Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19905 del 23/07/2019

Cassazione civile sez. VI, 23/07/2019, (ud. 11/04/2019, dep. 23/07/2019), n.19905

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24029-2017 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS) in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO che la rappresenta e

difende, ope legis;

– ricorrente –

contro

R.R.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3031/34/2016 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di PALERMO SEZIONE DISTACCATA di CATANIA, depositata il

07/09/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11/04/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ROBERTO

GIOVANNI CONTI.

Fatto

FATTI E RAGIONI DELLA DECISIONE

Con la sentenza impugnata, indicata in epigrafe, la CTR della Sicilia accoglieva parzialmente l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza di primo grado che aveva rigettato il ricorso proposto da R.R. contro il diniego opposto dall’amministrazione finanziaria al rimborso della quota pari al 90 per cento delle imposte IRPEF versate per gli anni 1990, 1991 e 1992, richiesto dal predetto contribuente che, con distinto ricorso, riunito nella fase di merito, aveva altresì reclamato il rimborso delle ritenute alla fonte, a titolo di Irpef, versate sui redditi da lavoro dipendente negli stessi anni; richiesta, quest’ultima, alla quale il contribuente aveva rinunciato nel corso del giudizio di appello. Orbene, secondo la CTR era fondata la residua domanda di rimborso, ciò risultando da un’interpretazione costituzionalmente orientata della L. n. 289 del 2002, art. 9, comma 17, che giustificava l’accoglimento della pretesa non solo in favore dei contribuenti che avevano omesso il versamento di quanto dovuto al fisco, ma anche di coloro i quali avevano effettuato i versamenti dovuti.

Per la cassazione della sentenza di appello ricorre, con un unico motivo, l’Agenzia delle entrate, prospettando la violazione della L. n. 190 del 2014, oltrechè della pronunzie rese dalla Corte di Giustizia in data 17 luglio 2008 – causa C132/06 – ed in data 15 luglio 2015 – causa C-82/14, nonchè della decisione 2015-5549 della Commissione Europea del 14 agosto 2015. Secondo la ricorrente la CTR, sulla residua pretesa relativa, pacificamente, a redditi da lavoro autonomo ritratti dal contribuente, dopo che il predetto aveva rinunziato al rimborso delle somme relative a ritenute d’acconto correlate a redditi da lavoro dipendente trattenute dal datore di lavoro, avrebbe riconosciuto il rimborso di somme in favore di esercente attività di lavoro autonomo, ancorchè ciò fosse impedito dalla piena assimilabilità di tali redditi a quelli da attività d’impresa, per i quali era stato escluso il diritto al rimborso dalle pronunzie degli organi Eurounitari sopra indicati. Il ricorso è fondato nei termini di seguito esposti.

Ed invero, come già chiarito da questa Corte in pronunzie relative a materia omogenea a quella qui in esame, il diritto al rimborso delle imposte versate per il triennio 1990-1992 in misura superiore al 10 per cento, previsto dalla L. n. 289 del 2002, art. 9, comma 17, in favore dei “soggetti colpiti dal sisma del 13 e 16 dicembre 1990, che ha interessato le province di Catania, Ragusa e Siracusa, individuati ai sensi dell’Ordinanza del Ministro per il coordinamento della protezione civile 21 dicembre 1990, art. 3, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 299 del 24 dicembre 1990”, è espressamente escluso per “quelli che svolgono attività d’impresa, per i quali l’applicazione dell’agevolazione è sospesa nelle more della verifica della compatibilità del beneficio con l’ordinamento dell’Unione Europea”, atteso che la Corte di giustizia nella sentenza del 17/07/2008, in causa C-132/06, aveva già rilevato l’incompatibilità delle disposizioni condonistiche di cui alla L. n. 289 del 2002 con il sistema comune dell’IVA, in quanto, introducendo rilevanti differenze di trattamento tra i soggetti passivi sul territorio italiano, alteravano il principio di neutralità fiscale.

Si è aggiunto che ciò “si raccorda sia con la normativa fiscale Europea, laddove si stabilisce che è soggetto passivo d’imposta sul valore aggiunto “chiunque esercita, in modo indipendente e in qualsiasi luogo, un’attività economica, indipendentemente dallo scopo o dai risultati di detta attività” (Dir. UE, n. 2006/112/CE, artt. 9 e 51; conf. Dir. UE, n. 77/388/CE, art. 4), sia con la normativa Europea sugli appalti pubblici, laddove si stabilisce che “i termini imprenditore, fornitore e prestatore di servizi designano una persona fisica o giuridica o un ente pubblico o un raggruppamento di tali persone e/o enti che offra sul mercato, rispettivamente la realizzazione di lavori e/o opere, prodotti e servizi” (Dir. UE, n. 2004/18/CE, art. 1, p.8)”; che tale nozione è stata recepita dalla decisione del 14/08/2015, C(2015) 5549 final, 5 134, della Commissione UE, là dove si afferma che i “soggetti che non svolgono attività economica (…) non vanno considerati come imprese””; e che “ciò significa che non importa neppure che l’attività economica possa essere una libera professione regolamentata e che le prestazioni possano essere intellettuali, tecniche o specialistiche (v. Commissione UE, 30/01/1995, n. 95/188/CE; conf. Corte giustizia, 23/04/1991, Hoefner e 18/06/1998, Commissione vs. Italia)”. Va, pertanto, considerata attività d’impresa quella svolta dal lavoratore autonomo, com’è la contribuente.

Al riguardo si è ancora chiarito che la prova delle suddette circostanze è a carico del soggetto che invoca il beneficio, ma, in sintonia con quanto affermato da Cass. n. 22377/2017, l’applicazione dello ius superveniens, rappresentato dalla vincolante decisione della Commissione UE (sopravvenuta nel corso del giudizio di appello) e la sua diretta incidenza sulla decisione della lite, nel determinare la cassazione della sentenza delle commissione regionale, consentono alle parti l’esibizione, in sede di rinvio, di quei documenti prima non ottenibili ovvero l’accertamento di quei fatti che in base alla precedente disciplina non erano indispensabili, ma che costituiscono il presupposto per l’applicazione della nuova regola giuridica.

Dovendo quindi dare continuità ai principi già espressi da questa Corte e sopra riportato, è evidente come la CTR non si sia ad essi allineata, avendo riconosciuto per redditi non derivanti da attività di lavoro dipendente il rimborso senza compiere le verifiche invece dovute al fine di riconoscere o escludere il reclamato rimborso, in relazione a quanto sopra esposto.

Pertanto, il ricorso va accolto nei termini di cui in motivazione e la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla competente CTR cui è demandato di procedere a nuovo esame in conformità ai superiori principi di diritto, osservando la decisione della Commissione UE del 14/08/2015 e le indicazioni della Corte di giustizia del 15/07/2015, nonchè di provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla CTR Sicilia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 11 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2019

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