Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19967 del 13/07/2021

Cassazione civile sez. lav., 13/07/2021, (ud. 19/11/2020, dep. 13/07/2021), n.19967

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26992-2018 proposto da:

M.G., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIOVANNA COGO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA MAZZINI 27,

presso lo studio dell’avvocato TRIFIRO’ SALVATORE, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2085/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 21/12/2017 R.G.N. 1067/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/11/2020 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

Con sentenza 28/11/2006 la Corte d’appello di Milano rigettava l’impugnazione proposta dalla società Poste Italiane s.p.a. avverso la sentenza con la quale il giudice di primo grado aveva accertato la nullità dell’apposizione del termine ai contratti stipulati – in relazione ai periodi 10/12/1999-31/1/2000 e 4/7/2000-30/9/2000 – dalla società Poste – con M.G., e condannato la società convenuta alla riammissione in servizio del lavoratore ed al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni maturate dalla data di messa in mora.

La Corte di Cassazione, con. sentenza n. 1991 del 2012, pronunziando sull’impugnazione della società Poste Italiane accoglieva il motivo con il quale la società aveva denunziato la omessa pronunzia del giudice di secondo grado, sul motivo di appello con il quale era stata riproposta la eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso disattesa dal giudice di prime cure e rinviava il procedimento alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione.

La Corte distrettuale, quale giudice del rinvio, rigettava la domanda del lavoratore ritenendo il rapporto estinto per mutuo consenso.

Con sentenza n. 711 del 18/1/2016 questa Corte cassava detta pronuncia per non conformità ai principi consolidati in tema di risoluzione del rapporto per mutuo consenso, secondo i quali la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, gravando sul datore di lavoro che eccepisca tale risoluzione l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere definitivamente fine a ogni rapporto di lavoro.

Riassunto il giudizio dal M. innanzi alla Corte d’Appello di Milano e ritualmente instaurato il contraddittorio con la società Poste Italiane, l’adita Corte dichiarava la nullità del termine apposto ai contratti stipulati in data 10/12/1999 e 4/7/2000; condannava la società al pagamento di un’indennità risarcitoria L. n. 183 del 2010, ex art. 32 nella misura di dieci mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto; condannava il M. a restituire le eventuali maggiori somme’ percepite in esecuzione della sentenza di primo grado; confermava la liquidazione delle spese posta in essere dal Tribunale di Milano n. 1583/2004 e dalla Corte d’Appello di Milano n. 852/2006; compensava le spese del giudizio svolto innanzi alla Corte di Cassazione (sentenza n. 1991/2012) ed al successivo giudizio svolto innanzi alla Corte d’Appello di Milano (Sentenza n. 1268/2013); condannava la società al pagamento delle spese del giudizio di rinvio liquidate in Euro 3.300,00 e di quello svoltosi in sede di legittimità, nella misura di Euro 2.200,00.

Avverso tale decisione M.G. interpone ricorso per cassazione sostenuto da quattro motivi successivamente illustrati da memoria ex art. 380 bis c.p.c.

Resiste con controricorso la parte intimata che a propria volta, ha depositato memoria illustrativa.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 414 c.p.c., L. n. 230 del 1962, art. 2 dell’art. 2099 c.c. e L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5 in relazione all’art. 350 c.p.c., comma 1, n. 4.

Si premette che la società aveva licenziato il ricorrente per giustificato motivo oggettivo in data 23/9/2004 e si deduce che, sulla base di questa circostanza e dell’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010, art. 32 il ricorrente, ai sensi dell’art. 7 di detta norma, aveva modificato la domanda iniziale chiedendo condannarsi la società al pagamento dell’indennità L. n. 183 del 2010, ex art. 32 nella misura massima di 12 mensilità ed al pagamento delle retribuzioni maturate dalla sentenza di primo grado (14/5/2004) alla data di risoluzione del rapporto (23/9/2004).

Si lamenta che su tale domanda la Corte distrettuale abbia omesso di pronunciarsi.

2. Il secondo motivo prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 2099 c.c. e L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si deduce che l’indennità sanzionatoria prevista dalla citata disposizione della L. n. 183 del 2010 copre solo il periodo intermedio compreso fra la scadenza del termine illegittimo e la sentenza che ne accerta la nullità, fermo restando il diritto del lavoratore a percepire tutte le retribuzioni maturate. da tale sentenza fino al concreto ripristino del rapporto.

Si osserva pertanto che, a prescindere dalla proposizione della specifica domanda, il giudice del gravame avrebbe dovuto condannare Poste Italiane al pagamento delle retribuzioni maturate dalla data di conversione del rapporto.

3. Il secondo motivo che, per la ragione più liquida (ex multis vedi Cass. 9/1/2019 n. 363) va esaminato con priorità, è fondato e meritevole di accoglimento per le ragioni di seguito esposte.

Secondo i principi affermati da questa Corte in tema di contratti di lavoro a tempo determinato – ai quali va data continuità – la sentenza che accerta la nullità della clausola appositiva del termine e ordina la ricostituzione del rapporto illegittimamente inte’rrotto, cui è connesso l’obbligo del datore di riammettere in servizio il lavoratore, ha natura dichiarativa e non costitutiva; ne consegue che la conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato opera con effetto “ex tunc” dalla illegittima stipulazione del contratto a termine, mentre l’indennità di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e contributive, per il periodo fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice abbia ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro (vedi ò per tutte Cass. 26/3/2019 n. 8385).

Occorre muovere al riguardo dalla considerazione – già più volte espressa da questa Corte (v. tra le altre, Cass. n. 14461 del 2015, Cass. n. 14996 del 2012) – che la sentenza della Corte Costituzionale n. 303/2011, interpretando la norma della L. n. 183 del 2010, art. 32, ha avuto modo di chiarire che essa “non si limita a forfetizzare il risarcimento del danno dovuto al lavoratore illegittimamente assunto a termine, ma, innanzitutto, assicura a quest’ultimo l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato”; il danno forfetizzato dall’indennità prevista dalla norma “copre soltanto il periodo cosiddetto intermedio, quello, cioè, che corre dalla scadenza del termine fino alla sentenza che accerta la nullità di esso e dichiara la conversione del rapporto”, con la conseguenza che a partire da tale sentenza “e’ da ritenere che il datore di lavoro sia indefettibilmente obbligato a riammettere in servizio il lavoratore e a corrispondergli, in ogni caso, le retribuzioni dovute, anche in ipotesi di mancata riammissione effettiva”, altrimenti risultando “completamente svuotata la tutela fondamentale della conversione del rapporto in lavoro a tempo indeterminato” (così ancora Corte Cost. n. 303 del 2011, successivamente richiamata da C. Cost. 8/7/2014 n. 226).

Nell’ottica descritta si impone l’evidenza che la statuizione oggetto di critica sia incorsa nello stigma della violazione della surrichiamata disposizione, secondo l’interpretazione resa dai Giudici delle leggi e recepita dalla giurisprudenza di legittimità, ed anche a prescindere dalla formulazione della domanda (pur ritualmente al riguardo formulata), considerato che, come di recente ribadito da questa Corte (vedi in motivazione Cass. 16/7/2020 n. 15208), l’applicazione dello ius superveniens non consente di ritenere assorbita la questione attinente alla spettanza delle retribuzioni maturate dopo la sentenza di conversione del rapporto, in relazione alla quale è richiesta una specifica statuizione.

4. Il terzo motivo concerne violazione e falsa applicazione d3ella L. n. 794 del 2012, art. 24 degli artt. 1, 4, 5, 6 tariffe forensi allegate al D.M. n. 585 del 1994 e D.M. n. 127 del 2004 nonché della L. n. 247 del 2012, art. 9 e del D.M. n. 55 del 2014, artt. 2,4,5 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Ci si duole che la Corte di merito abbia confermato la liquidazione delle spese relative al giudizio di primo e secondo grado liquidate in modo unitario e nella misura rispettivamente, di Euro 1.500,00 e di Euro 650,00, nonché le spese del giudizio di cassazione, non consentendo un controllo sulla correttezza della liquidazione stessa e sulla conformità ai tariffari applicabili.

Si deduce che gli importi liquidati non sono conformi né ai minimi tariffari previsti per diritti ed onorari dal D.M. n. 585 del 2004, né ai parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014.

5. Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. nonché motivazione apparente, mancante o illogica in relazione ad un fatto rilevante ai fini del giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Si critica la sentenza impugnata per avere disposto la compensazione delle spese nel giudizio di rinvio senza motivazione. Si deduce che tale giudizio non dà luogo ad un nuovo procedimento ma rappresenta una fase ulteriore di quello originario, da ritenersi unico ed unitario e sottoposto alla legge processuale vigente al momento di introduzione del processo di primo ò grado. (l’art. 92 c.p.c. all’epoca prevedeva la possibilità di compensare le spese di lite in caso di reciproca soccombenza o ricorrendo giusti motivi).

6. Detti motivi restano assorbiti sotto il profilo logico-giuridico, dall’accoglimento del secondo motivo di ricorso.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di spese processuali, il principio in base al quale la cassazione con rinvio anche di un solo capo di una sentenza d’appello si estende alla statuizione relativa alle spese processuali – con la conseguenza che il giudice di rinvio, se riforma la sentenza di primo grado, ha il potere di rinnovare totalmente la regolamentazione successiva delle spese del processo – trova applicazione anche in caso di cassazione della sentenza pronunciata dal giudice di rinvio: in tale ipotesi, ogni censura che sia proposta in sede di legittimità contro la disciplina delle spese data dal giudice di rinvio resta assorbita dall’accoglimento della censura sul merito della relativa decisione, con la conseguenza che il giudice che deve decidere sulla questione accolta con la cassazione della sentenza impugnata è tenuto a pronunciarsi anche sulle predette spese (Cass. 24/10/2003 n. 15998); tanto in virtù del principio del cd. effetto espansivo, previsto dall’art. 336 c.p.c., comma 1, (vedi Cass. 3/10/2005 n. 19305).

In definitiva, alla luce delle superiori argomentazioni, il ricorso va accolto entro i descritti limiti, la pronuncia impugnata va cassata e rimessa in sede di rinvio alla Corte distrettuale designata in dispositivo che si atterrà al principio di diritto sopra enunciato provvedendo anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Brescia cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 19 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 luglio 2021

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