Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20042 del 06/10/2016


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Cassazione civile sez. II, 06/10/2016, (ud. 13/07/2016, dep. 06/10/2016), n.20042

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10659/2015 proposto da:

T.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA TAGLIAMENTO 55, presso lo studio dell’avvocato NICOLA DI

PIERRO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati

GIUSEPPE BOCCATO, MARIA ANTONIA BOCCATO;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO F.V., in persona del curatore,

B.L.C.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 266/2015 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 02/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/07/2016 dal Consigliere Dott. MASSIMO FALABELLA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del primo motivo,

l’accoglimento del secondo motivo del ricorso, per quanto di

ragione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata in data (OMISSIS) il Fallimento di F.V. conveniva in giudizio T.A., coniugata in regime di comunione dei beni col fallito, chiedendo disporsi la divisione degli immobili di cui lo stesso F. e la convenuta erano comproprietari. L’atto di citazione veniva notificato anche a B.L., in quanto dai pubblici registri immobiliari il medesimo risultava aver trascritto una domanda giudiziale ex art. 2932 c.c., relativa un contratto preliminare, e al creditore ipotecario Banca Intesa.

Si costituivano T. e B., mentre Banca Intesa restava contumace.

Esperita consulenza tecnica d’ufficio, il Tribunale di Venezia disponeva lo scioglimento della comunione e assegnava a T.A. il bene immobile oggetto del giudizio, dichiarandola tenuta a versare al Fallimento la somma di Euro 70.100,00, oltre interessi e rivalutazione a titolo di conguaglio.

Interposto gravame da parte di T.A., la Corte di appello di Venezia, con sentenza del 20 gennaio 2015, respingeva l’impugnazione.

Contro la pronuncia ricorre T.A., la quale fa valere due motivi di impugnazione illustrati da memoria. Gli intimati non hanno svolto attività difensiva nella presente sede.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo è lamentata violazione di legge e, segnatamente violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4; è pure denunciato omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti. Nel ricorso è precisato che la consulenza tecnica estimativa era stata esperita intorno alla metà dell’anno (OMISSIS), prima che insorgesse la nota crisi economica: in ragione di quest’ultima il valore determinato dal c.t.u. risultava essere eccessivo e fuori mercato. Lamenta l’istante che al momento della decisione della causa in primo grado era stato domandato che l’assegnazione avesse luogo solo previo pagamento del conguaglio che sarebbe stato stabilito a seguito di una nuova consulenza tecnica volta a determinare il valore attuale della quota dell’immobile oggetto di divisione. Già in primo grado era stato dedotto, in comparsa conclusionale, che il valore attuale dell’immobile era di circa Euro 70.000,00 – 75.000,00; inoltre in sede di appello era stata depositata una perizia di stima le cui conclusioni confermavano tale assunto. L’affermazione della Corte di merito, secondo cui non era necessario disporre una rinnovazione della consulenza tecnica d’ufficio onde stabilire il valore della quota era, poi, del tutto priva di motivazione.

Il motivo non può essere accolto.

Si legge nella sentenza impugnata che T.A., nella citazione in appello, aveva lamentato l’erroneità della stima del valore dell’immobile, deducendo che l’elaborato peritale era stato depositato nel (OMISSIS) e non avrebbe quindi tenuto conto del tracollo che aveva colpito il settore immobiliare proprio alla fine di quell’anno: sicchè il cespite risultava essere, di fatto, sovrastimato. La stessa appellante aveva poi domandato al giudice del gravame che venisse disposta una nuova consulenza tecnica estimativa con riguardo all’immobile (cfr. conclusioni riprodotte a pagg. 2 s. della sentenza).

E’ da premettere che ai fini della divisione la stima di beni immobili per la formazione delle quote va compiuta con riferimento al valore venale da essi posseduto al tempo della divisione (per tutte: Cass. 21 ottobre 2010, n. 21632; Cass. 6 febbraio 2009, n. 3029; Cass. 10 luglio 2006, n. 15634). E’ stato altresì precisato, in tema, che può aversi riguardo alla stima effettuata in data non troppo vicina a quella della decisione solo se si accerti che, per la stasi del mercato o per le caratteristiche del bene, non sia intervenuto un mutamento di valore che renda necessario l’adeguamento di quello stabilito al tempo della stima, costituendo onere della parte, che solleciti la rivalutazione, allegare ragioni di significativo mutamento del valore dei beni intervenuto medio tempore (Cass. 21 ottobre 2010, n. 21632 cit.). Analogo principio deve valere, ovviamente, nel caso in cui si faccia questione di una flessione del valore venale del bene.

Nella fattispecie, secondo quanto si legge nel ricorso, l’odierna ricorrente aveva richiesto, in appello, un riesame della stima del bene affermando, anche con il supporto di una perizia di parte, che lo stesso, a seguito della crisi del mercato immobiliare, andava stimato in ragione di Euro 75.00,00.

Ora, nel mentre la deduzione di un mutamento del valore del cespite per vicende congiunturali ha contenuto generico, sicchè il giudice del gravame non era tenuto a tenerne conto, l’affermazione secondo cui l’istante aveva prodotto una perizia di parte che dava conto di quella variazione avrebbe imposto alla parte interessata anzitutto di chiarire, nella presente sede, se il detto elaborato fosse stato versato in atti al momento della proposizione dell’impugnazione (nel 2011), allorquando la situazione del mercato, secondo quanto dedotto, era venuta a modificarsi e quindi di trascrivernee, nel rispetto del principio di autosufficienza, il contenuto all’interno del ricorso per cassazione.

Sotto il primo profilo, infatti, proprio in quanto il gravame fu introdotto in un momento in cui la prospettata riduzione dei valori immobiliari si era già determinata, l’atto di appello doveva fornire alla Corte di merito tutti gli elementi che consentissero di orientare il giudizio sul tema controverso: tra tali elementi ben potevano certo rientrare le deduzioni contenute in una consulenza tecnica di parte prodotta al momento della costituzione dell’appellante nel giudizio di impugnazione. Tale consulenza, come noto, costituisce una allegazione difensiva a contenuto tecnico (sicchè la sua produzione, in quanto sottratta al divieto di cui all’art. 345 c.p.c., è ammissibile anche in appello: cfr. Cass. S.U. 3 giugno 2013, n. 13902). L’allegazione in cui si sostanzia la consulenza tecnica di parte sarebbe quindi valsa ad investire la Corte distrettuale del riesame della questione circa il valore del bene: riesame che, in mancanza di specifiche deduzioni sul punto, alla stessa Corte sarebbe stato di contro precluso, posto che, come si è detto, competeva alla parte indicare le ragioni del significativo mutamento del valore dei beni oggetto della divisione intervenuto medio tempore.

Ora, non è specificamente prospettato che la nominata consulenza venne prodotta al momento dell’introduzione del giudizio di appello; l’istante, nel corpo del ricorso, fa anzi unicamente riferimento a una perizia di stima datata (OMISSIS) (perizia che risulterebbe quindi redatta anni dopo la proposizione del gravame).

Per quanto poi attiene alla riproduzione dell’elaborato nel ricorso alla S.C., essa è mancata. L’assenza di evidenze circa il fatto che l’odierna ricorrente, nel proporre l’appello, abbia articolato deduzioni specifiche e circostanziate in ordine al mutato valore del bene implica che l’interposto gravame non fosse idoneo a incidere sull’accertamento speso sul punto dal giudice di prime cure e a investire, correlativamente, la Corte territoriale dell’esame della questione di cui si dibatte nella presente sede. In tal senso, la motivazione della Corte di appello di Venezia, che si fonda sull’accertamento tecnico svolto avanti al Tribunale, si sottrae a censura.

Infatti, il giudice del gravame ha rilevato che il consulente tecnico aveva risposto, in modo esaustivo, alle osservazioni che le parti erano state invitate a presentare e ha precisato che lo stesso c.t.u. aveva dato atto del processo seguito per addivenire alla quantificazione del valore venale dell’immobile (basato sul confronto con analoghe compravendite e sull’esame dell’andamento del mercato immobiliare della zona). La stessa Corte distrettuale ha poi aggiunto che la richiesta di rinnovazione nella consulenza tecnica non era accoglibile: affermazione, questa, che si spiega, come è evidente, con la ritenuta completezza dell’indagine svolta dall’ausiliario e con la mancata articolazione di puntuali motivi di doglianza che inducessero a un riesame, ai valori attuali, della stima.

Del resto, la carenza motivazionale denunciata fa capo alla previsione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo modificato dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, in L. n. 134 del 2012 e il quadro normativo di riferimento non può non confermare che l’impianto argomentativo della sentenza sia immune da vizi sul piano logico-argomentativo. Infatti, la riformulazione dell’art. 360, n. 5 cit. deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciab le in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. S.U. 7 aprile 2014, n. 8053).

Col secondo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 4, n. 5, lett. c) e art. 5. Rileva il ricorrente che la Corte territoriale aveva basato la propria liquidazione delle spese processuali sul valore non della quota del 50% dell’immobile, come avrebbe dovuto, ma dell’intero cespite; aveva poi determinato i compensi del massimo e li aveva infine quantificati anche con riferimento a una fase, quella relativa alla trattazione o istruttoria, che non si era mai svolta.

Il motivo va disatteso.

Non è fondata la prima censura, dal momento che l’immobile è stato stimato in Euro 140.200,00 e il valore della quota è pari a Euro 70.100,00. Sia che si consideri il primo valore, sia che si consideri il secondo, deve essere dunque applicato lo scaglione della tabella unica allegata al D.M. n. 55 del 2014, che è ricompreso tra Euro 52.000,00 e Euro 260.000,00. Ebbene, gli importi liquidati dalla Corte di appello sono tutti ricompresi tra i limiti, minimo e massimo, del detto scaglione.

Esula, poi, dal sindacato della Corte di legittimità l’apprezzamento della congruità del compenso che è stato liquidato all’interno dei suddetti limiti. Si rammenta, in proposito, che questa S.C. è venuta affermando che la determinazione degli onorari di avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice che, se contenuto tra il minimo ed il massimo della tariffa, non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità (tra le tante: Cass. 9 ottobre 2015, n. 20289; Cass. 22 giugno 2004, n. 11583; Cass. 4 aprile 2003, n. 5321; Cass. 23 maggio 2002, n. 7527). Tale principio, affermato con riguardo agli onorari di avvocato, deve trovare giustizia in esecuzione di quanto disposto dalla L. n. 347 del 2012, art. 13, comma 6, giacchè anche detti compensi vanno prudentemente determinati dal giudice all’interno di una forbice che comprende un minimo e un massimo.

Inammissibile è, infine, la censura relativa al conteggio dei compensi per l’attività di trattazione e istruttoria. Il D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 5, prevede che il compenso è liquidato “per fasi”: espressione, questa, che implica la necessità di determinare l’onorario sulla base del comprovato svolgimento di alcune delle attività che identificano, a mente dello stesso comma 5, i vari segmenti processuali. La doglianza della ricorrente è però priva di autosufficienza, in quanto l’istante manca di trascrivere nel corpo del ricorso (attraverso la riproduzione dei relativi verbali), il contenuto dell’attività processuale svolta in grado di appello: sicchè non fornisce alcuna indicazione decisiva per escludere che un’attività di trattazione della causa abbia avuto luogo.

Il ricorso è dunque respinto.

Nulla deve disporsi in punto di spese processuali, dal momento che gli intimati non hanno svolto attività processuale.

Parte ricorrente è tenuta per legge al versamento del contributo aggiuntivo contemplato dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 13 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 ottobre 2016

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