Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20007 del 30/09/2011

Cassazione civile sez. trib., 30/09/2011, (ud. 30/06/2011, dep. 30/09/2011), n.20007

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPI Fernando – Presidente –

Dott. D’ALONZO Michele – Consigliere –

Dott. FERRARA Ettore – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – rel. Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 16797-2007 proposto da:

CO.DE.VI DI VIANELLI GIAN GALEAZZO & C. SAS in persona del

legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA

MARTIRI DI BELFIORE 4, presso lo studio dell’avvocato DE AMICIS

CLAUDIO, rappresentato e difeso dall’avvocato CHIAVEGATTI GIANANDREA,

giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI ROSOLINA in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA VIA CICERONE 28, presso lo studio dell’avvocato

DI BENEDETTO PIETRO, che lo rappresenta e difende, giusta delega a

margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 51/2006 della COMM. TRIB. REG. di VENEZIA,

depositata il 10/01/2007;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/06/2011 dal Consigliere Dott. CAMILLA DI IASI;

udito per il ricorrente l’Avvocato CHIAVEGATTI, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso e deposita copia sentenza della Corte

Europea del 30/07/2009;

sentito il P.M. in persona del SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE DOTT.

APICE Umberto che aderisce alla relazione.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

1. La CODEVI di Vianelli Gian Galeazzo & C. s.a.s. propone ricorso per cassazione (successivamente illustrato da memoria) nei confronti del Comune di Rosolina (che resiste con controricorso) e avverso la sentenza con la quale, in controversia concernente impugnazione di avviso di accertamento Tarsu relativo agli anni 2000/2002, la C.T.R. Veneto riformava la sentenza di primo grado che aveva accolto i ricorsi riuniti della contribuente.

2. Il primo motivo di ricorso (col quale si deduce nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4) ed i motivi 3, 5 e 6 (coi quali si deduce violazione di norme di diritto) sono, prescindendo da ogni altra possibile considerazione, inammissibili per mancanza del quesito di diritto previsto, in relazione ai motivi di ricorso di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4 dall’art. 366 bis c.p.c., norma che, ancorchè abrogata dalla L. n. 69 del 2009, è tuttavia applicabile alla fattispecie.

Giova aggiungere che la ricorrente nella memoria ex art. 378 bis ha enucleato, nell’ambito di alcuni motivi, singoli periodi proposti come quesiti di diritto, tuttavia essi non possono essere considerati tali e non solo per motivi formali (la mancata proposizione al termine del motivo, come previsto dalla norma, la mancata proposizione in forma interrogativa e in ogni caso la mancanza di ogni elemento che li identifichi come tali), ma per ragioni sostanziali, posto che tali proposizioni estrapolate dalla esposizione del motivo non sono idonei ad adempiere alla funzione propria del quesito di diritto, che è quella di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, quale sia l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare. E’ inoltre da rilevare che la previsione di cui all’art. 366 bis prima e seconda parte.

I motivi 2 e 4 (coi quali si deduce vizio di motivazione) sono inammissibili innanzitutto perchè manca in ciascuno di essi l’indicazione prevista dalla seconda parte dell’art. 366 bis c.p.c., a norma del quale è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume viziata, essendo peraltro da evidenziare che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dal citato art. 366 bis c.p.c., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un “quid pluris” rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (v. cass. n. 8897 del 2008).

E’ poi appena il caso di sottolineare che l’illustrazione di cui al citato art. 366 bis deve sempre avere ad oggetto (non più un una questione o un “punto”, secondo la versione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 anteriore alla modifica introdotta dal D.Lgs. n. 40 del 2006 ma) un fatto preciso, inteso sia in senso storico che normativo, ossia un fatto “principale”, ex art. 2697 c.c. (cioè un “fatto” costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) o anche, secondo parte della dottrina e giurisprudenza, un fatto secondario (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale), purchè controverso e decisivo, e che nella specie manca non solo l’illustrazione di cui alla seconda parte dell’art. 366 bis c.p.c., ma, ancor prima, l’individuazione autosufficiente di uno o più “fatti” specifici (intesi come sopra e non come generico sinonimo di punto, circostanza, questione) rispetto ai quali la motivazione risulti viziata nonchè l’evidenziazione del carattere decisivo dei medesimi fatti.

E’ peraltro da aggiungere, solo per completezza, che il secondo motivo risulta generico e privo di autosufficienza e che nel quarto motivo il vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 risulta inammissibilmente dedotto anche con riguardo alla motivazione in diritto della sentenza impugnata. Il ricorso deve essere pertanto dichiarato inammissibile. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.100,00 di cui Euro 3.000,00 per onorari oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 30 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2011

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