Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19988 del 27/09/2016

Cassazione civile sez. III, 27/09/2016, (ud. 17/05/2016, dep. 27/09/2016), n.18988

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21136/2013 proposto da:

D.P.L., (OMISSIS), D.P.R. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA POMPEO TROGO 21, presso lo studio

dell’avvocato STEFANIA CASANOVA, rappresentati e difesi

dall’avvocato MASSIMO BONI giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

M. COSTRUZIONI SRL, in persona del proprio rappresentante

legale p.t. M.A., elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA A. BERTOLONI 26-A, presso lo studio dell’avvocato MARIA GRAZIA

RULLI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARMINE

BEVILACQUA giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5172/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 11/02/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/05/2016 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA;

udito l’Avvocato MARIA GRAZIA RULLI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La società M. costruzioni convenne in giudizio D.P.R. e L. per ottenere la risoluzione del contratto, relativo un appezzamento di terreno agricolo di circa 210 ettari in comune di canino, sul quale insisteva una “zona addestramento cani enalcaccia”, debitamente autorizzata, per inadempimento oltre la condanna al rimborso della somma di Euro 29.996,35 a titolo di canoni e del risarcimento dei danni all’immagine. I convenuti si costituirono in giudizio opponendosi alla richieste e formulando domanda riconvcnzionale di risoluzione del contratto per inadempimento della società attrice, perchè vietava l’accesso ai tesserati dell’Enalcaccia per l’addestramento dei cani, con condanna al risarcimento del danno, oltre agli ulteriori danni derivati dalla mancata possibilità di chiedere il rinnovo della (OMISSIS) alla scadenza del (OMISSIS).

Il Tribunale di Viterbo con la sentenza numero 1148/2006 rigettò le domande formulate proposte da entrambe le parti.

2. La decisione è stata riformata dalla Corte d’Appello di Roma, con sentenza n. 5172 dell’11 febbraio 2013, che ha accolto l’appello principale della società M. ed ha respinto quella incidentale dei D.P.. La Corte ha ritenuto, a differenza del giudice di prime cure, che sulla base di documenti ammessi risultava che la società M. consentiva l’accesso ai tesserati Enalcaccia all’interno della zona concessa in affitto e che la revoca dell’autorizzazione non le poteva essere imputata.

3. Avverso tale decisione, D.P.L. e R. propongono ricorso in Cassazione sulla base di 4 motivi.

3.1 Resiste con controricorso la M. Costruzioni S.r.l..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

4.1. Con il primo motivo, i ricorrenti deducono “ex art. 360 c.p.c., n. 5: nullità della sentenza per omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della causa prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio”.

4.2. Con il secondo motivo, denunciano “ex art. 360 c.p.c., n. 5: nullità della sentenza per omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti”.

I ricorrenti con i primi due motivi sostengono che la Corte d’Appello non avrebbe correttamente valutato le risultanze probatorie, nè tantomeno motivato le conclusioni cui è giunta.

I motivi che possono essere congiuntamente esaminati perchè connessi sono inammissibili perchè la sentenza impugnata è stata depositata il 11 febbraio 2013.

Pertanto, nel giudizio in esame, trova applicazione, con riguardo ai motivi concernenti la denuncia di vizio di motivazione, l’art. 360 c.p.c., n. 5, come modificato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, applicabile ai ricorsi proposti avverso provvedimenti depositati successivamente alla sua entrata in vigore (11 settembre 2012).

Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 c.p.c., introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

Scompare, invece, nella nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata e, accanto al vizio di omissione (che pur cambia in buona misura d’ambito e di spessore), non sono più menzionati i vizi di insufficienza e contraddittorietà.

Al riguardo, si ricorda il principio affermato dalle Sezioni Unite secondo cui la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5) “deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (cfr. Cass. civ Sez. Unite, 22/09/2014, n. 19881).

Alla luce dell’enunciato principio, risulta che i ricorrenti, denunciando il vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, non hanno rispettato i limiti di deducibilità del vizio motivazionale imposti dalla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 6, n. 5.

4.3. Con il terzo motivo, i ricorrenti lamentano “ex art. 360 c.p.c., n. 5: nullità della sentenza per assenza di motivazione in merito al presunto possesso in capo a terzi dei libretti in questione e per violazione o errata applicazione dell’art. 437 c.p.c., comma 2”.

Con il terzo i ricorrenti lamentano la mancanza di prova che i libretti delle ricevute, che dimostravano l’accesso dei tesserati enalcaccia sul terreno, fossero in possesso di terzi e non della società. Inoltre si dolgono che il provvedimento che aveva negato in primo grado l’acquisizione di tali ricevute non fosse mai stato impugnato dalla M.. Anche questo motivo è infondato. A parte quanto già sopra detto per il terzo motivo impugnato in modo erroneo, in ogni caso i ricorrenti espongono una serie di questioni di fatto tendenti ad ottenere dalla Corte di legittimità una nuova e diversa valutazione del merito della controversia (Cass. 7921/2011). Inoltre il giudice dell’appello non è incorso in nessuna violazione perchè il combinato disposto dell’art. 416 c.p.c., comma 3 e dell’art. 437 c.p.c., comma 2, deve essere interpretato nel senso che nel rito del lavoro, applicabile, ai sensi dell’art. 447-bis c.p.c., anche alla controversia locataria, l’omessa indicazione nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, ovvero nella memoria difensiva del convenuto, dei documenti, nonchè il loro mancato deposito unitamente a detti atti, anche se in questi espressamente indicati, determinano la decadenza dal diritto alla produzione dei documenti stessi, con impossibilità della sua reviviscenza in un successivo grado di giudizio, evidenziandosi, però, che, in materia, deve comunque tenersi conto del potere istruttorio d’ufficio del giudice di cui all’art. 421 c.p.c. (e, in appello, previsto dall’art. 437 c.p.c., comma 2), onde la suddetta preclusione (riguardante sia le prove costituende che quelle precostituite) può essere superata solo nel caso in cui il giudice del rito del lavoro, sulla base di un potere discrezionale, non valutabile in sede di legittimità, ritenga tali mezzi di prova, non indicati dalle parti tempestivamente, comunque ammissibili perchè rilevanti ed indispensabili ai fini della decisione nel giudizio di secondo grado (Cass. n. 6188/2009). Ed è appunto quello che è avvenuto nel caso di specie.

4.4. Con il quarto motivo, si dolgono “ex art. 360 c.p.c., n. 4: nullità della sentenza per mancata applicazione dell’art. 157 c.p.c., comma 2”. Lamentano che la sentenza non motiva in merito al presunto possesso in capo a terzi dei libretti di cui si discute. Anche tale motivo è infondato. La censura è eccentrica e non coglie nel segno, infatti, non può essere ricondotta alla previsione normativa contenuta dall’art. 157 c.p.c., dal momento che il provvedimento del giudice che negava l’acquisizione del libretto delle ricevute non può essere nullo ma al più sarebbe errato sotto il profilo della sua complessiva valutazione.

5. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

la Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 3.800,00 di cui 200 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13 , comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2016

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