Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20035 del 24/09/2020

Cassazione civile sez. II, 24/09/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 24/09/2020), n.20035

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21153/2019 proposto da:

K.I., elettivamente domiciliato in Varese via Robbioni n. 39,

presso lo studio dell’avv.to MARIO LOTTI, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO, depositato il 18/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

30/06/2020 dal Consigliere Dott. LUCA VARRONE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Milano, con decreto pubblicato il 18 giugno 2019, respingeva il ricorso proposto da K.I., cittadino della (OMISSIS), avverso il provvedimento con il quale la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale aveva, a sua volta, rigettato la domanda proposta dall’interessato di riconoscimento dello status di rifugiato e di protezione internazionale, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione complementare (umanitaria);

2. Il Tribunale, ritenuto di non dover procedere nuovamente all’audizione perchè richiesta solo in modo generico e senza l’indicazione di specifiche circostanze di fatto modificative o aggiuntive rispetto a quanto rappresentato dinanzi alla commissione territoriale, rigettava integralmente le domande del richiedente.

Questi aveva dichiarato di essere nato in Costa d’Avorio di essere di etnia (OMISSIS), di religione musulmana, di non aver studiato e di aver lavorato come commerciante nel campo dell’abbigliamento.

Quanto ai motivi della fuga dal proprio paese dichiarava che nel 2015 si era avvicinato alla religione cristiana tramite un amico e dopo un paio di mesi di frequentazione della chiesa del villaggio aveva deciso di parlare con il padre della sua intenzione di convertirsi al cristianesimo, quest’ultimo era un imam e non aveva accettato la decisione e, dopo qualche giorno, i fratelli lo avevano picchiato e minacciato e lui di notte era riuscito a fuggire e andare verso la Libia. Pertanto, in caso di ritorno nel proprio paese e temeva di essere ucciso dai familiari a causa della sua decisione di convertirsi al cristianesimo.

Il tribunale rilevava la non credibilità del racconto del richiedente sulle ragioni dell’espatrio. In particolare, le dichiarazioni non erano coerenti con l’essere il richiedente figlio di un imam e non era verosimile che il motivo della conversione al cristianesimo risiedesse nella mancata conoscenza o comprensione delle preghiere. Peraltro, le medesime lacune rispetto alla religione musulmana il richiedente le aveva anche rispetto alla religione cristiana. Dunque, non essendo credibile il racconto del richiedente sulle ragioni della partenza a causa della decisione di convertirsi al cristianesimo non era individuabile alcun rischio in caso di rimpatrio.

Non poteva accogliersi la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato non sussistendo atti persecutori come definiti all’art. 7, da parte dei soggetti indicati dall’art. 5, per i motivi riconducibili alle ampie definizioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8.

Peraltro, anche a voler ritenere credibile il racconto del richiedente doveva rilevarsi che in Costa d’Avorio era garantita la libertà religiosa ed era proibita nei fatti la discriminazione per motivi religiosi come risultava da alcune fonti internazionali. Peraltro, il richiedente avrebbe potuto chiedere la protezione dello Stato per le presunte violenze e minacce e, avendo 34 anni, poteva andare a vivere da solo e non tornare nell’ambito della famiglia. Quanto alla protezione sussidiaria mancavano in questo caso i presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14. Mancavano i presupposti sia per il rischio di condanna a morte o a trattamenti inumani o degradanti sia per quello di essere coinvolto nella violenza di un conflitto armato generalizzato. Dalle informazioni raccolte infatti la Costa d’Avorio era un paese caratterizzato da un progressivo consolidamento della pace e non poteva ritenersi integrare le condizioni di cui del suddetto D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

In conclusione, il richiedente non aveva lasciato il proprio paese per ragioni di natura persecutoria e non poteva riconoscersi la protezione richiesta, non essendoci alcun fondato rischio di atti persecutori in caso di rimpatrio, nè di condanna a morte, nè di esecuzione di una condanna già emessa o di tortura o di altra forma di trattamento inumano e degradante. La Costa d’Avorio non versava in una situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato sulla base delle fonti di conoscenza aggiornata della situazione della Costa d’Avorio.

Quanto alla protezione umanitaria il richiedente non aveva allegato fatti diversi rispetto a quelli posti in generale a fondamento della domanda di protezione. Le presunte torture subite in Libia non avevano alcun riscontro nè erano state allegate in relazione alla situazione individuale del richiedente, e al suo vissuto, se non tramite un generico riferimento alle condizioni di migrante in territorio libico. Sicchè il dovere di cooperazione del giudice non poteva spingersi fino al punto di dover indagare circostanze neppure dedotte, essendo invece necessario che vi fossero dei postumi traumatici certificati dalle competenti strutture. Sicchè mancavano elementi specifici e individualizzati le vicissitudini del richiedente determinanti una condizione di vulnerabilità al momento della sbarco mentre per quanto riguardava la vita trascorsa in Italia questa si era svolta solo nel centro di accoglienza, senza alcun un effettivo radicamento. Anche il contratto di lavoro a tempo determinato prodotto dalla difesa non poteva costituire un elemento idoneo a comprovare l’effettivo radicamento, mentre non poteva ritenersi impossibile una ricollocazione anche lavorativa in Costa d’Avorio, tenuto conto anche delle ragioni dell’espatrio.

3. K.I. ha proposto ricorso per cassazione avverso il suddetto decreto sulla base di cinque motivi di ricorso.

4. Il Ministero dell’interno si è costituito tardivamente al solo fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo di ricorso è così rubricato: Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, anche con riferimento all’art. 2697 c.c. – art. 360 c.p.c., n. 3, per omesso esame circa un fatto decisivo – art. 360 c.p.c., n. 5.

La censura si incentra sulla credibilità intrinseca del racconto del ricorrente dovendosi tener conto della sua scarsissima cultura e del suo stato di semi analfabetismo. Il suo sentimento religioso non deve essere giudicato con gli occhi occidentali e dunque il suo racconto dovrebbe essere giudicato credibile.

2. Il secondo motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 8, anche con riferimento all’art. 2697 c.c. e alle linee guida in materia di protezione internazionale fondate sulla religione del 28 aprile 2004.

La censura si incentra nuovamente sulla credibilità della conversione del richiedente da ricondurre alla sua peculiare condizione personale anche tenuto conto che l’onere della prova dei requisiti fondanti lo status di rifugiato deve necessariamente essere valutato con minore rigore.

3. Il terzo motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione dell’art. 1, lett. a, della convenzione di Ginevra del 1951, come modificato dal protocollo di New York, ratificato con L. n. 95 del 1970, nonchè del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 14 e 17, con riferimento al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5 – art. 360 c.p.c., n. 3.

In primo luogo, le persecuzioni religiose rientrano nelle ipotesi di cui all’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8. Peraltro, l’agente persecutore non deve essere necessariamente lo Stato, ai sensi dell’art. 5 del suddetto D.Lgs. e dunque doveva essere riconosciuto sia lo status di rifugiato o comunque la protezione sussidiaria.

4. Il quarto motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 – omessa valutazione della situazione generale presente nel paese di origine del richiedente e della sussistenza di una minaccia grave e individuale alla vita e alla persona derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno – art. 360 c.p.c., n. 3.

A parere del ricorrente la Costa d’Avorio versa in una situazione riconducibile del citato D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c e in tal senso riporta alcune sentenze di merito di vari tribunali italiani.

5. Il quinto motivo di ricorso è così rubricato violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, omesso e comunque erroneo giudizio comparativo effettivo tra la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine e il livello di integrazione raggiunta in Italia, mancato assolvimento dell’obbligo di cooperazione istruttoria – art. 360 c.p.c., n. 3.

A parere del ricorrente il Tribunale avrebbe omesso di operare il giudizio comparativo, ai fini della valutazione sulla vulnerabilità, senza tener conto della situazione personale del richiedente che aveva perso ogni legame con il paese di origine ed alla situazione generale del paese di provenienza e anche di quella di transito. Infine, con riferimento a livello di integrazione sociale lavorativo realizzata in Italia il ricorrente richiama proprio contratto di lavoro subordinato.

6. I cinque motivi di ricorso, che stante la loro evidente connessione possono essere trattati congiuntamente, sono inammissibili, anche ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, come interpretato da questa Corte a Sezioni Unite con la pronuncia n. 7155 del 2017.

Quanto alla valutazione in ordine alla credibilità del racconto del richiedente, essa costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito. (Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549).

La critica formulata nei motivi costituisce, dunque, una mera contrapposizione alla valutazione che il Tribunale di Milano ha compiuto nel rispetto dei parametri legali e dandone adeguata motivazione, neppure censurata mediante allegazione di fatti decisivi emersi nel corso del giudizio che sarebbero stati ignorati dal giudice di merito. In particolare, quanto alla sua scarsa conoscenza della religione mussulmana nonostante il padre fosse un imam e alla conversione nella religione cattolica senza alcuna conoscenza della stessa.

Il Tribunale ha anche motivato sia in relazione alla situazione soggettiva del ricorrente sia in ordine alla situazione complessiva della Costa d’Avorio, sicchè è del tutto evidente che non vi è stata alcuna violazione di legge o omessa motivazione nell’accezione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5. Ne consegue che la censura si risolve in una richiesta di nuova valutazione dei medesimi fatti.

Il ricorrente, inoltre, deduce genericamente la violazione di norme di legge, avuto riguardo alla sua vicenda personale ed alla situazione generale della Costa d’Avorio, attraverso il richiamo alle disposizioni disattese e tramite una ricostruzione della fattispecie concreta quanto all’insicurezza del Paese di origine ed alla compromissione di diritti fondamentali, difforme da quella accertata nei giudizi di merito.

Come si è detto il Tribunale ha esaminato, richiamando varie fonti di conoscenza, la situazione generale del paese di origine ed in particolare della regione di provenienza del ricorrente, precisando che, in base alle fonti, deve escludersi una situazione di violenza indiscriminata in conflitto armato.

Il potere-dovere di cooperazione istruttoria, correlato all’attenuazione del principio dispositivo quanto alla dimostrazione, e non anche all’allegazione, dei fatti rilevanti, è stato dunque correttamente esercitato con riferimento all’indagine sulle condizioni generali della Costa d’Avorio, benchè la vicenda personale narrata sia stata ritenuta non credibile dai giudici di merito (Cass. n. 14283/2019, a meno che la non credibilità investa il fatto stesso della provenienza da un dato Paese). Invece l’esercizio di poteri ufficiosi circa l’esposizione a rischio del richiedente in virtù della sua condizione soggettiva, in relazione alle fattispecie previste dal citato art. 14, lett. a) e b), si impone solo se le allegazioni di costui al riguardo siano specifiche e credibili, il che non è nella specie, per quanto già detto.

Inoltre, in tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito. Il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. ord. 30105 del 2018).

Peraltro il ricorrente lamenta il riferimento a fonti non aggiornate ma non indica altre fonti più recenti che siano idonee a smentire quanto accertato dal Tribunale.

In ordine al riconoscimento della protezione umanitaria, il diniego è dipeso dall’accertamento dei fatti da parte del giudice di merito, che ha escluso con idonea motivazione, alla stregua di quanto considerato nei paragrafi che precedono l’esistenza di una situazione di sua particolare vulnerabilità. All’accertamento compiuto dai giudici di merito viene inammissibilmente contrapposta una diversa interpretazione delle risultanze di causa.

La pronuncia impugnata, dunque, risulta del tutto conforme ai principi di diritto espressi da questa Corte, atteso che quanto al parametro dell’inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia, esso può essere valorizzato come presupposto della protezione umanitaria non come fattore esclusivo, bensì come circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale (Cass. n. 4455 del 2018), che, tuttavia, nel caso di specie è stata esclusa.

Giova aggiungere che le Sezioni Unite di questa Corte, nella recente sentenza n. 29460/2019, hanno ribadito, in motivazione, l’orientamento di questo giudice di legittimità in ordine al “rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale”, rilevando che “non può, peraltro, essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza (Cass. 28 giugno 2018, n. 17072)”, in quanto, così facendo, “si prenderebbe altrimenti in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria”.

Il racconto del ricorrente peraltro non è stato ritenuto credibile, sia in relazione alle ragioni che hanno dato origine alla partenza dalla Costa d’Avorio, sia al percorso migratorio.

7. In conclusione il ricorso è inammissibile. Nulla sulle spese non avendo svolto attività difensiva il Ministero intimato.

8. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 settembre 2020

 

 

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