Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19965 del 23/09/2020

Cassazione civile sez. II, 23/09/2020, (ud. 06/02/2020, dep. 23/09/2020), n.19965

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20230-2019 proposto da:

S.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIULIO

CESARE n. 71, presso lo studio dell’avvocato PATRIZIA DEL NOSTRO,

rappresentato e difeso dall’avvocato GUGLIELMO PISPISA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI n. 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MESSINA, depositata il

16/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/02/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con provvedimento notificato l’11.10.2018 la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Palermo respingeva l’istanza del ricorrente, volta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale od umanitaria, ritenendo non credibile a storia riferita dal richiedente ed insussistenti i presupposti per il riconoscimento dell’invocata tutela. Con il decreto oggi impugnato il Tribunale di Messina respingeva il ricorso avverso il predetto provvedimento di rigetto.

Propone ricorso per la cassazione della decisione di rigetto S.S. affidandosi ad un unico motivo.

Resiste con controricorso il Ministero dell’Interno.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27 e art. 46 della Direttiva n. 2013/32/UE, nonchè il difetto di motivazione, perchè il Tribunale avrebbe omesso di svolgere una indagine sulle condizioni interne del Paese di provenienza del richiedente la protezione.

La censura è inammissibile. Pur dovendosi rilevare il contrasto logico del passaggio della motivazione del decreto impugnato, che prima esclude la sussistenza del rischio di persecuzione per motivi religiosi, e subito dopo afferma che l’episodio riferito dal S. si inquadra in uno “… scontro nato solo casualmente tra (OMISSIS) e (OMISSIS)…” (cfr. pag.9 del decreto impugnato), va evidenziato che il Tribunale messinese ricostruisce la condizione interna del (OMISSIS), Paese di provenienza del S., dando atto che esso è uno degli Stati più democratici dell’Africa e che, alla luce di una serie di fonti internazionali autorevoli e debitamente richiamate, non si segnalano situazioni di instabilità o violenza generalizzata. Rispetto a questa ricostruzione il ricorrente si limita a richiamare il rapporto Amnesty International 2017-2018 e una nota del Ministero Affari Esteri del 2012 (assai risalente nel tempo), che evidenziano la criticità del sistema carcerario (OMISSIS), senza tuttavia allegare alcun motivo specifico per cui detta criticità sarebbe rilevante ai fini dell’esame della sua richiesta di protezione internazionale. Il S., infatti, si limita ad affermare di temere, in caso di rientro in Patria, le ritorsioni dei familiari del ragazzo rimasto ucciso nei tafferugli interreligiosi in cui egli era rimasto coinvolto ovvero di dover subire un periodo di carcerazione, senza tuttavia allegare neppure l’esistenza di un procedimento penale, o di un ordine di cattura, a suo carico. Ne deriva la genericità della doglianza e la sua infondatezza, non apparendo la situazione carceraria del (OMISSIS) in alcun modo rilevante ai fini dell’esame della domanda di protezione internazionale proposta dal S..

In definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore del controricorrente delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100 oltre rimborso delle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile, il 6 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2020

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