Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19860 del 26/07/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 19860 Anno 2018
Presidente: BRONZINI GIUSEPPE
Relatore: MAROTTA CATERINA

SENTENZA
sul ricorso 27250-2013 proposto da:
BELLINA

FRANCESCA

C.F.

BLLFNC74C71H501R,

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAllA SAN
GIOVANNI BOSCO 74, presso lo studio dell’avvocato
WALTER VANADIA, che la rappresenta e difende giusta
delega in atti;
– ricorrente –

2018
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contro

A.C.I.S.M.O.M. ASSOCIAZIONE DEI CAVALIERI ITALIANI
DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA, in persona del
legale rappresentante pro tempore elettivamente

Data pubblicazione: 26/07/2018

domiciliata in ROMA, VIA L.G. FARAVELLI 22, presso lo
studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la
rappresenta e difende giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 6532/2013 della CORTE

11284/2010;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 06/04/2018 dal Consigliere Dott. CATERINA
MAROTTA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. RITA SANLORENZO che ha concluso per il
rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato VANADIA WALTER;
udito l’Avvocato ROMEI ROBERTO per delega orale
Avvocato MARESCA ARTURO.

D’APPELLO di ROMA, depositata il 21/08/2013 R.G.N.

R.G. 27250/2013

FATTI DI CAUSA
1.1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Roma, decidendo
sull’impugnazione proposta dall’ACISMOM (Associazione Cavalieri Italiani
Sovrano Ordine di Malta) nei confronti di Francesca Bellina, in riforma della
decisione del Tribunale della stessa sede, respingeva la domanda della Bellina
intesa ad ottenere la trasformazione del rapporto a tempo determinato

declaratoria d’inefficacia del licenziamento verbale in tronco intimatole in data
17/2/2009 e la condanna dell’Associazione alla reintegra nel posto di lavoro con
tutte le conseguenze risarcitorie oltre che al pagamento della maggiorazione ex
art. 5 del d.lgs. n. 368/2001, di un giorno di retribuzione.
1.2. La ricorrente era stata assunta con contratto a termine del 14/6/2007
per la sostituzione della dipendente Alessia Beltramme, temporaneamente
assente per gravidanza e puerperio ed aveva dedotto di aver continuato a
lavorare anche dopo il rientro in servizio della Beltramme nel gennaio 2009 e
dopo che quest’ultima aveva presentato le proprie dimissioni. Ad avviso della
ricorrente, tale prosecuzione dell’attività avrebbe inficiato la legittimità del
contratto a termine.
La Corte territoriale riteneva innanzitutto che il termine apposto al contratto
non potesse che essere legato alla cessazione della causa dell’assenza della
lavoratrice sostituita e richiamava, al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte
secondo cui, in caso di assunzione a termine per sostituire un lavoratore
assente con diritto alla conservazione del posto di lavoro, è legittima la
fissazione di un termine determinato con riferimento alla non prefissata data di
rientro del lavoratore sostituito (termine ‘incertus quando’) ed è assolutamente
indifferente che nel corso del periodo di sostituzione muti la ragione
dell’assenza del sostituito, purché costui non rientri in servizio (Cass. 23
gennaio 1998, n. 625).
Evidenziava, inoltre, che dalla documentazione prodotta dall’ACISMOM fosse
emerso non solo che il protrarsi dell’assenza della lavoratrice sostituita era
comunque dipeso da ragioni connesse alla maternità ma altresì che non era mai
accaduto che le due lavoratrici avessero prestato servizio contemporaneamente
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intercorso tra le parti, per prosecuzione dello stesso oltre il termine pattuito, la

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e che la Beltramme si era dimessa in data 19/1/2009, con termine di preavviso
fino al 16/2/2009, data di cessazione del rapporto a termine instaurato con la
Bellina.
2. Avverso tale sentenza Francesca Bellina propone ricorso per cassazione
affidato a tre motivi.
3. L’ACISMOM resiste con controricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1.1. Con il primo motivo la ricorrente formula due distinti rilievi
denunciando la nullità della sentenza o del procedimento in relazione agli artt.
112, 329 e 115 cod. proc. civ. per avere la Corte territoriale ignorato
l’eccezione d’improponibilità dell’appello per intervenuta acquiescenza
dell’ACISMOM alla sentenza di primo grado cui era stata data esecuzione prima
dell’interposizione del gravame e per aver ritenuto pacifica la circostanza (che
tale non era) che la dipendente sostituita,’invece di rientrare al lavoro’, avesse
preferito rassegnare le proprie dimissioni e più in generale per aver violato il
principio dell’indisponibilità delle prove ponendo a base della pronuncia fatti e
documenti apertamente contestati, considerandoli, invece, pacifici.
1.2. Con il secondo motivo (connesso al secondo rilievo di cui al primo
motivo) la ricorrente denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il
giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione al ritenuto
mancato rientro in servizio della dipendente sostituita, circostanza questa
smentita dalla stessa produzione dell’ACISMOM che documentava il rientro in
servizio in data 22/11/2008 e la coincidenza dello svolgimento delle mansioni
con la ricorrente. Rileva che tale omissione avrebbe determinato un vero e
proprio capovolgimento istruttorio.
1.3. Con il terzo motivo a ricorrente denuncia la violazione e/o falsa
applicazione dell’art. 5 del d.lgs. n. 368/2001 anche in rapporto al d.lgs. n.
151/2001 con particolare riferimento agli artt. 16 e 32 per avere la Corte
territoriale privato del suo contenuto il dato normativo stabilito dall’art. 5 del
d.lgs. citato riconducendolo ad una tipologia regolata dalla previgente
normativa che invece era stata espressamente abrogata.
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4. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

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2.1. Il primo rilievo di cui al primo motivo non è fondato.
La decisione di accoglimento dell’appello per ragioni di merito comporta,
infatti, l’implicito rigetto delle eccezioni, non espressamente esaminate, che
risultino incompatibili con l’impostazione logico-giuridica della pronuncia e,
quindi, esclude il vizio di omessa pronuncia lamentato dalla ricorrente (v. Cass.
4 ottobre 2011, n. 20311; Cass. 11 settembre 2015, n. 17956).

corredata, sul piano fattuale, la formulata eccezione di acquiescenza.
Ed infatti la disposta reintegra della dipendente in servizio ed il pagamento
di quanto dovuto (v. pag. 13 del ricorso per cassazione), ad opera del datore di
lavoro soccombente, anteriormente alla proposizione del gravame (unica
circostanza, questa, posta dalla Bellina a sostegno dell’eccezione formulata al
giudice di appello), non costituisce di per sé una forma di acquiescenza alla
pronuncia che tale reintegra e tale pagamento ha disposto.
Come da questa Corte già affermato, l’acquiescenza alla sentenza,
preclusiva dell’impugnazione ai sensi dell’art. 329 cod. proc. civ. consiste
nell’accettazione della sentenza, ovverosia nella manifestazione da parte del
soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in
forma espressa che tacita: in quest’ultimo caso, però, l’acquiescenza può
ritenersi sussistente soltanto quando l’interessato abbia posto in essere atti da
quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non
contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè gli atti stessi, siano
assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione,
diversi ed ulteriori rispetto alla mera spontanea esecuzione della pronunzia di
primo grado a sé sfavorevole (v. tra le tante cfr. Cass. 13 dicembre 1999, n.
13927; Cass. 9 giugno 2004, n. 10963; anche Cass. 29 maggio 2012, n. 8537;
Cass. 11 luglio 2012, n. 11769, Cass. 11 giugno 2014, n. 13293, Cass. 7
maggio 2015, n. 9223).
2.2. Il secondo rilievo di cui al primo motivo e il secondo motivo di ricorso
(da trattarsi congiuntamene in ragione dell’intrinseca connessione) sono
infondati.

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In ogni caso, il rilievo è privo di elementi sufficienti per considerare

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Non c’è stato alcun omesso esame ma la valutazione da parte della Corte
territoriale della documentazione prodotta con rilievo decisivo attribuito al

report delle timbrature della lavoratrice sostituita da cui ha desunto che la
stessa non aveva mai ripreso servizio nel periodo in cui l’appellata era al
lavoro.
La Corte capitolina, poi, nel ritenere che il dedotto mancato rientro in

contestazione alla prima udienza utile successiva alla produzione ha
evidentemente ritenuto generiche quelle che la ricorrente assume essere state
contestazioni svolte a tale udienza (e cioè all’udienza di comparizione
dell’8/3/2010 in cui, come si rileva da pag. 16 del ricorso per cassazione, era
stata verbalizzata ‘l’impugnazione e la contestazione delle avverse deduzioni e
produzioni’). Del resto la stessa ricorrente assume che solo in sede di note
autorizzate vi fosse stata una contestazione ‘dettagliata’ circa le avverse
produzioni documentali ritenute ‘informali produzioni (mere fotocopie, prive di
ogni elemento di riconducibilità e data certa e, in definitiva dì ogni valenza
probatoria concreta)’ e circa il rientro in servizio il giorno 22/11/2008.
Non vi è stata alcuna violazione del principio della disponibilità della prova
anzi la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione dei principi affermati da
questa Corte secondo cui l’onere di contestazione riguarda le allegazioni delle
parti e non i documenti prodotti, rispetto ai quali vi è soltanto l’onere di
eventuale disconoscimento, nei casi e modi di cui all’art. 214 cod. proc. civ. o
di proporre – ove occorra – querela di falso, restando in ogni momento la loro
significatività o valenza probatoria oggetto di discussione tra le parti e
suscettibile di autonoma valutazione da parte del giudice (Cass. 6 aprile 2016,
n. 6606; Cass. 21 giugno 2016, n. 12748).
Quanto detto vale anche per le asserite contestazioni relative alle
fotocopie, dovendosi ricordare che, in tema di prova documentale, l’onere di
disconoscere la conformità tra l’originale della scrittura e la copia fotostatica
prodotta in giudizio, pur non implicando necessariamente l’uso di formule
sacramentali, va assolto mediante una dichiarazione di chiaro e specifico
contenuto: tale, cioè, che possano da essa desumersi in modo inequivoco gli
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servizio della lavoratrice sostituita non avesse formato oggetto di specifica

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estremi della negazione della genuinità della copia. Ne consegue che la copia
fotostatica non autentica di una scrittura si ha per riconosciuta conforme
all’originale ai sensi dell’art. 215, n. 2 cod. proc. civ., se la parte comparsa
contro cui è stata prodotta, non la disconosce in modo formale e specifico nella
prima udienza o nella prima risposta successiva alla sua produzione (Cass. 14
marzo 2006, n. 5461; Cass. 30 dicembre 2009, n. 28096).

risultanze di causa difforme da quella della Corte territoriale.
2.3. Anche il terzo motivo è infondato.
La Corte territoriale, con motivazione congrua e logica, ha ritenuto che tra
le assenze per ferie e quelle per malattia del bambino (successive ai periodi di
astensione obbligatoria e facoltativa) e la gravidanza vi fosse una connessione.
Tale conclusione consente di ritenere che non sussistesse alcuna proroga del
termine apposto al contratto ma la permanenza della causale sostitutiva nello
stesso indicata. Del resto, in sede di contratto, il termine finale era stato
previsto in coincidenza con il ‘rientro della signora Alessia Beltrame’ o
comunque con il ‘cessare della causa che lo ha determinato’. Ciò è conforme ai
principi enunciati da questa Corte (v. Cass. 23 gennaio 1998, n. 625; Cass. 28
ottobre 1999, n. 12098) secondo cui nel caso di assunzione a termine ai fini
della sostituzione di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto
di lavoro, è legittima la fissazione di un termine determinato con riferimento
alla non prefissata data di rientro del lavoratore sostituito (termine

‘incertus

quando’), così come la prosecuzione del rapporto in occasione del mutamento
del titolo dell’assenza indicato nel contratto è legittima, e non determina la
trasformazione del medesimo a tempo indeterminato, sempreché anche per la
nuova causale sia consentita la stipulazione del contratto a termine (si veda
anche la più recente Cass. 16 maggio 2016, n. 10009 resa con riferimento ad
un contratto stipulato nella vigenza del d.lgs. n. 368/2001 con il quale è stata
recepita la direttiva CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo
determinato e si sono ampliate le ragioni legittimanti l’assunzione a termine,
con superamento della tassatività delle ipotesi previste dalla pregressa
normativa abrogata).
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Per il resto la ricorrente in modo inammissibile pretende una lettura delle

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3. Conclusivamente il ricorso va rigettato.
4. La regolamentazione delle spese segue la soccombenza.
5. Va dato atto dell’applicabilità dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. 30
maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, co. 17, legge 24 dicembre
2012, n. 228

P.Q.M.

del controricorrente delle spese di lite che liquida in euro 200,00 per esborsi ed
euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e
rimborso forfetario in misura del 15%.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, d.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della
sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il
ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 6 aprile 2018

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento in favore

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