Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19839 del 22/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 22/09/2020, (ud. 11/06/2020, dep. 22/09/2020), n.19839

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10715-2018 proposto da:

M.A., P.A., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA ENNIO QUIRINO VISCONTI 20, presso lo studio dell’avvocato

MAURIZIO BARRELLA, rappresentati e difesi dall’avvocato ROSELLA OPPO

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

COMUNE DI ARBOREA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA AULO

PLAUZIO, 5 (TEL. 06.70496472), presso lo studio dell’avvocato

FRANCESCO CUTRONA, rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNA

MARIA URRU in virtù di procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 55/2018 del TRIBUNALE di ORISTANO, depositata

il 25/01/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’11/06/2020 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO;

Lette le memorie depositate da entrambe le parti.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Con separati ricorsi P.A. e M.A. avevano impugnato le ingiunzioni fiscali emesse R.D. n. 639 del 1910 ex art. 3, per il recupero delle somme dovute a titolo di sanzioni amministrative per violazioni al C.d.S. ed in favore del Comune di Arborea.

Il Giudice di Pace di Terralba accoglieva le opposizioni, ravvisando l’inesistenza della notifica delle ordinanze, ed avverso entrambe le sentenze ha proposto appello il Comune di Arborea, cui resistevano gli opponenti.

Riuniti i giudizi di appello, il Tribunale di Oristano con la sentenza n. 55 del 25 gennaio 2018 accoglieva il gravame, rigettando l’opposizione ab origine proposta.

Quanto alla dedotta inesistenza della notifica dell’ordinanza emessa ai sensi del R.D. n. 639 del 1910, rilevava che effettivamente tali atti erano stati inviati per conto del Comune da parte della MT S.p.A., cui era stato affidato l’incarico di riscossione delle entrate comunali.

Ancorchè la notifica fosse avvenuta a mezzo posta ordinaria, la stessa tuttavia aveva assicurato la conoscenza degli atti da parte dei destinatari che successivamente avevano anche proposto opposizione, sicchè doveva reputarsi che ogni invalidità era stata sanata per effetto del raggiungimento dello scopo.

Inoltre andava evidenziata la natura non perentoria del termine di opposizione di cui al citato R.D., art. 3, il cui decorso non implica alcuna decadenza a carico della parte opponente.

Quanto al motivo di opposizione non esaminato in primo grado, ma riproposto in appello, con il quale si contestava la possibilità di riscossione delle sanzioni amministrative mediante ingiunzione fiscale, la sentenza, dopo avere ricostruito i vari passaggi normativi riteneva che ciò fosse consentito per effetto della previsione di cui al D.L. n. 248 del 2007, art. 36, comma 2, conv. nella L. n. 31 del 2008.

A tal fine il Comune poteva correttamente avvalersi anche dell’attività di soggetti terzi, quale appunto la MT S.p.A., alla quale era stato affidato il servizio di riscossione e che risultava iscritta alla data di emissione e notificazione delle ordinanze presso l’albo appositamente istituito presso il Ministero delle Finanze.

Infine era da disattendere anche il motivo di opposizione concernente il preteso difetto di sottoscrizione dell’atto e di legittimazione, in quanto trattandosi di ordinanza volta al recupero di sanzioni amministrative per violazione del C.d.S., l’ufficio comunale competente è quello della Polizia Municipale.

L’atto opposto recava la sottoscrizione meccanizzata a stampa (come previsto peraltro espressamente dal regolamento di attuazione del C.d.S.) con l’indicazione del nome del responsabile, individuato nel Comandante della Polizia Municipale di Arborea, il che permetteva di ritenere soddisfatti i requisiti prescritti per la validità formale dell’atto.

Quindi, ravvisata l’inammissibilità degli altri motivi di opposizione, con i quali si mirava a contestare la mancata notifica dei verbali di accertamento delle contravvenzioni al C.d.S., condannava gli appellati anche al rimborso delle spese del doppio grado.

P.A. e M.A. propongono ricorso per cassazione di tale sentenza sulla base di quattro motivi.

Il Comune di Arborea ha resistito con controricorso.

Preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione di improcedibilità del ricorso reiterata dal Comune di Arborea nelle memorie dell’11 marzo 2020, e motivata in ragione del fatto che, a fronte della notifica telematica della sentenza impugnata, parte ricorrente avrebbe prodotto la copia cartacea della relata di notifica, priva però di attestazione di conformità, occorrendo a tal fine rilevare che il Comune non ha in primo luogo disconosciuto in controricorso la conformità della copia cartacea prodotta all’originale telematico, il che impedisce la declaratoria di improcedibilità (cfr. Cass. S.U. n. 8312/2019). Ma in ogni caso le stesse Sezioni Unite, nel precedente ora citato, hanno ribadito che l’improcedibilità non sussiste quando il ricorso per cassazione risulta notificato prima della scadenza dei sessanta giorni dalla pubblicazione della sentenza e quindi nel rispetto del termine breve per l’impugnazione, perchè in tal caso perde rilievo la data della notifica del provvedimento impugnato (Cass. 10 luglio 2013, n. 17066).

Nella fattispecie la sentenza impugnata è stata pubblicata (e notificata) in data 25 gennaio 2018, sicchè l’avvenuta notifica del ricorso in data 26/3/2018, nel rispetto del termine breve di cui all’art. 325 c.p.c. dalla pubblicazione rende irrilevante la verifica circa il deposito della relata di notifica della sentenza gravata.

Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione del R.D. n. 639 del 1910, art. 2, in relazione alla L. n. 890 del 1982, artt. 1 e 3, e della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 158, oltre che il difetto di motivazione.

Assumono i ricorrenti che, ancorchè la sentenza impugnata abbia correttamente rilevato che le notifiche delle ordinanze ingiunzioni fiscali non possano che avvenire con le forme previste per le notifiche degli atti giudiziari, ha erroneamente equiparato quanto agli effetti la notifica di tali atti a quella dei verbali di accertamento.

Piuttosto, una volta riscontrato che la notifica era avvenuta a mezzo posta ordinaria, avrebbe dovuto rilevare l’inesistenza della notifica, come correttamente statuito dal giudice di primo grado.

Il motivo è inammissibile.

Il giudice d’appello è pervenuto a disattendere la doglianza dei ricorrenti, oltre che avvalendosi dell’argomento secondo cui la notifica delle ordinanze, sebbene avvenuta con modalità difformi da quelle imposte dalla legge, aveva comunque consentito alle parti di avere contezza del provvedimento, di modo che doveva reputarsi intervenuta la sanatoria per raggiungimento dello scopo, ha altresì richiamato la natura non perentoria del termine per l’opposizione di cui al R.D. n. 639 del 1910, art. 3, ritenendo peraltro che la questione della validità della notifica fosse irrilevante ai fini della necessità di dover in ogni caso decidere sull’opposizione proposta.

Tale affermazione trova il conforto della costante giurisprudenza di questa Corte la quale, anche di recente, ha ribadito che (Cass. n. 19166/2015) l’inesistenza della notificazione non incide sulla validità e sulla efficacia dell’ingiunzione, quale atto amministrativo contenente l’ordine di pagare una determinata somma, e quindi sulla legittimità e fondatezza della pretesa fatta valere dall’Amministrazione, ma solo sulla procedibilità dell’azione esecutiva, che l’art. 479 c.p.c. subordina alla notifica del titolo esecutivo e del precetto, rispetto alla quale la notificazione dell’ingiunzione assolve una funzione sostitutiva, nonchè sulla decorrenza del termine per proporre opposizione, subordinata alla notifica del provvedimento, ai sensi del R.D. n. 639 del 1910, art. 3 (conf. Cass. n. 20360/2006; Cass. n. 3880/1996).

Vertendosi in questa sede solo in tema di opposizione ad ingiunzione fiscale, e non essendo in discussione l’esecuzione della stessa, ne deriva che correttamente è stata rilevata l’ininfluenza ai fini della decisione, della questione relativa alla validità della notifica, affermazione questa che non risulta nemmeno censurata da parte ricorrente, risultando quindi altresì irrilevante il richiamo all’a deduzione circa l’inesistenza della notifica, reiterato anche nelle memorie illustrative.

Il secondo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 446 del 1997, artt. 52 e 53, e del D.Lgs. n. 112 del 1999, art. 42, comma 3, nella parte in cui il giudice di appello ha disatteso la censura circa la carenza in capo alla società MT S.p.A. del potere di procedere alla riscossione coattiva delle entrate del Comune. A tal fine la sentenza gravata ha evidenziato soltanto che la società alla data di emissione delle ordinanze risultava iscritta presso l’apposito albo tenuto dal Ministero delle Finanze, omettendo però di considerare che il contratto di appalto, con il quale il servizio di riscossione era stato affidato alla detta società, non poteva validamente trasferire il potere al soggetto privato.

Non risultava, infatti, seguita la complessa procedura per l’affidamento di tale servizio, nè tale prova era stata offerta da parte del Comune opposto.

Il terzo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 97 Cost., degli artt. 2699 e 2700 c.c., dell’art. 201C.d.S., comma 3, e dell’art. 206C.d.S., e della L. n. 689 del 1981, art. 27, oltre che il difetto di motivazione in ordine all’omessa pronuncia su di un’eccezione di nullità rilevabile d’ufficio, sempre in relazione al ruolo svolto dalla detta società.

Assume parte ricorrente che il Comune si era illegittimamente avvalso di una società privata per la riscossione delle proprie entrate, la quale era remunerata anche con un aggio su ogni atto emesso, il che denotava un evidente interesse della stessa società all’emissione di atti impositivi, in violazione dei principi di imparzialità e del buon andamento della PA.

Il giudice di appello avrebbe dovuto d’ufficio riscontrare la nullità derivata del contratto di affidamento del servizio in favore della MT S.p.A., disapplicando gli eventuali atti amministrativi illegittimi.

I motivi che possono essere congiuntamente trattati per la loro connessione, sono inammissibili, in quanto introducono una questione nuova (validità del contratto con il quale il Comune ha affidato ad una società privata il servizio di riscossione delle sue entrate) che non risulta, nè dalla sentenza nè dal contenuto dello stesso ricorso, che fosse stata prospettata nelle precedenti fasi di merito.

Ed, invero, ribadito che (cfr. Cass. n. 22710/2017; Cass. n. 8039/2019) ai fini del recupero delle somme dovute a titolo di sanzione amministrativa per violazione delle norme del C.d.S., è possibile per i Comuni di avvalersi della procedura di riscossione coattiva tramite ingiunzione, di cui al R.D. n. 639 del 1910, anche affidando il relativo servizio ai concessionari iscritti all’albo di cui al D.Lgs. n. 44 del 1997, art. 53, essendo tale affidamento consentito dal D.L. n. 209 del 2002, art. 4, comma 2 sexies, quale non è intervenuta l’abrogazione – pure inizialmente disposta dal D.L. n. 70 del 2011, art. 7, comma 2, conv. con mod. nella L. n. 106 del 2011 – non essendo entrate in vigore le disposizioni cui essa era subordinata, i motivi pongono una questione, che come detto non risulta mai essere stata affrontata sede di merito, e la cui risoluzione implicava evidentemente accertamenti di fatto (verifica del contenuto del contratto di affidamento e delle sue condizioni economiche, ancora riscontro della regolare procedura di selezione del contraente privato) sicchè la relativa disamina appare preclusa in sede di legittimità.

La deduzione appare inoltre infondata, dovendosi a tal fine richiamare la giurisprudenza di questa Corte che, ancorchè in relazione ad opposizioni a contestazioni per violazioni al C.d.S., ha avuto modo di precisare che (Cass. n. 22793/2014) nel giudizio di opposizione ad ordinanza-ingiunzione avente ad oggetto l’irrogazione di sanzioni amministrative per violazione del C.d.S., il giudice ordinario ha il potere di sindacare incidentalmente, ai fini della disapplicazione, soltanto gli atti amministrativi posti direttamente a fondamento della pretesa sanzionatoria, sicchè, ove sia stata irrogata una sanzione pecuniaria per la sosta di un autoveicolo in zona a pagamento senza esposizione del tagliando attestante l’avvenuto versamento della somma dovuta, il controllo del giudice non può estendersi anche agli eventuali vizi di legittimità della deliberazione della giunta comunale di concessione della gestione del servizio ad un’impresa privata, che non si inserisce nella sequenza procedimentale che sfocia nell’adozione dell’ordinanza opposta (conf. Cass. n. 9125/2017, non massimata, quanto alla legittimità della procedura di affidamento in concessione del servizio di gestione delle aree di sosta a pagamento a favore di una società privata).

Trattasi di principi che appaiono indubbiamente suscettibili di estensione anche alla diversa opposizione di cui alla L. n. 639 del 1910, e che escludono che il giudice possa essere chiamato a sindacare la legittimità delle procedure con le quali sia stato affidato ad un soggetto privato l’incarico di riscuotere le entrate dell’ente pubblico.

Del pari inammissibile, in quanto questione nuova e del pari implicante accertamenti in fatto, è l’asserzione secondo cui la società MT S.p.A. non sarebbe in realtà la concessionaria della riscossione del Comune, emergendo dallo stesso contenuto della memoria (nella quale il tema viene sollevato) che il motivo originario di opposizione dedotto dinanzi al giudice di merito, afferiva alla mancata iscrizione della società de qua nell’albo tenuto presso il Ministero dell’Economia e della Finanze, senza però che fosse posta in contestazione anche l’effettivo affidamento del servizio.

Il quarto motivo, infine denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 17, in quanto la sentenza gravata ha ritenuto valida la sottoscrizione automatizzata delle ordinanze opposte che recavano la firma scannerizzata del soggetto individuato come Comandante della Polizia Municipale.

La scannerizzazione della firma non soddisfa i requisiti previsti dalla legge dovendosi anche escludere che la stessa sia riferibile al titolare dell’ufficio, che deve rivestire necessariamente la qualifica di dirigente.

Anche tale motivo deve essere dichiarato inammissibile ex art. 360 bis c.p.c., comma 1, n. 1.

Ed, infatti, tenuto conto del contenuto dell’ordinanza opposta, che mira al recupero di entrate derivanti da precedenti violazioni al C.d.S., risulta conforme alla giurisprudenza di questa Corte l’affermazione secondo cui anche tale atto, come il verbale di contestazione (cfr. Cass. n. 9815/2015; Cass. n. 21918/2006), possa essere sottoscritto in maniera automatizzata.

Quanto, invece alla diversa contestazione circa la corretta individuazione del soggetto firmatario dell’atto, va rilevato che la sentenza gravata, tenuto conto per l’appunto del titolo del credito vantato, ha ritenuto che la competenza spettasse, sulla base delle norme dettate dallo stesso C.d.S., all’ufficio di Polizia Municipale in persona del Comandante, qualifica questa che riveste formalmente il soggetto di cui si riproduce in maniera meccanizzata la sottoscrizione, occorrendo altresì rilevare che deve escludersi, una volta accertato che la sottoscrizione è riferibile al titolare dell’Ufficio (nella specie il Comandante della Polizia Municipale), la necessità che questi debba anche rivestire la qualifica dirigenziale (si veda in tal senso, e con riferimento all’emissione di avvisi di liquidazione Ici, parimenti di competenza comunale, Cass. n. 12302/2017).

Risultando tutti i motivi inammissibili il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Inoltre attesa l’evidente inammissibilità del ricorso, che denota colpa grave del ricorrente e l’utilizzo in maniera strumentale del mezzo di impugnazione, si ritiene che ricorrano i presupposti per la condanna dei ricorrenti ex art. 96 c.p.c., u.c., con la conseguente condanna dei ricorrenti in solido tra loro al pagamento della somma di Euro 700,00 in favore del controricorrente.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al rimborso delle spese in favore del controricorrente che liquida in complessivi Euro 900,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori come per legge;

Condanna i ricorrenti, in solido tra loro, ex art. 96 c.p.c., u.c., al pagamento in favore del controricorrente della somma di Euro 700,00;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti del contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 11 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2020

 

 

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