Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19821 del 23/07/2019

Cassazione civile sez. trib., 23/07/2019, (ud. 13/06/2019, dep. 23/07/2019), n.19821

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – rel. Presidente –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. VENEGONI Andrea – Consigliere –

Dott. MELE Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28779-2013 proposto da:

B.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SALENTO 35,

presso lo studio dell’avvocato ROSA ROMANO, rappresentato e difeso

dagli avvocati GLORIA ROSSI, ROBERTO ROMAGNOLI;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE SIENA in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 35/2013 della COMM.TRIB.REG. di FIRENZE,

depositata il 02/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/06/2019 dal Presidente e Relatore Dott. NAPOLITANO LUCIO.

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza n. 35/8/2013, depositata il 2 maggio 2013, la CTR della Toscana accolse l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti del sig. B.S. avverso la sentenza della CTP di Siena, che aveva invece accolto il ricorso proposto dal contribuente, esercente l’attività d’imprenditore edile, avverso l’avviso di accertamento notificatogli, col quale l’Amministrazione finanziaria aveva provveduto alla ripresa a tassazione delle maggiori somme dovute per IRPEF, IVA ed IRAP, oltre sanzioni ed interessi, per l’anno 2004, in ragione del rilevante scostamento verificato tra i ricavi dichiarati e quelli desumibili secondo lo standard dello studio di settore di riferimento TG50U.

Avverso la succitata sentenza il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato formalmente ad unico motivo, nel quale risulta cumulato un duplice ordine di censure.

L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con unico motivo il ricorrente denuncia cumulativamente violazione e falsa applicazione del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62 sexies, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 427 del 1993, e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39,in relazione agli artt. 2727,2728 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il ricorrente assume che – seppur esperito il contraddittorio, a seguito del quale l’Ufficio aveva già parzialmente rettificato i maggiori ricavi contestati secondo lo studio di settore di riferimento, prendendo atto dell’assenza per malattia per sette mesi del padre del contribuente, collaboratore dell’impresa edile, per l’anno di riferimento – con motivazione del tutto carente la sentenza impugnata aveva attribuito al rilevato scostamento dei ricavi per il solo anno 2004, rispetto al quale lo studio riportava peraltro un picco anomalo rispetto agli anni immediatamente precedenti e successivi rispetto ai quali il contribuente era risultato congruo, valore di presunzione semplice di evasione a fronte della quale era onere del contribuente dimostrare che in concreto dette risultanze non fossero a lui applicabili, laddove la sentenza impugnata aveva, a monte, omesso di considerare tutti gli elementi di fatto che avrebbero dovuto evidenziare che il cluster n. 8 (imprese con offerta diversificata di piccole dimensioni), nel quale risultava inserito, era inidoneo a rappresentare in concreto l’attività svolta.

1.1. Il motivo, nella sua articolazione riferita al denunciato vizio di motivazione, è inammissibile.

La sentenza impugnata, infatti, è stata depositata in data 2 maggio 2013. Ne consegue che, al presente giudizio, è applicabile ratione temporis l’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, quale sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b) convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, che, secondo l’indirizzo espresso dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass. 7 aprile 2014, n. 8053) e ribadito dalla successiva giurisprudenza che ad esso si è uniformata, non consente più l’impugnazione della sentenza per insufficiente o contraddittoria motivazione, restando possibile la censura per omessa motivazione nel solo caso di anomalia motivazionale talmente grave da convertirsi in vizio di violazione di legge costituzionalmente rilevante.

Nel caso di specie la sentenza impugnata presenta un iter argomentativo che consente in modo chiaro il controllo sulla ratio decidendi espressa.

1.2. Intangibile, dunque, alla stregua delle considerazioni che precedono, l’accertamento in fatto compiuto dal giudice di merito nella controversia in esame, che ha condotto la CTR ad affermare la piena riferibilità dello studio applicato all’attività d’impresa concretamente svolta dal contribuente, la sentenza impugnata, laddove ha altresì rilevato che il contribuente non ha prodotto le prove necessarie a giustificare il sostenimento di spese incompatibili con il livello di redditività dichiarata, secondo cui il dipendente del B. avrebbe percepito una retribuzione ad esso superiore, risulta avere fatto corretta applicazione dei principi espressi in materia da questa Corte, secondo cui, una volta espletato il contraddittorio, “al contribuente incombe l’onere di allegare e provare, senza limitazione di mezzi e di contenuto, la sussistenza di quelle circostanze di fatto tali da allontanare la sua attività dal normale modello di riferimento settoriale ritenuto applicabile, sì da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento standardizzato, mentre all’ente impositore fa carico la dimostrazione dell’applicabilità dello standard prescelto al caso concreto oggetto di accertamento (cfr., tra le altre, Cass. sez. 5, ord. 15 gennaio 2019, n. 769; Cass. sez. 5, 13 luglio 2016, n. 14288; Cass. sez. 5, 20 febbraio 2015, n. 3415).

2. Il ricorso va pertanto rigettato.

3. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2300,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 13 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2019

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