Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19957 del 05/10/2016


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Cassazione civile sez. VI, 05/10/2016, (ud. 08/06/2016, dep. 05/10/2016), n.19957

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – rel. Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6542/2015 proposto da:

M.L., elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE PIETRA

PAPA 185, presso lo studio dell’avvocato SIMONA DONATI,

rappresentato e difeso dagli avvocati DANIELA MOCELLA e MARCO

MOCELLA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende per

legge;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 57174/10 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositato il 10/09/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza dell’8

giugno 2016 dal Presidente Dott. STEFANO PETITTI.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che con ricorso depositato il 21 luglio 2010 presso la Corte d’appello di Roma, M.L. chiedeva la condanna del Ministero della giustizia al pagamento dell’indennizzo per la irragionevole durata di un giudizio civile iniziato con la notifica di Decreto Ingiuntivo 9 maggio 2000, cui aveva fatto seguito l’opposizione notificata il 6 luglio 2000, e conclusosi con sentenza depositata il 26 gennaio 2010;

che l’adita Corte d’appello, rilevato che il giudizio aveva avuto una durata di nove anni, otto mesi, due settimane e tre giorni, riteneva che la durata irragionevole fosse di sei anni, otto mesi, due settimane e tre giorni; durata in relazione alla quale liquidava un indennizzo di Euro 3.700,00, ragguagliato a 500,00 Euro per i primi tre anni di ritardo e a 550,00 Euro per ciascuno degli anni successivi, in considerazione della limitata entità della posta in giuoco (credito di Euro 3.010,35);

che per la cassazione di questo decreto M.L. ha proposto ricorso sulla base di un motivo;

che il Ministero della giustizia ha resistito con controricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio ha deliberato l’adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza;

che con l’unico motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, dell’art. 6, par. 1, artt. 13, 32, 35 e 41 CEDU, degli artt. 1224, 2056 c.c., dell’art. 737 c.p.c. e dell’art. 111 Cost., comma 6 e art. 117 Cost., comma 1, nonchè omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti;

che il ricorrente si duole della esigua entità dell’indennizzo liquidato, inferiore a quella ordinaria di 750,00 Euro per i primi tre anni e di 1.000,00 Euro per ciascuno degli anni successivi;

che il ricorso è infondato;

che questa Corte ha già avuto modo di chiarire chc, se è vero che il giudice nazionale deve, in linea di principio, uniformarsi ai criteri di liquidazione elaborati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (secondo cui, data l’esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattiva di un danno e non indebitamente lucrativa, la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo, in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, e non inferiore a Euro 1.000,00 per quelli successivi), permane, tuttavia, in capo allo stesso giudice, il potere di discostarsene, in misura ragionevole, qualora, avuto riguardo alle peculiarità della singola fattispecie, ravvisi elementi concreti di positiva smentita di detti criteri, dei quali deve dar conto in motivazione (Cass. n. 18617 del 2001; Cass. n. 17922 del 2010);

che in una recente pronuncia (Cass. n. 18332 del 2015), questa Corte ha ritenuto che i principi affermati, alla luce anche delle indicazioni provenienti dalla Corte europea, debbano però essere integrati con gli ulteriori approdi della giurisprudenza di questa Corte, la quale ha affermato, in via generale, che “in tema di equa riparazione, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, il giudice, nel determinare la quantificazione del danno non patrimoniale subito per ogni anno di ritardo, può scendere al di sotto del livello di “soglia minima” là dove, in considerazione del carattere bagatellare o irrisorio della pretesa patrimoniale azionata nel processo presupposto, parametrata anche sulla condizione sociale e personale del richiedente, l’accoglimento della pretesa azionata renderebbe il risarcimento del danno non patrimoniale del tutto sproporzionato rispetto alla reale entità del pregiudizio sofferto” (Cass. n. 12937 del 2012);

che questa Corte, inoltre, dopo aver rilevato che, con riguardo alla liquidazione dell’indennizzo da irragionevole durata dei giudizi amministrativi, sulla base dei criteri elaborati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (decisioni Volta et autres c. Italia, del 16 marzo 2010 e Falco et autres c. Italia, del 6 aprile 2010), si era ritenuto (Cass., 18 giugno 2010, n. 14753; Cass., 10 febbraio 2011, n. 3271; Cass., 13 aprile 2012, n. 5914), che fosse possibile liquidare un indennizzo pari a 500,00 Euro per anno di ritardo, ha ulteriormente affermato che, per l’indicata tipologia di giudizi, il criterio di 500,00 Euro per anno costituisce l’adeguato indennizzo per la violazione della ragionevole durata del processo e che da esso il giudice del merito possa discostarsi con adeguata motivazione, evidenziando le specificità del caso, con riguardo sia alla natura e alla rilevanza dell’oggetto del giudizio, sia al comportamento processuale delle parti (Cass. n. 20617 del 2014; Cass. n. 20862 del 2014; Cass. n. 5912 del 2015);

che, alla luce di questo approdo, deve quindi ritenersi che, già prima delle modificazioni apportate alla L. n. 89 del 2001, dal D.L. n. 83 del 2012, e segnatamente di quella relativa ai criteri di liquidazione del danno, l’importo di 500,00 Euro per anno di ritardo fosse del tutto idoneo ad assicurare un adeguato ristoro del pregiudizio sofferto per la irragionevole durata di un processo;

che, dunque, la non contestata esiguità della posta in gioco ben può costituire indizio di una significativa riduzione del paterna d’animo derivante dalla pendenza del giudizio presupposto e quindi ragione giustificatrice della riduzione degli ordinari criteri di liquidazione dell’indennizzo da irragionevole durata;

che, in conclusione, il ricorso va rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, in applicazione del principio di soccombenza;

che, risultando dagli atti del giudizio che il procedimento in esame è considerato esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui del T.U. approvato con il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 800,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, della Corte Suprema di Cassazione, il 8 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 ottobre 2016

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