Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19834 del 12/07/2021

Cassazione civile sez. lav., 12/07/2021, (ud. 19/11/2020, dep. 12/07/2021), n.19834

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19583-2019 proposto da

M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 74,

presso lo studio dell’avvocato GIANNI EMILIO IACOBELLI,

rappresentato e difeso dall’avvocato MASSIMO RAFFIO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134,

presso lo studio degli avvocati LUIGI FIORILLO, e FRANCESCA

BONFRATE, che la rappresentano e difendono;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 749/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 19/06/2018 R.G.N. 3826/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/11/2020 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza 19 giugno 2018, la Corte d’appello di Roma, in sede di rinvio dalla Corte di cassazione (che, con la sentenza 8 giugno 2016, n. 11743, aveva annullato la n. 4168/2010 della stessa Corte d’appello, di accertamento della nullità del termine apposto al contratto di lavoro subordinato stipulato per il periodo dal 2 gennaio al 31 marzo 2004 tra M.G. e Poste Italiane s.p.a. e pertanto della sua durata a tempo indeterminato, con la condanna della datrice alla riammissione in servizio del lavoratore e al risarcimento del danno in suo favore pari alle retribuzioni maturate dalla notificazione della messa in mora al triennio successivo alla scadenza del termine del contratto), rigettava le domande del lavoratore;

2. in applicazione del principio fissato, nell’accoglimento del primo motivo di ricorso e assorbimento degli altri, dalla sentenza rescindente, secondo il quale “l’apposizione del termine deve considerarsi legittima se l’enunciazione dell’esigenza di sostituire lavoratori assenti – da sola insufficiente ad assolvere l’onere di specificazione delle ragioni stesse – risulti integrata dall’indicazione di elementi ulteriori (quali l’ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorché non identificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso, la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità”, la Corte territoriale riteneva l’effettività dell’esigenza sostitutiva, sulla base della generica contestazione del lavoratore (di natura astratta sui principi generali, piuttosto che sulla mancanza di concreta verifica), tale da rendere superflua l’assunzione della prova orale pure dedotta dalla società;

3. con atto notificato il 17 (20) giugno 2019, il lavoratore ricorreva per cassazione con tre motivi, cui la società resisteva con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 384,394 c.p.c. e violazione degli artt. 112,115,277,342,434 c.p.c., 1421 c.c. in relazione al D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, art. 2697 c.c., per la mancata verifica di effettività della ragione sostitutiva commessa alla Corte territoriale in sede di giudizio rescissorio, nell’inosservanza dei principi che lo regolano, oltre che di corrispondenza del chiesto al pronunciato per omessa pronuncia al riguardo, con una mera presunzione della ricorrenza di tale requisito, sulla base di una contestazione erroneamente ritenuta generica e invece puntuale, come risultante dagli estratti degli atti processuali trascritti per la parte d’interesse: in assenza pertanto di alcuna prova del requisito di effettività (primo motivo); nullità della sentenza per violazione degli artt. 112,277 c.p.c. e per violazione dell’art. 1421 c.c. in relazione al D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 per la mancata pronuncia sull’accertamento di effettività dell’esigenza sostitutiva dell’assunzione del lavoratore a termine, nonostante la contestazione, nell’atto introduttivo di primo grado e poi di appello, dell’esistenza in concreto del nesso causale tra detta assunzione e la ragione sostitutiva indicata in contratto (secondo motivo); violazione e falsa applicazione degli artt. 112,113 c.p.c. e violazione dell’art. 115 c.p.c., artt. 2697,2727 c.c., per la mancanza di prova del requisito di effettività dell’esigenza sostitutiva, nell’onere della società datrice, che l’aveva pure offerta in deduzione senza peraltro che fosse ammessa dalla Corte territoriale, in quanto ritenuta superflua (terzo motivo);

2. essi, congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono fondati;

3. al di là della deduzione di plurime violazioni di legge e di errores in procedendo, i tre motivi convergono nella censura di un’erronea applicazione del principio di non contestazione, in base al quale la Corte territoriale ha ritenuto provata l’effettività dell’esigenza sostitutiva giustificante l’assunzione a termine del lavoratore, sull’assunto della sua genericità, in quanto non già fondata, come correttamente, sulla mancata verifica di effettività, bensì su principi generali (per le ragioni esposte al secondo e terzo capoverso di pg. 3 della sentenza): così da (non) produrre l’effetto della relevatio ab onere probandi, spettando poi al giudice del merito apprezzare, nell’ambito del giudizio di fatto al medesimo riservato, l’esistenza ed il valore di una condotta di non contestazione dei fatti rilevanti, allegati dalla controparte (Cass. 7 febbraio 2019, n. 3680);

3.1. giova in proposito ribadire che, in materia di prova civile, la generica deduzione di assenza di prova senza che sia negato il fatto storico non è equiparabile alla specifica contestazione prevista dall’art. 115 c.p.c. (Cass. 27 agosto 2020, n. 17889), dovendo essa avere per oggetto fatti storici sottesi a domande ed eccezioni e non conclusioni ricostruttive desumibili dalla valutazione di documenti (Cass. 5 marzo 2020, n. 6172); e che, nel rito del lavoro, il convenuto ha l’onere di contestare in termini specifici, e non limitati a una generica negazìone, le circostanze di fatto dedotte a fondamento della domanda, ai sensi dell’art. 416 c.p.c., comma 3 (Cass. 27 giugno 2018, n. 16970);

3.2. pertanto, il principio di non contestazione opera rispetto ai fatti costitutivi, modificativi o estintivi del diritto azionato e non anche in relazione a fattispecie, il cui accertamento, richiedendo un riscontro sulla condotta, sul nesso di causalità, sull’evento e sul pregiudizio, ha carattere fortemente valutativo, e che, pertanto, devono essere necessariamente ricondotte al thema probandum come disciplinato dall’art. 2697 c.c., la cui verificazione spetta al giudice come quella del diritto (Cass. 19 agosto 2019, n. 21460, con specifico riferimento al risarcimento danno, nella specie biologico da esposizione all’amianto);

3.3. alla luce dei suenunciati principi di diritto, il lavoratore ricorrente ha fondatamente dedotto l’erronea applicazione del principio di non contestazione, che ne esige la specificità, nel rispetto, a monte, del principio prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6 che presuppone un’allegazione altrettanto puntuale a carico della parte onerata della prova (Cass. 13 ottobre 2016, n. 20637), avendo debitamente trascritto, nelle parti di precipuo interesse (in particolare all’ultimo capoverso di pg. 18 e ancora a pg. 26 del ricorso), gli atti nei quali ha compiuto una contestazione specifica degli elementi costitutivi del diritto azionato, riguardante la nullità del termine apposto al contratto di lavoro subordinato per l’assenza di effettività dell’esigenza sostitutiva;

in specie contestando l’inesistenza di necessità della propria assunzione per la concomitanza di assenze di lavoratori con diritto alla conservazione del posto e del nesso causale tra la detta assunzione e assenze di uno o più lavoratori sostituiti come desumibile dal settimo all’ultimo alinea dell’ultimo capoverso di pg. 18, di trascrizione della parte dell’atto di appello a ribadire le allegazioni del ricorso introduttivo del giudizio);

3.4. sussistono così le violazioni di legge denunciate, quali errores in indicando correttamente integrati dalla deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge, implicante un problema interpretativo; in particolare, ricorre il cosiddetto vizio di sussunzione, censurabile dal giudice di legittimità, consistente o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addica, perché la fattispecie astratta da essa prevista non sia idonea a regolarla, oppure nel trarre dalla norma, in relazione alla fattispecie concreta, conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione (Cass. 30 aprile 2018, n. 10320; Cass. 31 maggio 2019, n. 13747);

4. per le suesposte ragioni il ricorso deve essere accolto, con la cassazione della sentenza impugnata e rinvio, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza e rinvia, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 19 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2021

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