Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19854 del 09/08/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 09/08/2017, (ud. 19/06/2017, dep.09/08/2017),  n. 19854

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIELLI Stefano – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 18803/2010 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

Società Italiana Edilizia Generale Srl, (già Lui e Lei Simpatia

Quattro Srl);

– intimato –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Liguria n. 59/06/09, depositata il 20 maggio 2009;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 19 giugno

2017 dal Consigliere Giuseppe Fuochi Tinarelli.

Fatto

RILEVATO

CHE:

– l’Agenzia delle entrate impugna per cassazione la decisione della CTR della Liguria che, confermando la decisione di primo grado, aveva annullato l’avviso di accertamento per Iva, Irpeg ed Irap per l’anno 2000, ritenendo operante la preclusione alla definizione automatica, prevista dalla L. n. 289 del 2002, art. 9 solo con la notifica di un processo verbale di constatazione, come previsto dallo stesso art. 9, comma 14, e non con la mera consegna, e comunque essendo stato l’avviso di accertamento notificato oltre il termine del 12 agosto 2003;

– assume l’Agenzia, con due motivi, la violazione e falsa applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 9, comma 14, per aver escluso l’equipollenza tra consegna e notifica (primo motivo), nonchè la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 143 del 2003, art. 1, comma 2 terdecies, per essere stato l’accertamento avviato anteriormente al 12 agosto 20031.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

– va evidenziato, preliminarmente, che dalla sentenza impugnata si rileva che l’atto di diniego di condono è relativo, tra l’altro, all’IVA, sicchè, come affermato da Cass. n. 19546 del 2011 (conforme Cass. n. 8110 del 2012; Cass. n. 20435 del 2014), “la sentenza della Corte di Giustizia CE 17 luglio 2008, in causa C-132/06, secondo la quale la Repubblica Italiana è venuta meno agli obblighi di cui agli artt. 2 e 22 della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388 CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative all’I.V.A., per avere previsto, con la L. 27 dicembre 2002, n. 289, artt. 7 ed 8 una rinuncia generale e indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili effettuate nel corso di una serie di periodi di imposta, così pregiudicando seriamente il corretto funzionamento de sistema comune dell’imposta sul valore aggiunto – ha una portata generale, estesa a qualsiasi misura nazionale, sia essa di carattere legislativo o amministrativo, con la quale lo Stato membro rinunci in modo generale o indiscriminato al pagamento di quanto dovuto per Iva (v. Cass. n. 20068 del 2009). Tale incompatibilità riguarda, quindi, anche la definizione prevista dalla L. n. 289 del 2002, art. 9 bis, il quale pertanto, nella parte in cui consente di definire una controversia evitando il pagamento di sanzioni connesse al ritardato od omesso versamento dell’Iva, deve essere disapplicato per contrasto con la 6^ direttiva n. 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, alla stregua dell’interpretazione adeguatrice imposta dalla citata sentenza della Corte di Giustizia CE 17 luglio 2008, in causa C-132/06”;

– l’incompatibilità delle misure con cui lo Stato membro rinuncia ad una corretta applicazione e/o riscossione di quanto dovuto per Iva va rilevata a prescindere da specifiche deduzioni di parte poichè il principio di effettività contenuto nell’art. 10 del Trattato CE comporta, come affermato sempre da questa Corte sulla base della giurisprudenza comunitaria, l’obbligo del giudice nazionale di applicare d’ufficio il diritto comunitario, senza che possano ostarvi preclusioni procedimentali o processuali, o, nella specie, il carattere chiuso del giudizio di cassazione;

– ne deriva che la L. n. 289 del 2002, art. 9 bis nella presente controversia avente ad oggetto atto di diniego di condono relativo, tra l’altro, all’IVA, va disapplicato limitatamente a tale imposta;

– con riferimento alle altre imposte, il primo motivo è fondato: la premessa di non equipollenza della consegna del pvc alla notificazione è erronea, in quanto per giurisprudenza di questa Corte, che si ritiene di condividere, “la consegna al contribuente di un processo verbale di constatazione, redatto all’esito di una verifica della Guardia di Finanza “con esito positivo”, rende inoperante la definizione automatica per l’anno a cui si riferisce, prevista dalla L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 9analogamente alla notifica del predetto verbale, atteso che, a tal fine, rileva la funzione e non la provenienza dell’atto, mentre l’attestazione di avvenuta consegna del verbale al contribuente, risultante dalla sottoscrizione per ricevuta, è idonea a soddisfare la medesima esigenza di certezza sottesa alla notificazione, ossia la piena conoscenza dell’atto da parte del destinatario” (Cass. n. 26702 del 2014; Cass. n. 16680 del 2016);

– in ordine alla seconda censura, la previsione di cui al D.L. n. 143 del 2003, art. 1, comma 2 terdecies, contrariamente a quanto sostenuto nell’impugnata sentenza, ha la funzione di precisare la portata del principio, escludendo la rilevanza ostativa del verbale previamente notificato laddove l’esito positivo di questo sia smentito da una contraria determinazione dell’ufficio impositore ed opera, dunque, con specifico riferimento al caso in cui verbale di constatazione risulti, prima dell’entrata in vigore della legge di conversione, seguito da un provvedimento di segno opposto dell’amministrazione finanziaria (v. Cass. n. 34 del 2015; Cass. n. 13442 del 2012);

– del resto, la norma prevede che “gli stessi effetti di cui alla L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 9, comma 10”, e per quanto rileva, la preclusione di ogni accertamento tributario, sono altresì prodotti nel caso in cui, prima della data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il pvc “non abbia dato luogo ad avvio di accertamento o rettifica nei confronti del contribuente a seguito di provvedimento dell’Amministrazione finanziaria ovvero nel caso in cui l’avviso di accertamento emesso dall’ufficio sia stato annullato per autotutela”;

– in accoglimento del ricorso la sentenza impugnata va cassata e, non essendovi necessità di ulteriori accertamenti in fatto, va respinto il ricorso introduttivo del contribuente, che va condannato alle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, dovendosi invece compensare le spese dei gradi di merito.

PQM

 

La Corte in accoglimento del ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo del contribuente.

Condanna la parte soccombente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.500,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito. Compensa le spese dei gradi di merito.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 19 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2017

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