Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19927 del 10/08/2017


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Cassazione civile, sez. I, 10/08/2017, (ud. 21/02/2017, dep.10/08/2017),  n. 19927

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 19618/2013 R.G. proposto da:

(OMISSIS) S.p.a., in persona dell’amministratore unico p.t.

M.S., rappresentata e difesa dagli Avv. Agostino Caridà, Alessio

Colistra e Vincenzo Trungadi, con domicilio eletto in Roma, piazza

Sabazio, n. 31, presso lo studio dell’Avv. Debora Colloca;

– ricorrente –

contro

Fallimento della (OMISSIS) S.p.a., in persona dei curatori p.t.

F.C. e C.F., rappresentato e difeso dall’Avv. Vincenzo

Caridi, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in

Roma, via C. Beccaria, n. 88;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro depositata il

22 luglio 2013;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 21 febbraio 2017

dal Consigliere Dott. Mercolino Guido;

uditi gli Avv. Agostino Caridà e Vincenzo Caridi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

generale SOLDI ANNA MARIA, che ha concluso chiedendo il rigetto del

ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza del 22 luglio 2013, la Corte d’appello di Catanzaro ha rigettato il reclamo proposto dalla (OMISSIS) S.p.a. avverso la sentenza del 12 novembre 2012, con cui il Tribunale di Vibo Valentia aveva dichiarato il fallimento della reclamante, su istanza del Pubblico Ministero.

A fondamento della decisione, la Corte ha innanzitutto escluso che il Tribunale fosse incorso in omessa pronuncia per non aver dichiarato l’improcedibilità dell’istanza di fallimento proposta dalla B.I.G. S.r.l., rilevando che, a seguito della rinuncia della stessa, il procedimento era proseguito per impulso del Pubblico Ministero. Ha ritenuto inoltre che la segnalazione a quest’ultimo trasmessa a seguito di un precedente procedimento conclusosi con la desistenza dell’istante non comportasse alcun vulnus per l’imparzialità e la terzietà del Giudice chiamato a decidere, escludendo pertanto che lo stesso avesse l’obbligo di astenersi. Premesso poi che la legittimazione ad effettuare la segnalazione prevista del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 7, n. 2, non spetta esclusivamente al collegio, non trattandosi di un atto a contenuto decisorio, ma di un atto meramente informativo, ha ritenuto insussistente la lamentata discrasia cronologica tra lo stesso e la decisione del precedente procedimento, osservando comunque che la predetta disposizione non pone limiti temporali alla segnalazione. Ha aggiunto che l’istanza del Pubblico Ministero poteva ritenersi legittimamente avanzata anche ai sensi della L.Fall. art. 7, n. 1, a seguito delle informazioni acquisite nello ambito di un procedimento penale coinvolgente la società debitrice, nei confronti del cui amministratore erano state denunciate condotte distrattive che avevano causato difficoltà finanziarie alla società.

La Corte ha altresì escluso la nullità del procedimento per il mancato rilascio della delega alla trattazione dell’istruttoria prefallimentare, osservando che della L.Fall. art. 15, comma 6, non prescrive a tal fine forme particolari, e ritenendo pertanto valida una delega rilasciata mediante l’assegnazione del fascicolo al giudice tabellarmente delegato ai fallimenti, indicato quale relatore nella sentenza di fallimento, previo assolvimento delle formalità di competenza della cancelleria. Ha comunque affermato che, in assenza di un’espressa sanzione, la mancanza della delega scritta si traduceva non già in un vizio di costituzione del giudice, ma in una mera irregolarità, che non determinava alcuna nullità. Ha ritenuto altresì valida, ai sensi dell’art. 151 c.p.c., la notificazione dell’istanza di fallimento e del decreto di convocazione effettuata a mezzo della Guardia di Finanza, osservando che il Pubblico Ministero era stato espressamente autorizzato ad avvalersi della Polizia Giudiziaria, con modalità giustificate dalla sua qualità di parte pubblica e dalle esigenze di tempestività proprie delle funzioni da esso esercitate. Ha comunque rilevato che il difetto di autorizzazione non determinava l’inesistenza, ma la nullità della notifica, la quale aveva raggiunto il suo scopo, essendo stata effettuata a mani del legale rappresentante della società, che aveva regolarmente partecipato all’istruttoria prefallimentare. Ha ritenuto infine inammissibili, per difetto d’interesse, le censure di violazione del diritto di difesa e del principio del contraddittorio, proposte in relazione all’avvenuta produzione in udienza di un processo verbale di constatazione, non seguita dalla concessione di un rinvio, ed alla valorizzazione di procedure esecutive pendenti nei confronti della debitrice, trattandosi di mere nullità procedimentali, inidonee a determinare la rimessione della causa al primo giudice, e le cui ricadute sulla dichiarazione di fallimento non erano state neppure indicate. Ha comunque rilevato che il verbale non risultava in alcun modo valorizzato nella sentenza impugnata, aggiungendo che la debitrice aveva già beneficiato di un rinvio per la formalizzazione di soluzioni transattive, e non aveva sostanzialmente contestato la veridicità delle predette procedure.

Quanto allo stato d’insolvenza, la Corte ha ritenuto irrilevante il carattere incolpevole dello stesso, e quindi la sua riconducibilità a cause estranee all’attuale gestione della società, escludendone inoltre la transitorietà, in considerazione del forte indebitamento della società, della totale immobilizzazione dell’attivo, e della conseguente incapacità strutturale di adempiere regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni, non solo attualmente, ma anche per il futuro. Ha ritenuto ininfluente la diminuzione dell’esposizione debitoria complessiva, a fronte dell’elevato valore dell’indebitamento, e l’esistenza di un ingente patrimonio immobiliare, la cui prospettata liquidazione costituiva un’ulteriore conferma dello stato d’illiquidità della società. Ha rilevato infine che l’affitto di uno dei rami d’azienda non aveva generato entrate significative, che due tentativi di transazione con i creditori avevano avuto esito negativo, e che i giudizi promossi per il riconoscimento di crediti non erano sufficienti a riequilibrare la situazione finanziaria della società.

3. Avverso la predetta sentenza la (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione, articolato in cinque motivi, illustrati anche con memoria. Il curatore ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo d’impugnazione, la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., censurando la sentenza impugnata per aver ritenuto insussistente il vizio di omessa pronuncia in ordine all’improcedibilità dell’istanza di fallimento proposta dalla BIG, senza tener conto dell’autonomia della stessa rispetto a quella avanzata dal Pubblico Ministero e della desistenza della predetta società.

1.1. Il motivo è inammissibile, per difetto d’interesse, avuto riguardo proprio all’evidenziata autonomia delle due istanze di fallimento, ciascuna delle quali doveva ritenersi sufficiente a provocare l’apertura della procedura concorsuale, indipendentemente dalla mancata coltivazione dell’altra, la cui dichiarazione d’improcedibilità non consentirebbe pertanto al ricorrente di ottenere la revoca della dichiarazione di fallimento.

2. Con il secondo motivo, la ricorrente deduce la nullità della sentenza impugnata, per violazione della L.Fall. artt. 7 e 15, ribadendo che, nell’escludere l’invalidità del procedimento, in quanto promosso su segnalazione del Giudice relatore di un’altra procedura nonostante l’estinzione della stessa ed il conseguente venir meno della delega, la Corte di merito non ha considerato che l’art. 7 cit., attribuisce la legittimazione a segnalare lo stato d’insolvenza al tribunale fallimentare in composizione collegiale. Aggiunge che erroneamente la sentenza impugnata ha affermato la contestualità della segnalazione rispetto alla dichiarazione di estinzione del precedente procedimento, non avendo considerato che essa era stata effettuata il giorno successivo, e che non risultava da alcun atto che il collegio l’avesse condivisa. Sostiene infine che, nel ricondurre l’iniziativa del Pubblico Ministero anche della L.Fall. art. 7, n. 1, essa ha omesso di rilevare che nella relativa istanza non vi era alcun riferimento ai procedimenti penali riguardanti la società, nell’ambito dei quali, peraltro, essa non figurava in qualità di destinataria delle denunce, ma di persona offesa.

La ricorrente censura inoltre la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso l’invalidità del decreto di convocazione all’udienza di comparizione e dell’istruttoria prefallimentare, in quanto ascrivibili ad un giudice privo di delega. Premesso infatti che le tabelle costituiscono un atto di organizzazione degli uffici giudiziari, che indica i criteri di assegnazione degli affari ma non può fungere da atto di assegnazione, quando la stessa è rimessa ad un organo collegiale, contesta che al difetto di delega potesse sopperirsi mediante gli adempimenti affidati al cancelliere, evidenziando altresì l’inconferenza del richiamo alla disciplina dei procedimenti camerali, che ai fini della nomina del relatore richiede anch’essa un atto espresso del presidente, ed affermando l’irrilevanza anche dell’indicazione del giudice quale relatore della causa, la quale postula la preesistenza di un provvedimento di delega.

Aggiunge la ricorrente che, in ossequio ai principi di imparzialità e terzietà, il Giudice relatore del procedimento avrebbe dovuto essere escluso dal collegio o comunque avrebbe dovuto astenersi, essendo lo stesso magistrato che aveva trasmesso la segnalazione al Pubblico Ministero, e svolgendo anche le funzioni di giudice dell’esecuzione nei procedimenti esecutivi pendenti a carico di essa ricorrente. Premesso che l’art. 51 cit., nel ricollegare l’obbligo di astensione alla conoscenza della causa conseguita in altro grado del processo, fa riferimento a qualsiasi fase processuale autonoma rispetto a quella precedente, che richieda una nuova pronuncia sul medesimo oggetto, afferma di non aver potuto proporre istanza di ricusazione, essendo venuta a conoscenza del difetto di terzietà soltanto attraverso la sentenza di fallimento.

2.1. Il motivo è infondato in tutte le sue articolazioni.

La L.Fall. art. 7, n. 2, della nel consentire al Pubblico Ministero di avanzare l’istanza di fallimento sulla base di una segnalazione dell’insolvenza proveniente dal giudice che l’abbia rilevata nel corso di un procedimento civile, non prevede affatto che tale rilievo debba necessariamente aver luogo nella fase decisoria, ma estende la relativa facoltà all’intero corso del procedimento, includendovi pertanto anche la fase istruttoria. L’atto in questione non costituisce d’altronde espressione di un potere decisorio, configurandosi come un atto neutro, assunto prima facie dall’organo procedente e non richiedente neppure una delibazione sommaria dello stato d’insolvenza, la cui valutazione è rimessa al Pubblico Ministero (cfr. Cass., Sez. 1, 17/09/ 2015, n. 18277; 20/11/2013, n. 26043; 15/06/2012, n. 9858), sicchè deve escludersi la necessità che esso venga adottato nella composizione prescritta per la decisione in ordine al procedimento dal quale trae origine, o comunque con il consenso o per delega dell’organo chiamato a decidere. L’estraneità della segnalazione all’oggetto della controversia pendente dinanzi al suo autore consente inoltre di escludere che la definizione del procedimento comporti la consumazione del relativo potere, richiedendosi soltanto che la notitia decoctionis sia emersa dagli atti o dagli accertamenti compiuti. Correttamente, pertanto, la Corte di merito ha ritenuto valida la segnalazione trasmessa all’esito di un diverso procedimento prefallimentare conclusosi con la dichiarazione di non luogo a procedere per desistenza dell’istante, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, l’ascrivibilità dell’atto al Giudice delegato, anzichè al Collegio, o l’eventuale posteriorità rispetto alla definizione del procedimento, e risultando altresì ininfluente il riferimento della sentenza impugnata alle informazioni acquisite dal Pubblico Ministero a seguito d’indagini penali, la cui menzione, in quanto sostanzialmente estranea alla ratio decidendi, incentrata sulla predetta segnalazione, non è censurabile in questa sede, per difetto d’interesse (cfr. Cass., Sez. lav. 22/10/2014, n. 22380; 22/11/2010, n. 23635; Cass., Sez. 3, 9/ 04/2009, n. 8676).

2.2. Quanto poi al lamentato difetto di delega del Giudice che ha sottoscritto il decreto di fissazione dell’udienza di comparizione ed ha proceduto all’istruttoria prefallimentare, la mancanza di un espresso provvedimento del Collegio o del Presidente non è di per sè sufficiente a comportare l’invalidità degli atti compiuti, trovando applicazione, in mancanza di una disciplina derogatoria della legge fallimentare o dei procedimenti camerali, quella generale dettata dal codice di rito, alla stregua della quale la mancanza di un provvedimento di designazione del giudice istruttore non si traduce in un vizio di costituzione del giudice, ma assume rilievo esclusivamente sul piano dell’organizzazione interna dell’ufficio e della regolare distribuzione del lavoro tra i magistrati ivi addetti (cfr. Cass., Sez. 3, 12/01/1978, n. 137; 21/06/1958, n. 2180; Cass., Sez. 2, 19/06/1962, n. 1546).

2.3. La natura non decisoria della segnalazione consente infine di escludere che la provenienza della stessa dal medesimo magistrato che ha svolto la funzione di relatore nel procedimento prefallimentare imponesse a quest’ultimo di astenersi dalla trattazione dell’istanza di fallimento: l’art. 51 c.p.c., comma 1, n. 4, nel subordinare l’insorgenza dell’obbligo di astensione alla conoscenza della causa che il magistrato abbia avuto in altro grado del processo, si riferisce infatti alla sola ipotesi in cui egli abbia partecipato alla decisione nella precedente fase del procedimento, e non può quindi essere esteso al caso in cui si sia limitato al compimento di atti istruttori o ordinatori, o, come nella specie, allo svolgimento di un’attività meramente informativa (cfr. Cass., Sez. lav., 20/06/2003, n. 9905; Cass., Sez. 2, 27/03/2001, n. 4412; Cass., Sez. 3, 9/02/1998, n. 1323).

3. Con il terzo motivo, la ricorrente lamenta la nullità della sentenza impugnata, per violazione della L. Fall. art. 15, anche in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ribadendo l’inesistenza della notificazione dell’istanza e del decreto di convocazione, in quanto eseguita a mezzo della Guardia di Finanza. Premesso infatti che il potere di disporre forme di notificazione diverse da quella a mezzo dell’ufficiale giudiziario spetta al presidente del tribunale, afferma che, anche a voler ritenere applicabile l’art. 151 c.p.c., l’autorizzazione avrebbe richiesto una motivazione plausibile, recante l’indicazione delle circostanze particolari o delle esigenze di celerità che giustificavano la predetta forma di notificazione, peraltro insussistenti, avuto riguardo alla mancata riduzione dei termini a difesa previsti dall’art. 15 cit. Inconferente, in proposito, è il richiamo alla qualità di parte pubblica del Pubblico Ministero, la cui facoltà di avvalersi della Polizia Giudiziaria per le notificazioni è prevista solo in via alternativa rispetto alle forme ordinarie. In assenza di esigenze di celerità, unico organo legittimato ad effettuare la notificazione era l’ufficiale giudiziario, non sussistendo alcuna disposizione, al di fuori di quelle dettate per ipotesi specifiche nell’ambito del procedimento penale, che preveda l’intervento della Polizia Giudiziaria, la cui incompetenza comportava dunque non già la mera nullità, ma l’inesistenza della notifica, non sanabile neppure dalla costituzione della debitrice.

3.1. Il motivo è infondato.

Questa Corte, infatti, ha già avuto modo di affermare ripetutamente che la notificazione tramite Polizia Giudiziaria del ricorso di fallimento e del decreto di convocazione, avvenuta in assenza di un provvedimento presidenziale che motivatamente l’abbia disposta ai sensi della L.Fall. art. 15, comma 5, non è inesistente, ma nulla, in quanto non totalmente incompatibile con le regole della procedura prefallimentare, sicchè il vizio resta sanato ove la stessa sia giunta a buon fine per aver raggiunto lo scopo di portare l’atto a conoscenza del destinatario, nonchè, a maggior ragione, quando, come nella specie, il debitore, informato del deposito del ricorso e della fissazione dell’udienza, si sia costituito dinanzi al tribunale chiamato a pronunciarsi sulla dichiarazione di fallimento (cfr. Cass., Sez. 1, 31/08/2016, n. 17444; 5/10/2015, n. 19797; Cass., Sez. 6, 12/07/2016, n. 14250). Tale orientamento, che il Collegio condivide, va ribadito anche in questa sede, non apparendo convincenti le obiezioni sollevate dalla ricorrente, meramente ripetitive di argomentazioni già esaminate e ritenute infondate, e dovendosi peraltro escludere, alla stregua della più recente giurisprudenza di legittimità, che la mera consegna dell’atto a mezzo della Polizia Giudiziaria, anzichè a mezzo dell’ufficiale giudiziario, sia di per sè sufficiente a determinare l’inesistenza della notifica: le Sezioni Unite di questa Corte, componendo un contrasto di giurisprudenza, hanno infatti affermato che, in base ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo, l’inesistenza della notificazione è configurabile, oltre che nel caso di totale mancanza materiale dell’atto, nelle sole ipotesi in cui non ricorrano, a) l’attività di trasmissione svolta da un soggetto qualificato, dotato, in base alla legge, della possibilità giuridica di compiere detta attività, in modo da poter ritenere esistente e individuabile il potere esercitato, b) la fase di consegna, intesa in senso lato come raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall’ordinamento (in virtù dei quali, cioè, la stessa debba comunque considerarsi ex lege eseguita). Ogni altra ipotesi di difformità dal modello legale ricade invece nella categoria della nullità, sanabile, con efficacia ex tunc, o in conseguenza della rinnovazione della notificazione, effettuata spontaneamente dalla parte stessa oppure su ordine del giudice ai sensi dell’art. 291 c.p.c., o ancora, come nella specie, per raggiungimento dello scopo, a seguito della costituzione della parte intimata (anche se compiuta al solo fine di eccepire la nullità) (cfr. Cass., Sez. Un., 20/07/2016, n. 14916; v. anche Cass., Sez. 6, 27/01/ 2017, n. 2174).

4. Con il quarto motivo, la ricorrente deduce la violazione della L.Fall. art. 15, dell’art. 101 c.p.c., e dell’art. 24 Cost., anche in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sostenendo che, nel dichiarare inammissibili le censure riguardanti la produzione del processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, non seguita dalla concessione di un termine per replicare, la Corte di merito non ha considerato che il principio del contraddittorio si riferisce all’intero svolgimento del processo, che la sua violazione, rilevabile anche d’ufficio, determina la nullità della sentenza, indipendentemente dalla sua incidenza sulla decisione, e che la relativa deduzione non richiede l’indicazione degli argomenti che la parte avrebbe potuto svolgere se non le fosse stato impedito l’esercizio del diritto di difesa. Erroneamente, d’altronde, la sentenza impugnata ha ritenuto che il processo verbale non fosse stato valorizzato dalla sentenza di primo grado, avendo esso ad oggetto una verifica fiscale dalla quale erano emersi ulteriori debiti erariali, presi in considerazione quale fattore di aggravamento dello stato d’insolvenza. Il Giudice di primo grado aveva dato infine atto della pendenza di procedure esecutive a carico di essa ricorrente, sulla base di elementi non acquisiti al procedimento, ma desunti dalla scienza privata del Giudice delegato.

4.1. Il motivo è in parte infondato, in parte inammissibile.

Ai fini della dichiarazione d’inammissibilità dei motivi di reclamo riguardanti la sussistenza dello stato d’insolvenza, asseritamente accertato sulla base di elementi di prova in ordine ai quali non sarebbe stato consentito alla ricorrente d’interloquire, la sentenza impugnata ha richiamato correttamente il principio enunciato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’impugnazione con cui la parte si limiti a dedurre vizi di rito avverso una pronuncia a lei sfavorevole anche nel merito è ammissibile soltanto nel caso in cui i vizi denunciati, se fondati, imporrebbero la rimessione del procedimento al primo giudice, ai sensi degli artt. 353 e 354 c.p.c.; premesso infatti che la reclamante non aveva formulato specifiche censure di merito avverso l’apprezzamento compiuto dal Giudice di primo grado, ma si era limitata a dedurre la violazione del proprio diritto di difesa, la Corte di merito ha rilevato che, ove il vizio denunciato non rientri in uno dei casi tassativamente previsti dalle norme citate, la parte è tenuta a dedurre ritualmente anche le questioni di merito, dovendosi altrimenti escludere l’interesse alla impugnazione, oltre che la rispondenza della stessa al modello legale (cfr. Cass., Sez. lav., 23/06/2014, n. 14167; Cass., Sez. 3, 3/12/2015, n. 24612; 29/01/2010, n. 2053; con specifico riferimento al reclamo fallimentare, v. Cass., Sez. 1, 13/09/2016, n. 17950; 5/02/2016, n. 2302). Nel contestare tale affermazione, la ricorrente omette nuovamente d’indicare le ragioni che le è stato impedito di far valere dinanzi al Giudice di primo grado, limitandosi ad insistere ancora una volta sulla violazione del diritto di difesa, senza considerare da un lato che le argomentazioni non svolte in primo grado ben avrebbero potuto essere proposte in sede di reclamo, dall’altro che la valutazione compiuta dal Tribunale sulla base degli elementi irritualmente acquisiti è rimasta interamente assorbita da quella della Corte d’appello, che, in quanto fondata su argomenti diversi, esclude l’interesse della ricorrente a far valere ulteriormente i predetti vizi processuali.

5. Con il quinto motivo, la ricorrente deduce la violazione della L.Fall. art. 5, anche in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, affermando che, nell’accertamento dello stato d’insolvenza, la sentenza impugnata ha fatto erroneamente riferimento al forte indebitamento di essa ricorrente, alla totale immobilizzazione dell’attivo e ad una situazione di squilibrio finanziario, senza considerare che la prima circostanza non è sintomo dello stato di decozione e che la seconda non trovava riscontro nella documentazione acquisita, e senza supportare la terza affermazione con l’indicazione degli specifici indici economico-aziendali. La Corte di merito ha omesso di rilevare che essa ricorrente era titolare di un cospicuo patrimonio mobiliare ed immobiliare, suddiviso in tre distinti rami di azienda aventi un valore economico superiore all’ammontare dei debiti, e tali da consentire la prosecuzione dell’attività anche in caso di alienazione di una parte di essi; essa, inoltre, non ha tenuto conto dell’imminente riscossione di cospicui crediti vantati nei confronti di enti pubblici, che avrebbe consentito di far fronte alle obbligazioni contratte, ed ha omesso di valutare la situazione della società in relazione al settore merceologico in cui opera ed alle prospettive di sviluppo aziendale; non ha infine considerato la modificazione dell’assetto economico e finanziario determinata dalla dichiarazione di fallimento, che, avendo comportato la revoca di finanziamenti pubblici, ha arrecato grave danno alla massa dei creditori.

5.1. Il motivo è inammissibile.

Premesso che la reclamante non aveva negato di versare in una situazione di dissesto, ma si era limitata a prospettarne il carattere transitorio e ad imputarla a cause estranee all’attuale gestione, nonchè ad evidenziare concrete possibilità di recupero, la sentenza impugnata ha confermato l’incapacità della società di far fronte regolarmente e con mezzi normali alle proprie obbligazioni, dando atto della condizione d’illiquidità e di forte indebitamento della stessa, nonchè della difficoltà di pervenire al riequilibrio dell’impresa e di assicurarne la permanenza sul mercato attraverso la vendita del pur consistente patrimonio immobiliare e l’avvio di un’azione di recupero dei crediti, e concludendo pertanto per la sussistenza di un irreversibile stato d’impotenza economico-finanziaria. Nel contestare tale apprezzamento, la ricorrente non è in grado d’indicare le lacune argomentative o le carenze logiche del ragionamento seguito dalla Corte di merito, ma si limita ad insistere su elementi già presi in considerazione dalla stessa, in tal modo dimostrando di voler sollecitare, attraverso l’apparente prospettazione dei vizi di violazione di legge e difetto di motivazione, un riesame del merito della controversia, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di procedere ad una nuova valutazione dei fatti, ma solo quello di controllare la correttezza giuridica delle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, nonchè la coerenza logico-formale delle stesse, nei limiti in cui le anomalie motivazionali sono ancora deducibili con il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come sostituito del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame (cfr. Cass., Sez. Un., 7/04/2014, n. 8053; Cass., Sez. 6, 16/ 07/2014, n. 16300; 9/06/2014, n. 12928).

6. Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

PQM

 

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 21 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2017

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