Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19892 del 22/09/2020

Cassazione civile sez. III, 22/09/2020, (ud. 23/06/2020, dep. 22/09/2020), n.19892

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31348-2019 proposto da:

N.F., domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

PAOLO ODDI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 2158/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 16/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/06/2020 dal Consigliere Dott. PELLECCHIA ANTONELLA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. N.F., cittadino pakistano, ricorre affidandosi a quattro motivi, per la cassazione della sentenza n. 2158 del 16 maggio 2019 della Corte d’appello di Milano che aveva respinto l’impugnazione proposta avverso l’ordinanza del Tribunale con la quale era stato confermato il provvedimento della Commissione territoriale di Milano, che aveva negato la richiesta di protezione internazionale, declinata in via gradata nelle fattispecie di “stato di rifugiato”, “protezione sussidiaria” e “protezione umanitaria”.

Per ciò che rileva in questa sede, il ricorrente aveva dedotto, ad illustrazione delle regioni della sua fuga dal paese d’origine, di essere di religione musulmana Deobandi, di etinia Punjabi, e che nel 2012 suo padre aveva aperto una scuola, insieme ad un socio di religione cristiana, consentendo, così, la frequentazione a ragazzi cristiani e musulmani. Tale iniziativa, di insegnamento multiconfessionale, aveva portato all’uccisione del padre da parte dei Molvi locali, affiliati del gruppo terroristico Laskar-e Taiba, dopo un lungo periodo di minacce e intimidazioni subite da tutta la famiglia. Di seguito suo zio, lo aveva aiutato a scappare dal Paese nel febbraio del 2014.

2. Il Ministero dell’Interno intimato si è costituito tardivamente.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

3.1. Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente deduce la violazione c/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,14 e 17.

La Corte non avrebbe motivato l’esclusione dal riconoscimento della protezione sussidiaria e, in subordine, di quella umanitaria, richiamando in maniera sommaria e generica le fonti internazionali.

Al contrario, la parte avrebbe dimostrato, ricorrendo a COI aggiornate, la generalizzata violenza che affligge il Pakistan. In particolare, la presenza di un “danno gravo”, ossia di subire violenze e di essere nuovamente aggredito del gruppo terroristico Laskar-e Taiba, in quanto i funzionari dei Tribunali e dei distretti polizia sarebbero corrotti e fortemente influenzabili da tale gruppo armato.

3.2. Con il secondo motivo di ricorso, il ricorrente lamenta la violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, in combinato disposto con il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8.

Denuncia che la valutazione circa la fondatezza del timore di danno grave, di cui agli articoli suesposti, si sarebbe dovuta basare sulla valutazione completa della situazione generale del Pakistan, nell’ambito della quale poter contestualizzare i fatti narrati.

La Corte nel ritenere non verosimile l’impossibilità per N. di ottenere protezione da parte dello Stato pakistano, a causa della forte corruzione, non avrebbe indicato COI a fondamento delle proprie asserzioni. Difatti, il giudice di seconde cure avrebbe indicato genericamente un rapporto di Amnesty International senza indicare nè il titolo nè l’anno di riferimento, per ritenere esclusa a favore del ricorrente la protezione internazionale.

I primi due motivi, congiuntamente esaminati, sono fondati.

Nei giudizi di protezione internazionale, a fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicchè il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte, potendo incorrere in tale ipotesi, la pronuncia, ove impugnata, nel vizio di motivazione apparente.

Nei giudizi aventi ad oggetto domande di protezione internazionale e di accertamento del diritto al permesso per motivi umanitari, la verifica delle condizioni socio politiche del paese di origine non può fondarsi su informazioni risalenti ma deve essere svolta, anche mediante integrazione istruttoria ufficiosa, all’attualità (cass. 28990/2018).

Nel caso di specie il giudice del merito ha violato i sopradetti principi perchè non ha indicato le Coi specifiche ed aggiornate (cfr pag. 9 sentenza impugnata).

3.3. Con terzo motivo di ricorso, il ricorrente si duole della violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, unitamente al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2 e 14.

D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, dispone che la domanda può essere comunque accolta, pur se non suffragata da riscontri documentali, se le dichiarazioni rese sono ritenute “attendibili” in base ai parametri tipizzati indicati nel comma stesso.

Pertanto, la Corte avrebbe errato nel ritenere precluso il diritto al riconoscimento della protezione internazionale in quanto, anche se il richiedente non avesse fornito prova dei fatti da lui narrati, il giudicante avrebbe dovuto farsi carico di verificare la credibilità delle suddette dichiarazioni, alla luce degli indici normativi di affidabilità richiamati dalla norma.

Una volta ritenuto il richiedente generalmente attendibile, ai sensi dell’art. 3, comma 5, sulle affermazioni dello stesso, non suffragate da prove, doveva vigere il beneficio del dubbio (Cass. 8399/14).

Pertanto, nel caso di specie, alla luce della documentazione disponibile sul Paese d’origine, vi sarebbero stati gli elementi necessari per ritenere fondato il timore del ricorrente.

3.4. Con il quarto motivo di ricorso, il ricorrente deduce la “violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 5, comma 6 del T.U. immigrazione in combinato disposto con gli artt. 3 e 8 della CEDU per non aver riconosciuto le esigenze di protezione umanitaria in capo al ricorrente così come richiesto in estremo subordine”.

Censura la sentenza laddove viene negato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ritenendo che la Corte avrebbe omesso ogni accertamento circa il rischio che un rimpatrio avrebbe potuto esporre la persona a trattamenti inumani e degradanti tali da integrare una violazione dell’art. 3 CEDU o dell’art. 8 della CEDU.

Inoltre, la Corte avrebbe omesso di svolgere un bilanciamento tra il livello di integrazione raggiunto in Italia e la situazione del ricorrente nel Paese d’origine.

Il terzo e quarto motivo sono assorbiti dall’accoglimento dei primi due. 4. Pertanto la Corte accoglie il primo e secondo motivo di ricorso come in motivazione, assorbiti il terzo e il quarto, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione.

PQM

Pertanto la Corte accoglie il primo e secondo motivo di ricorso come in motivazione, assorbiti il terzo e il quarto, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 23 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2020

 

 

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA