Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19969 del 23/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 23/09/2020, (ud. 03/06/2020, dep. 23/09/2020), n.19969

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSENTINO Antonello – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4586-2019 proposto da:

C.C.M., elettivamente domiciliato in Roma, Via Flaminia

133, presso lo studio dell’avvocato Simone Cadeddu, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Franco Zumerle;

– ricorrente –

contro

CA.CA., elettivamente domiciliato in Roma, Via Appia Nuova

37/A, presso lo studio dell’avvocato Antonio Canini, rappresentato e

difeso dagli avvocati Simone Morabito, Amedeo Rosboch;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2005/2018 della Corte d’appello di Torino,

depositata il 21/11/2018 e notificata il 28/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/03/2020 dal Consigliere Annamaria Casadonte.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– il presente giudizio trae origine dalla domanda di declaratoria di intervenuta decadenza di parte acquirente dalla garanzia di cui all’art. 1495 c.c. e di conseguente infondatezza del credito della stessa alla restituzione del prezzo in relazione all’asserita falsità di alcuni quadri attribuiti al pittore D.B. e venduti da Ca.Ca. a C.C.M.;

– il suddetto giudizio di accertamento negativo veniva introdotto dal venditore avanti al Tribunale di Torino ed ad esso faceva seguito un secondo giudizio instaurato dall’acquirente C. avanti al Tribunale di Verona per la restituzione del prezzo percepito per la vendita ed il risarcimento dei danni;

– nell’ambito del tentativo di conciliazione svolto ai sensi dell’art. 185 c.p.c. davanti al tribunale scaligero, le parti raggiungevano un accordo e, in particolare, convenivano la restituzione dei quadri al Ca. e del prezzo corrisposto al C.;

– tale accordo aveva rilevanza anche nel contenzioso instaurato avanti al Tribunale di Torino sicchè nel giudizio ivi instaurato dal venditore veniva dichiarata la cessazione della materia del contendere fra le parti e la compensazione integrale delle spese di lite;

– avverso detta pronuncia l’acquirente C. proponeva gravame ritenendola erronea nella parte in cui aveva statuito l’integrale compensazione delle spese di lite;

– la Corte d’appello di Torino ha rigettato il gravame;

– la cassazione della pronuncia d’appello è chiesta dal C. sulla base di due motivi, cui resiste con tempestivo controricorso Ca.Ca., illustrato anche da memoria ex art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 91 c.p.c. per avere la sentenza impugnata erroneamente ritenuto che quella intervenuta avanti al Tribunale di Verona fosse una transazione ai sensi dell’art. 1965 c.c. volta a definire anche il contenzioso pendente avanti al Tribunale di Torino e che detto accordo, non prevedendo nulla sulle spese, non integrasse la condizione di cui all’inciso dell’art. 92 c.p.c., comma 3, “salvo che le parti stesse abbiano diversamente convenuto nel processo verbale di conciliazione” sicchè sarebbe stata giustificata la compensazione delle spese;

– il motivo è manifestamente infondato giacchè la causa petendi e cioè il rapporto giuridico posto a fondamento della causa torinese è il medesimo di quello della causa veronese ossia la vendita di quadri di un certo pittore dei quali si era scoperta la falsità;

– l’accordo intervenuto fra le parti per la restituzione dei quadri e del corrispettivo versato comportava legittimamente la definizione sostanziale di esso, con conseguente cessazione della materia del contendere in entrambi i processi, soprattutto in considerazione del fatto che le pretese dell’acquirente ben avrebbero potuto essere da costui svolte in via riconvenzionale nel simultaneus processus a Torino;

– pertanto, la corte torinese ha legittimamente statuito sulla cessazione della materia del contendere facendo applicazione in relazione alle spese della fattispecie dell’art. 92 c.p.c., comma 3 ed appare frutto di un’interpretazione priva di fondamento giuridico quella invocata dal ricorrente per sostenere che le parti avevano inteso regolare distintamente ed autonomamente le spese dei due giudizi (cfr. pag. 13 del ricorso);

– con il secondo motivo si censura, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 92 c.p.c., comma 3, per avere la sentenza impugnata erroneamente ritenuto che le parti nulla abbiano convenuto sulle spese di lite (cfr. pag. 5 terzo capoverso, della sentenza);

– il motivo è manifestamente infondato;

– nell’accordo transattivo del 30 maggio 2017 le parti hanno espressamente stabilito “Per quanto riguarda le spese di lite chiedono che le stesse siano accertate in giudizio”;

– tale previsione, inserita nell’ambito di un accordo che la corte territoriale ha qualificato quale transazione, contenente reciproche rinunce e concessioni, è stata interpretata dalla Corte di merito come mancante di una specifica regolazione delle spese, sia nel senso della mancata indicazione del richiamo al generale principio della soccombenza virtuale sia nel senso della mancanza di alcuna quantificazione delle stesse e ciò ha giustificato l’applicazione dell’art. 92 c.p.c., comma 3, che viene contestata dal ricorrente C.;

– il ricorrente svolge, però, una critica all’ermeneutica negoziale operata dalla corte d’appello – peraltro, conforme a quella operata da altri tre giudici di merito e cioè il Tribunale di Torino, quello di Verona nonchè la Corte d’appello di Venezia;

– non censurabile in cassazione se non con la denuncia della violazione delle regole di esegesi negoziale (cfr. Cass. 2074/2002; 2465/2015; 10891/2016);

– l’omessa denuncia di alcun canone interpretativo rende, pertanto, inammissibile la censura;

– l’esito sfavorevole di entrambi i motivi comporta il rigetto del ricorso;

– in applicazione del principio di soccombenza, parte ricorrente va condannata alla rifusione delle spese di lite nella misura liquidata in dispositivo;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite a favore del controricorrente che liquida in Euro 2500,00 per compensi oltre Euro 200,00 per esborsi, oltre 15% per rimborso spese generali ed oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso a Roma, nella camera di consiglio della Sesta sezione civile-2, il 3 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2020

 

 

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