Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19844 del 12/07/2021

Cassazione civile sez. lav., 12/07/2021, (ud. 04/02/2021, dep. 12/07/2021), n.19844

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2398-2020 proposto da:

O.M., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ETTORE FAUSTO PUCILLO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRIRTORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI MONZA/MILANO, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia ex lege in ROMA,

alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2321/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 28/05/2019 R.G.N. 3180/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/02/2021 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte d’appello di Milano, con sentenza del 28.5.2019, rigettava il ricorso proposto da O.M., cittadino (OMISSIS), avverso l’ordinanza resa dal Tribunale della stessa sede che aveva respinto il ricorso avverso il provvedimento della Commissione Territoriale, la quale aveva negato al predetto il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14 ed il rilascio di permesso di soggiorno per motivi umanitari; il racconto del richiedente, ritenuto non credibile dalla Commissione, e ribadito dinanzi al Tribunale, era basato su episodio di minacce e soprusi ricevuti in patria da creditori della madre, che gestiva un piccolo contrabbando di generi alimentari, e sulla decisione del predetto di emigrare in ragione dell’impossibilità di pagare la somma investita, che determinava il timore di sopraffazioni;

2. la Corte escludeva che il timore riferito dal richiedente potesse integrare il rischio effettivo di subire una persecuzione, in quanto le fonti informative più accreditate sulla (OMISSIS) riferivano che le attività violente erano concentrate in regioni ((OMISSIS)), diverse da quella di (OMISSIS), dalla quale il ricorrente proveniva, come confermato dalle fonti internazionali consultate;

3. la Corte distrettuale evidenziava che non erano, infine, integrati neanche i presupposti di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), in assenza di riscontri individualizzanti, e che per la protezione umanitaria neanche emergevano situazioni di fragilità con riferimento a traumi subiti nei paesi di transito;

4. il ricorso per cassazione proposto avverso la suindicata decisione da O.M. è affidato a due motivi;

5. il Ministero dell’Interno intimato non ha resistito con controricorso, ma ha depositato atto di costituzione ai fini della eventuale partecipazione all’udienza di discussione ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1, ultimo alinea, cui non ha fatto seguito alcuna attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. la censura articolata nel primo motivo riguarda la deduzione di nullità della sentenza ex art. 161 c.p.c. e di violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, art. 27, comma 1 bis, nonché D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), rilevandosi come la sentenza non abbia fatto riferimento a precise fonti informative, essendosi limitata a fornire indicazioni approssimative sulla situazione del Paese interessato, omettendo la dovuta cooperazione istruttoria;

2. con il secondo motivo, si deduce nullità della sentenza e violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, , sostenendosi che la sentenza sia priva di motivazione quanto al mancato riconoscimento della protezione umanitaria;

3. la sentenza si è limitata ad affermare che la situazione dell'(OMISSIS) è stata desunta dalla consultazione di fonti ufficiali non precisate e nella stessa è stato affermato unicamente che lo Stato di provenienza del richiedente non risultava oggetto di specifiche direttive da parte dell’UNHCR, direttive, che ove esistenti, avrebbero orientato già la decisione della Commissione nel senso di ulteriori approfondimenti;

3.1. quanto alle fonti informative utilizzate per valutare la situazione esistente in (OMISSIS), la Corte di appello non ha, dunque, rispettato l’onere, in relazione a quanto previsto dal D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, di specificare la fonte in concreto consultata e il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità di tale informazione rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione (in tali termini, cfr. Cass. n. 13449 del 2019; v. pure 13897 del 2019);

3.2. in tal modo non sono stati offerti elementi idonei a rendere possibile la contestazione dell’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, e di verificare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, fossero rispettose del cd. dovere di collaborazione istruttoria ed esenti da ogni oggettivo travisamento, ovvero di controllare se le stesse fossero state superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (Cass. n. 4037 del 2020);

3.3. rispetto alla peculiarità della vicenda, in relazione alla quale era comprensibile che il ricorrente avesse ritenuto inutile la denuncia a fronte di note collusioni anche degli organi che avrebbero dovuto assicurargli la protezione, la valutazione della Corte distrettuale deve ritenersi non conforme a diritto;

3.4. ed invero la motivazione prescinde dalla considerazione corretta di una fattispecie in cui la fuga dal paese di origine sia cagionata da timori di persecuzione per il trattamento ivi destinato a chi si trovi in condizione di insolvenza rispetto ai propri debiti, in quanto in tal caso l’espatrio non persegue un miglioramento economico, ma si rende necessario al fine di evitare trattamenti inumani o gravemente ed indebitamente dannosi per la persona;

3.5. la Corte territoriale ha peraltro errato anche nel non svolgere d’ufficio gli accertamenti necessari ad apprezzare se sia vero o meno quanto denunciato dal ricorrente, ovverosia che le leggi o i costumi (tollerati) in (OMISSIS) fossero tali da comportare in tali situazioni la possibilità di “riduzione in schiavitù” o la determinazione della “possibilità effettiva di affrancamento dalla condizione di addictus” e le fonti informative consultate sono carenti con riguardo a tali aspetti che avrebbero meritato approfondimento (cfr., da ultimo, in relazione a vicenda similare, Cass. 21.12.2020 n. 29142);

4. con riguardo al secondo motivo, premesso che la valutazione dei presupposti per la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari è rimessa al giudice di merito, è tuttavia privo di rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (cfr. Cass. S.U. 13.11.2019 n. 29459; Cass. 17.7.2020 n. 15319);

4.1. le affermazioni della Corte non si confrontano con una evoluzione segnata – a livello di parametro per una giurisprudenza evolutiva, rispettosa dei principi di cui all’art. 10 Cost., comma 3 – dal D.Lgs. n. 130 del 2020, che sia pure ratione temporis inapplicabile, delinea un percorso di valorizzazione del lavoro del richiedente, unitamente alla considerazione, in termini comparativi, della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale;

4.2. è allora evidente che le considerazioni svolte in relazione al primo motivo sono tali da evidenziare anche l’incompletezza dell’analisi condotta dal giudice del merito in ordine ai presupposti per il rilascio del permesso per motivi umanitari; le Sezioni Unite di questa Corte, d’altronde, con la sentenza n. 29459 del 13 novembre 2019, hanno innanzitutto chiarito che il diritto alla protezione umanitaria, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali;

4.3. il giudice del gravame è tenuto, pertanto, ad effettuare il giudizio comparativo in termini rispettosi del principio alla cui stregua “la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio, non potendosi tipizzare le categorie soggettive meritevoli di tale tutela che è invece atipica e residuale, nel senso che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello “status” di rifugiato o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione” (Cass. n. 13079 del 2019, n. 8571 del 2020);

5. la sentenza impugnata va dunque cassata in relazione alle censure proposte, accolte nei termini sopra precisati, ed il giudice del rinvio, designato in dispositivo, dovrà procedere ai predetti accertamenti;

6. allo stesso giudice è demandata la liquidazione delle spese anche del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie entrambi i motivi, cassa la decisione impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Milano in diversa composizione, cui demanda la determinazione delle spese anche del presente giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 4 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2021

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