Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19907 del 13/07/2021

Cassazione civile sez. I, 13/07/2021, (ud. 21/05/2021, dep. 13/07/2021), n.19907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. ROCCHI Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

M.S., rappresentato e difeso dall’avvocato Chiara Pernechele,

per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato presso i cui uffici in Roma, Via dei

Portoghesi, 12, domicilia per legge;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia n. 16/2020 del

2/1/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/05/2021 dal Cons. Dott. Giacomo Rocchi.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Venezia rigettava l’appello proposto da M.S. avverso l’ordinanza del Tribunale di Venezia del 18/7/2017, in quanto manifestamente infondato e revocava l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

M.S., cittadino del (OMISSIS), aveva riferito, prima alla Commissione Territoriale e poi al Tribunale, di avere lasciato il paese di origine per il timore di subire ripercussioni da parte della famiglia di un ragazzo che era deceduto a seguito di una diatriba; l’uccisione era dovuta ad una legittima difesa poiché il giovane deceduto, durante la notte, lo aveva minacciato con un machete.

Secondo la Corte territoriale, si trattava di dichiarazioni generiche e sostanzialmente inverosimili: l’aggressione era descritta genericamente e non aveva motivazioni, né il ricorrente aveva spiegato in che modo il presunto aggressore si era ferito così gravemente da morire poco dopo, né, ancora, se si fosse ferito da solo o lo fosse stato in conseguenza della difesa di M..

In ogni caso, se M. era colpevole di omicidio volontario, nei suoi confronti non poteva essere riconosciuta la protezione internazionale.

Il ricorrente, comunque, non aveva fornito alcuna prova delle circostanze dedotte; non aveva senso l’affermazione di essere fuggito per salvare la propria vita quando, in presenza di ragionevoli motivi, il soggetto avrebbe potuto difendersi nel processo.

Non si verteva, quindi, in un caso di persecuzione come quelle previste dalle norme sulla protezione internazionale; si trattava, del resto, di un fatto di natura privatistica.

Per le stesse considerazioni non poteva essere concessa la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b), mentre per quella prevista dalla lett. c) cit. articolo non sussistevano i presupposti alla luce della mutata situazione del (OMISSIS), dimostrata da numerose fonti ufficiali. Non esisteva, infatti, una situazione di violenza generalizzata derivante da un conflitto armato.

Infine, non sussistevano i presupposti per la protezione umanitaria, non emergendo una situazione di vulnerabilità specifica dell’appellante, alla luce della inattendibile storia narrata e, comunque, non avendo lo stesso dimostrato un livello di integrazione sociale nel Paese ospitante, dimostrando soltanto sporadiche prestazioni lavorative retribuite.

Attesa la manifesta infondatezza della domanda, da cui si evinceva la colpa grave, l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato veniva revocato.

2. Ricorre per cassazione il difensore di M.S. deducendo, in un primo motivo, violazione di legge nella parte in cui la Corte di appello di Venezia aveva considerato la situazione del Paese di origine sulla base di report non aggiornati, omettendo, altresì, di considerare quanto avvenuto in Libia.

Il ricorrente faceva riferimento ad una dichiarazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e ad un articolo della BBC. Inoltre, doveva essere valutata anche la situazione nei Paesi di transito, tenuto conto che in Libia il ricorrente aveva lavorato come muratore fino al suo arresto.

In un secondo motivo il ricorrente deduce analoghi vizi per non avere la Corte territoriale considerato che la situazione del Paese di provenienza può determinare una situazione di vulnerabilità, come pure la condizione del ricorrente nei paesi di transito.

Contrariamente a quanto affermato dalla sentenza impugnata, la violenza tuttora esistente in (OMISSIS) giustificava la concessione della protezione umanitaria; inoltre, la Corte aveva omesso di considerare la condizione di schiavitù in cui era caduto il ricorrente in Libia, ritenendo irrilevante le vicende libiche. Al contrario, tutti i Paesi dovrebbero garantire ai fuggitivi dai lager libici la protezione umanitaria.

Il ricorrente, inoltre, aveva dato prova del grado di integrazione sociale in Italia, non limitata a sporadiche attività lavorative.

In un terzo motivo il ricorrente deduce violazione di legge con riferimento alla revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, non emergendo dolo o cola grave nella presentazione dell’appello. La situazione instabile in (OMISSIS) aveva determinato la necessità di proseguire nel giudizio attendendo una effettiva stabilizzazione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è inammissibile.

1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile.

Per contrastare la valutazione della Corte territoriale in ordine alla situazione attuale in (OMISSIS), basata su fonti ufficiali numerose ed autorevoli (come riconosce lo stesso ricorrente), il ricorso riporta una dichiarazione non datata dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite – che non descrive affatto una situazione di violenza indiscriminata nel Paese in conseguenza di un conflitto armato – nonché un articolo della BBC pubblicato il 27/1/2020, quindi dopo la data della sentenza.

Si tratta di una esplicita sollecitazione a questa Corte perché dia una valutazione di merito difforme da quella espressa dalla Corte territoriale, per di più fondata su dati inutilizzabili.

2. Con riferimento alla affermazione della irrilevanza delle “vicende libiche”, oggetto della seconda parte del primo motivo e del secondo motivo di ricorso, il ricorrente evoca quanto avvenuto in Libia in maniera confusa – non si comprende se il soggetto aveva lavorato ovvero se era stato sottoposto a schiavitù – ma non tiene presente dell’insegnamento di questa Corte, secondo cui il permesso di soggiorno per motivi umanitari non può essere accordato automaticamente per il solo fatto che il richiedente abbia subito violenze o maltrattamenti nel paese di transito, ma solo se tali violenze per la loro gravità o per la durevolezza dei loro effetti abbiano reso il richiedente “vulnerabile” ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5; ne consegue che è onere del richiedente allegare e provare come e perché le vicende avvenute nel paese di transito lo abbiano reso vulnerabile, non essendo sufficiente che in quell’area siano state commesse violazioni dei diritti umani (Sez. 1 -, Ordinanza n. 28781 del 16/12/2020, Rv. 659886 – 01); può rilevare, ad esempio, un lungo periodo di soggiorno nel Pese di transito, specie se comparato con il tempo trascorso nel Paese di origine (Sez. 1 -, Ordinanza n. 13758 del 03/07/2020, Rv. 658092 – 01 con riferimento ad un giovane rimasto otto anni in Libia dove era giunto all’età di dieci anni), ovvero l’esistenza di accordi bilaterali di riammissione che prevedano il ritorno del richiedente a quel Paese.

Resta fermo, tuttavia, il principio – seguito dalla Corte territoriale – in base al quale l’allegazione da parte del richiedente in un Paese di transito si consuma un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione, perché l’indagine del rischio persecutorio o del danno grave in caso di rimpatrio va effettuata con riferimento al Paese di origine (Sez. 1 -Ordinanza n. 31676 del 06/12/2018, Rv. 651895 – 01).

Si deve, quindi, escludere che la protezione umanitaria debba essere automaticamente concessa – come sollecita il ricorrente nel secondo motivo di ricorso – a tutti coloro che sono fuggiti dalle prigioni libiche.

3. Il secondo motivo di ricorso e’, per il resto, manifestamente infondato.

Il ricorrente invoca la protezione umanitaria sulla base della situazione attuale in (OMISSIS) ma le fonti citate dalla sentenza impugnata non dimostrano affatto che, in caso di rientro, lo stesso sarebbe sottoposto ad una violazione del nucleo fondamentale dei diritti umani.

Quanto, poi, al grado di integrazione sociale raggiunto nel nostro Paese, il ricorrente non fa che sollecitare questa Corte a sovrapporre il proprio giudizio di merito a quello espresso dalla Corte territoriale – e prima dal Tribunale – non deducendo, in verità, profili di legittimità; né la valutazione del grado di integrazione sociale può essere denunciata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4. Il quarto motivo di ricorso è inammissibile.

La censura è inammissibile alla luce della recente sentenza delle S.U. di questa Corte n. 4315 del 2020, nella quale è stato affermato che il provvedimento di revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, comunque pronunciato (ritualmente con separato decreto o all’interno del provvedimento di merito) anche per manifesta infondatezza, deve essere sempre considerato autonomo e, di conseguenza, soggetto ad un separato regime d’impugnazione, ovvero l’opposizione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 170 ed D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 15. Contro tale provvedimento è ammesso il ricorso ex art. 111 Cost. E’ escluso, anche in questa ipotesi, che della revoca irritualmente disposta dal giudice, nel provvedimento che decide sul merito della domanda (o delle domande) proposta dalla parte, possa essere investita la Corte di Cassazione in sede di ricorso avverso la decisione, essendo necessario ricorrere alla sequenza procedimentale sopra delineata.

5. Nulla sulle spese, essendo rimasta la parte convenuta intimata.

Sussistono, infine, i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, di un importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso per cassazione, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile, il 21 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 luglio 2021

 

 

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