Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19992 del 23/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 23/09/2020, (ud. 16/09/2020, dep. 23/09/2020), n.19992

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 38711-2019 proposto da:

D.E., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE CLODIO 13,

presso lo studio dell’avvocato OLGA GERACI, rappresentato e difeso

dall’avvocato EMILIO DOLFI;

– ricorrente –

e contro

CONDOMINIO (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 3222/2019 del TRIBUNALE di FIRENZE, depositata

il 31/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/09/2020 dal Consigliere Dott. SCARPA ANTONIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

D.E. ha proposto ricorso articolato in quattro motivi avverso la sentenza 31 ottobre 2019, n. 3222/2019, resa dal Tribunale di Firenze.

Rimane intimato, senza aver svolto attività difensive in questa sede, il Condominio (OMISSIS).

L’avvocato D.E. convenne davanti al Giudice di pace di Firenze il Condominio (OMISSIS), per sentir dichiarare da lui non dovute le spese condominiali deliberate dall’assemblea per il periodo 1 gennaio 2013 -25 marzo 2014, relative ad unità immobiliare di sua proprietà e della quale aveva tuttavia mantenuto illegittimamente il possesso l’ex moglie dell’attore, dopo la separazione coniugale avvenuta nel 2005. D.E. dedusse che solo a seguito del passaggio in giudicato della sentenza resa in una controversia instaurata con l’ex moglie Z.A. egli aveva visto riconosciuta in suo favore la piena proprietà dell’appartamento, del resto rilasciato dall’ex coniuge soltanto in data 25 marzo 2014, allorchè il ricorrente recuperò la disponibilità del bene in via esecutiva. Il Tribunale di Firenze, giudice d’appello, ha confermato la pronuncia resa in primo grado dal Giudice di pace, definendo “incontestato” che l’avvocato D. fosse proprietario esclusivo dell’unità immobiliare compresa nel condominio, indipendentemente dal momento in cui ne avesse acquistato il possesso.

Il primo motivo di ricorso di D.E. deduce la “violazione da parte del condominio” degli artt. 101,112 e 113 c.p.c., degli artt. 1123, 1104, 1023, 1130 e 1130 bis, c.c., dell’art. 111 Cost. e dell’art. 640 c.p. Il motivo allega che, al contrario di quanto affermato dal Tribunale, fino al 25 marzo 2014 il D. “era solo un proprietario apparente” e che le spese condominiali dovevano perciò essere addebitate all’occupante Z.A..

Il secondo motivo del ricorso di D.E. denuncia la violazione dell’art. 156 c.p.c., commi 2 e 3, e degli artt. 167,359,161 e 112 c.p.c., avendo l’appellato Condominio richiesto la conferma della “sentenza 1025 resa dal Tribunale di Firenze”, senza peraltro indicare di quale affermazione della pronuncia di primo grado si domandasse la conferma.

Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 132 c.p.c., nn. 3 e 4, e dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non avendo il Tribunale di Firenze accolto le richieste istruttorie dell’appellante, in particolare inerenti all’esibizione delle ricevute dei pagamenti delle spese condominiali eseguiti da Z.A..

Il quarto motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 92 c.p.c., comma 2, dell’art. 132c.p.c. e dell’art. 350 c.p.c., n. 5, non avendo il Tribunale compensato le spese processuali nonostante “l’assoluta novità della questione”.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere dichiarato inammissibile, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 1), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Il ricorrente ha presentato memoria.

I motivi di ricorso possono esaminarsi congiuntamente per la loro connessione e si rivelano inammissibili per plurime ragioni. Non è osservato nel primo motivo il precetto contenuto nell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto, nel supporre un error in iudicando ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si indicano una moltitudine di disposizioni del codice civile, del codice di procedura civile e del codice penale violate, senza far seguire specifiche argomentazioni, intese motivatamente a dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbano ritenersi in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie.

Tutte le censure si basano su considerazioni rese in forma discorsiva, che propongono una valutazione delle risultanze di causa diversa da quella data nella sentenza impugnata.

Il primo motivo assume a proprio fondamento le vicende e gli esiti del giudizio intercorso tra l’avvocato D. e la propria ex coniuge Z.A., senza adempiere all’onere, imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di indicare specificamente quale fosse il contenuto delle domande e delle rispettive statuizioni oggetto di qual giudicato inter alios, che si vorrebbe opporre alla gestione condominiale.

Le prima censura è inammissibile anche ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1 (cfr. Cass., Sez. Un., 21/03/2017, n. 7155), avendo la sentenza impugnata deciso le questioni di diritto oggetto di lite in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte e non offrendo il ricorso argomenti per mutare orientamento. Si è infatti più volte affermato che in materia condominiale, quanto meno con riferimento alle azioni promosse dall’amministratore per la riscossione delle spese condominiali di competenza delle singole unità immobiliari di proprietà esclusiva, sono passivamente legittimati soltanto i rispettivi proprietari effettivi di dette unità, e non anche coloro che possano apparire tale, a nulla rilevando la reiterazione continuativa di comportamenti propri del condomino, nè sussistendo esigenze di tutela dell’affidamento di un terzo di buona fede nella relazione tra condominio e condomino (Cass. Sez. U, 08/04/2002, n. 5035; Cass. Sez. 2, 03/08/2007, n. 17039; Cass. Sez. 2, 25/01/2007, n. 1627). Neppure rileva, ai fini della legittimazione passiva rispetto alla pretesa dall’amministratore per la riscossione delle spese condominiali, l’allegazione, su cui insiste il ricorrente, che egli non avesse il possesso reale o di fatto dell’appartamento, in conseguenza della occupazione in atto del bene da parte dell’ex moglie.

Ciò evidenzia altresì la non decisività delle deduzioni istruttorie (circa i pagamenti comunque eseguiti dalla Z.) che il ricorrente lamenta trascurate dal giudice d’appello, deduzioni istruttorie, peraltro, ancora genericamente enunciate, non essendo specificato quando esse fossero state articolate davanti al Giudice di pace, prima della maturazione delle rispettive preclusioni.

La sentenza del Tribunale assume, inoltre, come “incontestato” che l’avvocato D. fosse il proprietario esclusivo dell’appartamento, e il ricorso non critica specificamente l’erronea applicazione del principio di non contestazione, indicando il contenuto degli atti difensivi del giudizio di merito che confutano l’integrazione di tale “non contestazione”.

E’ inammissibile il riferimento al vizio denunciabile in forza dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, essendo lo stesso relativo unicamente all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Il ricorrente non indica, nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, alcun “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, da cui esso risulti esistente, nè il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”.

E’ inammissibile l’invocazione della violazione dell’art. 112 c.p.c. basata sulla richiesta erronea dell’appellato di conferma della sentenza d’appello (anzichè, come scontato, di quella di primo grado), ovvero sulla mancata specificazione della statuizioni della prima sentenza che si vogliano confermate, essendo implicita nella costituzione dell’appellato, priva di gravame incidentale, l’istanza di rigetto dell’appello e perciò di conferma della sentenza di primo grado, e dovendo al più questi riproporre, ai sensi dell’art. 346 c.p.c., le sole domande ed eccezioni non accolte, in quanto rimaste assorbite; d’altro canto, la ratio del citato art. 112 c.p.c. è quella di garantire il contraddittorio, cioè di impedire che trovino accoglimento domande sulle quali controparte non sia stata in grado di difendersi.

Quanto all’ultimo motivo di ricorso, esso è comunque è inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, essendo uniforme l’orientamento di questa Corte secondo cui, in tema di spese processuali, la facoltà di disporne la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (da ultimo, Cass. Sez. 6 – 3, 26/04/2019, n. 11329).

Il ricorso va perciò dichiarato inammissibile. Non occorre provvedere in ordine alla regolamentazione delle spese processuali del giudizio di cassazione, atteso che l’intimato non ha svolto attività difensive.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater -, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 16 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2020

 

 

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