Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1993 del 25/01/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. VI, 25/01/2017, (ud. 17/11/2016, dep.25/01/2017),  n. 1993

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27049/2015 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA POGGIO

MOIANO, 34/C, presso lo studio dell’avvocato LETIZIA NAPOLITANO,

rappresentata e difesa dall’avvocato STANISLAO GIAMMARINO, giusta

procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

BANCO DI NAPOLI S.P.A. (già Sanpaolo di Napoli S.p.A.), in persona

del Direttore Generale e legale rappresentante, elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA DALMAZIA 10, presso il Dott. ALFONSO

MENNA, rappresentato e difeso dagli avvocati ALESSANDRO PASCA e

FILIBERTO PASCA, in virtù di procura speciale in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e contro

S.L.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 441/2015 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

emessa il 15/05/2015 e depositata il 30/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ENZO VINCENTI;

udito l’Avvocato Stanislao Giammarino, per la ricorrente, che si

riporta agli scritti.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che il consigliere designato ha depositato, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., la seguente relazione:

“1. – Con sentenza resa pubblica il 27 aprile 2015, la Corte di appello Salerno rigettava l’impugnazione proposta da C.A. avverso la decisione del Tribunale della medesima Città che aveva accolto la domanda, proposta dal San Paolo Banco di Napoli S.p.A., di revoca, ai sensi dell’art. 2901 c.c., dell’atto di costituzione del fondo patrimoniale – intercorso, nel giugno 2004, fra la stessa C. ed il proprio coniuge S.L. – a tutela del credito che l’Istituto bancario vantava nei confronti di quest’ultimo in fora di scoperti di conto corrente.

2. – Per la cassazione di tale sentenza ricorre C.A. sulla base di due motivi, cui resiste il Banco di Napoli S.p.A. San Paolo Banco di Napoli S.p.A.), mentre non ha svolto attività difensiva in questa sede l’intimato S.L..

3. – Con il primo ineuo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 167 e 2901 c.c., nonchè dedotta “motivazione apparente ed illogica su un punto decisivo della controversia”.

3.1. – Il motivo è in parte infondato e in parte inammissibile.

3.1.1. – E’ infondato là dove assume l’erroneità della sentenza impugnata nell’aver ritenuto l’atto dispositivo successivo al sorgere del credito, il quale al momento della costituzione del fondo patrimoniale era indicato solo in una c.t.u. espletata in corso di giudizio e non già liquidato dalla sentenza ad esso relativa, pronunciata solo successivamente alla predetta costituzione.

E, difatti, principio consolidato quello per cui l’art. 2901 c.c., ha accolto una nozione lata di credito, comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza dei normali requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità, sicchè anche il credito eventuale, nella veste di credito litigioso, è idoneo a determinare – sia che si tratti di un credito di fonte contrattuale oggetto di contestazione in separato giudizio sia che si tratti di credito risarcitorio da fatto illecito – l’insorgere della qualità di creditore che abilita all’esperimento dell’azione revocatoria ordinaria avverso l’atto di diiposizione compiuto dal debitore (tra le altre, Cass., 22 marzo 2016, n. 5619).

3.1.2. – E’ parimenti infondato là dove si assume l’onerosità dell’atto di costituzione del fondo patrimoniale, che, invece, anche se compiuto da entrambi i coniugi, è da ritenersi – per giurisprudenza consolidata – un atto a titolo gratuito, soggetto ad azione revocatoria ai sensi dell’art. 2901 c.c., comma 1, n. 1), se sussiste la conoscenza del pregiudizio arrecato ai creditori (tra le tante, Cass., 7 ottobre 2008, n. 24757; Cass., 10 febbraio 2015, n. 2530).

Peraltro, una siffatta doglianza sarebbe comunque inammissibile, non avendo la ricorrente specificato e localizzato, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, se, dove e quando abbia allegato e dedotto la circostanza dell’onerosità della costituzione del fondo, con il relativo corredo di allegazioni a sostegno, nel corso giudizio di merito.

3.1.3. – E’ inammissibile quanto alle ulteriori restanti censure.

Posta, infatti, l’inconferenza (del resto assunta dalla stessa ricorrente) del rilievo sul momento in cui, ai sensi dell’art. 167 c.c., comma 3, è consentita la costituzione del fondo patrimoniale, le censure si rivolgono essenzialmente contro gli apprezzamenti della Corte territoriale in ordine alla sussistenza dell’eventus damni e della scientia damni, ossia sui presupposti dell’azione revocatoria ex art. 2901 c.c., il cui accertamento è quaestio facti rimessa esclusivamente al giudice di merito, sen.za che neppure venga dedotto l’omesso esame di fatti storici decisivi, adducendosi soltanto aporie della motivazione (non più veicolabili come vizi ai sensi del vigente dell’art. 360 c.p.c., n. 5: Cass., sent. un., 7 aprile 2014, n. 8053) o l’apparenza della stessa, che non è dato però affatto riscontrare, in quanto risulta pienamente intelligibile il relativo sviluppo agomentativo.

4. – Con il secondo mero è dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., nonchè “insufficiente e contraddittoria motiva ione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”.

Ci si duole che non sia stata disposto la compensazione, anche parziale, delle spese di lite, nonostante il parziale accoglimento della domanda attorea e “la posizione della sig.ra C.”.

4.1. – Il motivo è infondato alla luce del principio per cui, in tema di spese processuali, il sindacato della Corte di Cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa; pertanto, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi (tra le altre, Cass., 19 giugno 2013, n. 15317). E ciò senza tener conto dell’inammissibilità stessa della doglianza, che non coglie l’effettività della domanda avanzata originariamente dalla Banca (trascritta, nelle conclusioni, in ricorso), che si articola in via alternativa tra la istanza di simulazione e quella di revocatoria.

5. – Sussistendone i presupposti, ai sensi degli artt. 375, 376 e 380-bis c.p.c., il ricorso può, dunque, essere avviato alla trattazione camerale, per essere ivi rigettato”;

che la relazione ex art. 380-bis c.p.c., ed il decreto di fissazione dell’adunanza della Corte in Camera di consiglio sono stati notificati ai difensori delle parti;

che la ricorrente ha depositato memoria in prossimità di detta adunanza;

che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio condivide la proposta di definizione contenuta nella relazione ex art. 380-bis c.p.c.;

che le considerazioni svolte con la memoria sul primo motivo non colgono nel segno, giacchè è richiamato come precedente Cass. n. 1014/2001 (che ha escluso l’esperibilità dell’azione revocatoria a tutela di un credito litigioso), che è stato superato già da Cass., sez. un., n. 9440/2004 e tale condivisibile orientamento si è successivamente consolidato;

che, per il resto, la memoria nulla aggiunge alle argomentazioni sviluppate in ricorso (dovendosi, altresì, osservare, quanto alla prospettata violazione dell’art. 91 c.p.c., che, rispetto ad essa, è profilo del tutto diverso – e nella specie non pertinente – quello dell’effetto espansivo della cassazione sulla regolamentazione delle spese legali);

che, pertanto, il ricorso va rigettato e la ricorrente deve essere condannata al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri introdotti dal D.M. n. 55 del 2014;

che nulla è da disporsi in punto di regolamentazione di dette spese nei confronti dell’intimato che non ha svolto attività difensiva in questa sede.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso;

condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida, in favore della parte controricorrente, in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, della Corte Suprema di Cassazione, il 17 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA