi per quattro anni e nove mesi) sulla base del rilievo che la domanda proposta nel giudizio dinnanzi alla Corte dei conti è stata rigettata perchè prescritta;

che la ricorrente non ha svolto alcuna concreta censura sul punto, limitandosi a osservare che la prescrizione è solo rilevabile dalla controparte, in tal modo sostanzialmente riconoscendo la consapevolezza che il diritto azionato era prescritto;

che tale consapevolezza risulta evidenziata in modo ancor più emblematico nella memoria di cui all’art. 378 c.p.c., nella quale si è evidenziato che “la prescrizione del diritto che si fa valere può essere dichiarata solo se l’eccezione è sollevata in giudizio dalla controparte in quanto il giudice non può rilevarla d’ufficio. E’ evidente che, nella specie, una distrazione processuale della controparte avrebbe portato all’accoglimento del ricorso e quindi la ricorrente aveva certamente il diritto di avanzare legittimamente la propria pretesa”;

che risulta chiara la consapevolezza, da parte della ricorrente, dell’avvenuta proposizione di una domanda relativa ad un diritto prescritto, e che la stessa domanda mirava a sfruttare una eventuale distrazione processuale della controparte;

che si è quindi in presenza di domanda che correttamente la Corte d’appello ha ritenuto inidonea a determinare, in capo alla parte, alcun patimento per il ritardo nella definizione del giudizio;

che, d’altra parte, non può non sottolinearsi la genericità della censura, sia per quanto riguarda la individuazione della pretesa oggetto del giudizio presupposto, sia e soprattutto, nelle indicazione delle decisioni della Corte dei Conti che avrebbero legittimato la proposizione di quella domanda pur se prescritta;

che, in conclusione, il ricorso deve essere rigettato;

che non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio, in considerazione del fatto che la difesa erariale, che non ha proposto un tempestivo controricorso, non ha poi svolto attività difensiva partecipando all’udienza di discussione;

che, risultando dagli atti del giudizio che il procedimento in esame è considerato esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui del Testo Unico approvato con il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1,comma 17.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, della Corte Suprema di Cassazione, il 24 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2017

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