Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1982 del 28/01/2021

Cassazione civile sez. I, 28/01/2021, (ud. 18/11/2020, dep. 28/01/2021), n.1982

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MELONI Marina – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

su ricorso n. 11223/2019 proposto da:

M.T., elettivamente domiciliato in Napoli, piazza Cavour n.

139, presso lo studio dell’Avv.to Luigi Migliaccio, dal quale è

rappresentato e difeso, giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza resa dalla Corte di appello di Genova, n.

1701/2018, pubblicata l’8/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 18.11.2020 dal consigliere Dott.ssa Milena Balsamo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’appello di Genova, con sentenza n. 1701/2018, ha confermato il provvedimento di rigetto pronunciato dal Tribunale di Genova che, a sua volta aveva confermato il diniego espresso dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Genova in ordine alle istanze di riconoscimento dello status di rifugiato nonchè dell’istanza proposta in via subordinata, di protezione sussidiaria ed in via ulteriormente gradata di protezione umanitaria avanzate da M.T. nato in (OMISSIS), il (OMISSIS).

Il richiedente asilo, proveniente dal (OMISSIS), aveva riferito alla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale competente di essere stato denunciato per un reato non commesso (omicidio), di aver richiesto un prestito (sentenza impugnata, pag. 2) per curare la madre malata.

I giudici di secondo grado, in particolare, – esclusa la credibilità della narrazione, in assenza di dettagli relativi alla imputazione ed al fatto di cui sarebbe stato accusato (non avendo neppure descritto le sorti del processo) nonchè della verosimiglianza del racconto alternativo fornito in ordine a dedotte minacce subite dai “danneggianti” che lo avrebbero cercato, anche in seguito alla denuncia – ritenevano insussistenti i presupposti per il riconoscimento delle protezioni maggiori, non ravvisando neppure i presupposti richiesti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) in quanto dalle Coi individuate dal Collegio, difettava la prova di una situazione di violenza indiscriminata nel (OMISSIS), mentre l’assenza di parenti in Italia e i legami parentali ancora in essere nel paese di provenienza, in assenza di una situazione di vulnerabilità del richiedente, venivano ritenuti elementi inidonei a giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria.

Avverso la sentenza della Corte d’appello di Genova, il ricorrente ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.

Il Ministero dell’Interno è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2. Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente denuncia error in iudicando violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 32 nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3 e art. 5 ex art. 360 c.p.c., n. 3, per avere i giudici di merito violato la normativa relativa all’onere di cooperazione istruttoria.

Deduce che oltre aver dedotto la situazione di vulnerabilità, consistente nell’aver subito minacce in patria e nell’aver trascorso un periodo di tempo in Libia, prima di raggiungere l’Italia, nonchè, d’altro canto, rappresentato la sua integrazione sociale in Italia (avendo prodotto il contratto di lavoro), aveva altresì prospettato la situazione climatica del suo Pese di origine, allegando numerosi report sulla crisi umanitaria in (OMISSIS).

La Corte d’appello, invece, non avrebbe preso in considerazione nè la descritta situazione di vulnerabilità – benchè le minacce ricevute in patria costituiscano un serio indizio della fondatezza del timore di subire danni gravi – nè la circostanza che il richiedente aveva compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda. Inoltre, il decidente non aveva, ad avviso del ricorrente, esercitato il dovere di cooperazione istruttoria per accertare la crisi ambientale del (OMISSIS) nè l’integrazione sociale del predetto.

3. Con il secondo mezzo, si lamenta error in iudicando omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio relativo ai presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria ex art. 360 c.p.c., n. 5; per avere i giudici di merito omesso di valutare i presupposti della domanda di protezione umanitaria, vale a dire le allegazioni del cittadino straniero in ordine alle minacce subite nel Paese di provenienza, la violazione dei diritti umani in (OMISSIS), le calamità naturali che hanno colpito e devastato il Paese (citando all’uopo fonti del 2014-2015), la situazione della Libia ed il suo transito in detto paese, la possibilità di subire torture, o trattamenti disumani.

Sostiene, altresì, che il giudicante deve procedere ad una comparazione tra la vita privata del richiedente in Italia e la situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza e cui egli si troverebbe esposto in caso di rientro nel paese di origine. Ed all’esito del giudizio di comparazione, ove risulti una effettiva sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali, il decidente deve operare una valutazione in ordine alle condizioni di vulnerabilità, individuando i seri motivi di carattere umanitario di cui alle norme citate in rubrica.

4. La prima censura è priva di pregio.

4.1 In primo luogo deve rilevarsi che la pronuncia delle S.U. 29459 del 2019 ha definitivamente affermato che alle domande (e, conseguentemente, ai giudizi) in corso alla data di entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018 si applica il sistema legislativo preesistente relativo alla tutela di carattere umanitario e non opera la sopravvenuta abrogazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

Ancora, in via preliminare, appare opportuno evidenziare che, ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 16, comma 1, lett. b), (come modificato dal D.Lgs. 21 febbraio 2014, n. 18, art. 1, comma 1, lett. I), n. 1) è escluso lo status di protezione sussidiaria quando sussistono fondati motivi per ritenere che lo straniero abbia commesso, al di fuori del territorio nazionale, prima di esservi ammesso in qualità di richiedente, un reato grave. Analoga norma (art. 10, comma 2, lett. b)) è prevista quanto allo status di rifugiato. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il diritto al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria non può essere concesso, rispettivamente ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 10, comma 2, lett. b) e art. 16, comma 1, lett. b), come modificati dal D.Lgs. n. 18 del 2014, art. 1, comma 1, lett. h) e I), n. 1, a chi abbia commesso un reato grave al di fuori dal territorio nazionale, anche se con un dichiarato obiettivo politico, così come, per identità di ratio, non può essere riconosciuta la protezione per motivi umanitari. Tale causa ostativa, in quanto condizione dell’azione, deve essere accertata alla data della decisione e, involgendo la mancanza dell’elemento costitutivo previsto dalla suddetta legge, può essere rilevata d’ufficio dal giudice (Sez. 6 – 1, n. 27504 del 30/10/2018, Rv. 651149 – 01; Sez. 6 – 1, n. 14028 del 06/06/2017, Rv. 644611- 01).

4.2 Secondo un orientamento giurisprudenziale, la predetta esclusione richiede l’accertamento dell’avvenuta commissione di reati fuori del territorio italiano, da qualificarsi gravi alla luce del parametro della pena edittale prevista dalla legge italiana per quel medesimo illecito, non essendo sufficiente il solo mandato di cattura (Sez. 6 – 1, n. 25073 del 23/10/2017, Rv. 646244 – 01). Al contrario, secondo Cass. n. 5358/2018, sono sufficienti i gravi sospetti della commissione del reato, a fronte dei quali non sussiste una facoltà di apprezzamento discrezionale circa la concessione della protezione internazionale.

Anche a voler condividere detta interpretazione, il richiedente asilo avrebbe comunque la possibilità di richiedere la protezione umanitaria; il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari (secondo la normativa vigente “ratione temporis”) presuppone, difatti, l’esistenza di situazioni non tipizzate di vulnerabilità dello straniero, risultanti da obblighi internazionali o costituzionali conseguenti al rischio del richiedente di essere immesso, in esito al rimpatrio, in un contesto sociale, politico ed ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali. Ne consegue che anche laddove il richiedente abbia commesso (o vi siano sospetti che abbia commesso) fuori del territorio nazionale un reato grave (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 10, comma 2, lett. b e art. 16, comma 1, lett. b) e, tuttavia, venga accertato il rischio, in caso di rientro nel Paese di origine, di sottoposizione a tortura o a trattamenti inumani o degradanti, secondo i principi affermati dall’art. 3 della CEDU, tale evenienza va presa in considerazione dal giudice della protezione internazionale, con l’ausilio dei poteri ufficiosi che gli competono, anche nelle fattispecie antecedenti all’entrata in vigore della L. n. 110 del 2017 che prevede che, in nessun caso, possa disporsi l’espulsione dello straniero qualora esistano fondati motivi di ritenere che esso rischi di essere sottoposto a tortura (D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19) (Cass. n. 4455 del 2018; n. 2830 del 2015).

4.3 Tuttavia, il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, impone al giudice chiamato a decidere una controversia in materia di protezione internazionale il dovere di acquisire “informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo”. La “situazione generale del Pese di origine” ovviamente concerne il contesto sociale, politico, economico, legislativo del suddetto paese. Il dovere di “cooperazione istruttoria”, altrettanto ovviamente, non si estende alle vicende private del richiedente asilo: per l’ovvia ragione che ben difficilmente potrebbero esistere fonti e rapporti internazionali che di quelle vicende diano conto.

Inoltre, il dovere di acquisire informazioni sorge solo ove sia stata ritenuta credibile la situazione di particolare o eccezionale vulnerabilità esposta dal richiedente, il che impone poi di procedere al confronto tra il grado di integrazione effettiva raggiunto nel nostro paese e la situazione oggettiva del paese di origine, il quale deve essere effettuato secondo il principio di “comparazione attenuata”(Cass. n. 4455 del 2018; n. 11912/2020; n. 1104 del 2020; n. 8819 del 2020).

4.4 Con riferimento alla situazione di vulnerabilità prospettata, relativamente ai trattamenti e alle pene che rischierebbe il ricorrente in caso di reimpatrio, nulla è stato dedotto con riferimento al reato di cui il richiedente sarebbe stato accusato (omicidio) nè emergono dalla sentenza impugnata elementi concernenti la vicenda in questione, tant’è che sotto questo profilo il decidente lamenta appunto la carenza della narrazione. Nemmeno dagli stralci dell’atto di appello trascritto emergono le vicende che avrebbero coinvolto il ricorrente nell’accusa di omicidio, nè si comprende in quale situazione si siano verificate le minacce, le ragioni di esse e i soggetti dalle quali esse provenivano. Un vero e proprio limite al dovere di cooperazione istruttoria è individuabile in ordine ai fatti allegati dal richiedente: la manifesta condizione di squilibrio tra le parti giustifica l’utilizzo della tecnica processuale dei poteri istruttori d’ufficio senza che ciò comporti però una deriva inquisitoria di tali giudizi perchè, coerentemente con quanto si ritiene per i procedimenti camerali contenziosi bio plurilaterali, “l’iniziativa istruttoria officiosa non può prescindere dai fatti allegati al giudizio dalle parti”.

Si noti che l’omessa, nitida deduzione della specifica situazione di vulnerabilità del richiedente è ripetutamente considerata da questa Corte motivo atto al rigetto della domanda di protezione umanitaria (di fresca data Cass. civ., sez. 1, ord. n. 7627, 7632 e 7633 del 31 marzo 2020).

Pertanto, rispetto a dette allegazioni, la Corte d’appello non poteva attivare alcun potere officioso mancando tutti gli elementi deduttivi, il cui onere di allegazione gravava sul dichiarante. Peraltro, dalla scarna dichiarazione resa, i fatti stessi narrati dal richiedente asilo non evidenziavano alcuna vicenda persecutoria derivante dal contesto sociale, politico od economico del suo paese di origine, ed il tribunale non aveva conseguentemente alcun obbligo di acquisire ex officio informazioni sul suddetto contesto. Ai principi giurisprudenziali dettati in materia non si è discostata, sotto detto profilo, il giudicante nell’assunta decisione avendo fondato la reiezione della domanda sulla base del principio per il quale, in materia di protezione umanitaria non può prescindersi, nella mancanza di prove del racconto dell’interessato, quantomeno dalla credibilità soggettiva del medesimo, analogamente a quanto avviene in ordine al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria (arg. ex Cass. 21/12/2016 n. 26641, in motivazione).

Tra l’altro, la Corte ha escluso la configurabilità, nel caso in esame, di una condizione di vulnerabilità effettiva, idonea a giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria, dando atto per un verso della mancata allegazione da parte del richiedente di elementi soggettivi indicatori di un’esigenza specifica di tutela e dell’insussistenza nel suo Paese di origine di una situazione politico-sociale caratterizzata da gravi limitazioni all’esercizio dei diritti umani, ed evidenziando per altro verso l’insufficienza degli elementi addotti a riprova dello sforzo compiuto dal ricorrente per integrarsi nel tessuto socio-economico italiano. In particolare, il decidente ha escluso la sussistenza di atti di persecuzione o di altri eventi pregiudizievoli provenienti dallo Stato di origine o da organizzazione che controllano lo stato o il territorio, ritenendo che la fuga fosse dipesa esclusivamente da motivi economici. Ha altresì ritenuto l’insussistenza di un pregiudizio correlato al rientro nel paese di provenienza, in quanto dalle fonti internazionali consultate (pag. 7 della sentenza impugnata), gli atti terroristici registrati attingono piuttosto gli occidentali, di guisa, che, in assenza di specifiche allegazioni relative allo stato di vulnerabilità sotto il profilo psicofisico o di legami familiari che lo radichino in Italia, il giudicante ha ritenuto infondata la domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

4.5 Parimenti destituita di fondamento è il secondo motivo.

Il ricorrente aveva dedotto – in sede di gravame – la crisi ambientale del Paese di origine, il susseguirsi di devastanti fenomeni naturali, quali le epidemie, le inondazioni e gli uragani, in relazione alle quali lamenta che la Corte d’appello non abbia svolto alcuna indagine.

Sennonchè, sebbene, la circostanza che il paese di provenienza sia afflitto da calamità naturali non costituisca la ragione per la quale il ricorrente sia fuggito dal Paese di origine, non avendo allegato affatto di avere abbandonato la Patria a causa delle calamità o di altre situazioni eccezionali, circostanza che per Cass. n. 23410/2020, in motiv., esclude il riconoscimento della protezione umanitaria, deve rammentarsi che, quando, per contro, l’inattendibilità investa il vissuto posto a fondamento della domanda di protezione, essa potrà giustificare il rigetto di tale domanda solo a condizione che il rimpatrio non debba avvenire verso Paesi nei quali sia esposta a rischio la vita o l’incolumità fisica del richiedente.

In tal caso, infatti, il principio sovranazionale del non refoulement, di cui all’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, impedirebbe il respingimento anche del richiedente non attendibile, salvo che egli costituisca un pericolo per la sicurezza del Paese ospitante o una minaccia per la collettività, giusta la previsione di cui al citato art. 33, comma 2 della Convenzione di Ginevra. Tali statuizioni, per i fini che qui interessano, possono così riassumersi: a) il permesso di soggiorno per motivi umanitari è espressione del diritto di asilo costituzionalmente garantito dall’art. 10 Cost., comma 3, (così il p. 6.1 dei “Motivi della decisione” della sentenza sopra ricordata); b) il permesso di soggiorno per motivi umanitari non è imposto dalla legislazione comunitaria e non può interferire con le forme di protezione internazionale da quella previste: esso è dunque alternativo a queste ultime, nel senso che quando ricorrano i presupposti per la concessione dello status di rifugiato o per la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 non vi sarà spazio per la protezione umanitaria, e viceversa (ibidem, p. 9.2); c) presupposto del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari è il rischio che il rimpatrio del richiedente possa determinare una compromissione dei suoi diritti umani “al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale” (ibidem, p. 10.1); d) nel valutare la sussistenza di questo rischio, il giudice di merito tuttavia deve osservare due limiti: d1) da un lato, non può limitarsi a prendere in esame soltanto il livello di integrazione conseguito dal richiedente in Italia; d2) dall’altro, non può accordare il permesso di soggiorno per motivi umanitari per il solo fatto che, nel paese di provenienza del richiedente, sussista una generale violazione dei diritti umani, perchè così facendo “si prenderebbe (…) in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria” (ibidem, p. 10.2).

Pertanto, la vulnerabilità soggettiva richiesta dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 per come interpretato dalle SS.UU. di questa Corte nella sentenza sopra richiamata, può teoricamente derivare non solo da un conflitto armato, ma anche da altre e diverse circostanze, quali – a mero titolo d’esempio – calamità naturali o carestie.

La protezione umanitaria si fonda – difatti – su requisiti non pienamente sovrapponibili con quelli posti a base delle protezioni tipizzate (rifugio politico e protezione sussidiaria) richiedendo un esame autonomo delle condizioni di vulnerabilità dedotte ed allegate, essendo tenuto il giudice del merito a svolgere anche su tale domanda, ove non genericamente proposta, il proprio dovere di cooperazione istruttoria; con la conseguenza che il riscontrato difetto d’intrinseca credibilità sulla vicenda individuale e sulle deduzioni ed allegazioni relative al rifugio e alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b) non estende i suoi effetti anche sulla domanda riguardante il permesso umanitario che è assoggettato ad oneri deduttivi e allegativi in parte diversi sui quali occorre fornire una risposta autonoma ed adeguata (Cass. n. 7985/2020; n. 11267 del 2019; n. 10922 del 2019).

“Gli interessi protetti non possono restare ingabbiati in regole rigide e parametri severi, che ne limitino le possibilità di adeguamento, mobile ed elastico, ai valori costituzionali e sovranazionali… Le basi normative non sono, allora, affatto fragili, ma a compasso largo: l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali, col sostegno dell’art. 8 della Cedu, promuove l’evoluzione della norma, elastica, sulla protezione umanitaria a clausola generale di sistema, capace di favorire i diritti umani e di radicarne l’attuazione” (Cass., Sez. Un., 13 novembre 2019 n. 29459).

In questa cornice, il giudizio a cui sono tenuti la Commissione territoriale, prima, ed i giudici, successivamente, si fonda, perciò su uno scrutinio avente ad oggetto l’esistenza delle condizioni di vulnerabilità che ne integrano i requisiti (Cass. 12 novembre 2018 n. 28990) e postula una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio, non potendosi tipizzare – almeno nel vigore del diritto antevigente al D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 10 dicembre 2018, n. 132, art. 1, comma 1, applicabile alla specie secondo le SS.UU (Cass., Sez. Un., n. 29459/2019 cit.) – le categorie soggettive meritevoli di tale tutela che è invece atipica e residuale, proprio perchè che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello “status” di rifugiato o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione (Cass. n. 13079 del 2019).

4.6. Tuttavia, il mero richiamo alle condizioni interne del paese di provenienza non integra un presupposto conferente ai fini del riconoscimento della misura qui reclamata, soprattutto considerando il clima a carattere monsonico del Paese di origine e l’omessa allegazione di eventi calamitosi nell’area di provenienza.

Una simile circostanza può essere rilevante ai fini del riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, potendo incidere sulla vulnerabilità del richiedente solo se accompagnata da adeguate allegazioni e prove relative alla possibile lesione di primari diritti della persona, che possano esporre il richiedente al rischio di condizioni di vita non rispettose del nucleo minimo di diritti fondamentali che ne integrano la dignità; al riguardo deve essere ricordato che questa Corte ha già avuto modo di affermare che tra i motivi per i quali è possibile accordare la protezione umanitaria non rientrano di per sè l’integrazione sociale e lavorativa in Italia (Cass. 23 ottobre 2017, n. 25075), nè il versare in condizioni di indigenza o con problemi di salute, “necessitando, invece, che tale condizione sia l’effetto della grave violazione dei diritti umani subita dal richiedente nel Paese di provenienza, in conformità al disposto degli artt. 2, 3 e 4 CEDU” (Cass. 23 novembre 2017, n. 28015; Cass. 21 dicembre 2016, n. 26641).

In tale prospettiva è stato ulteriormente chiarito che il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455).

I seri motivi di carattere umanitario possono allora positivamente riscontrarsi nel caso in cui, all’esito di tale giudizio comparativo, risulti non soltanto un’effettiva ed incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, ma siano individuabili specifiche correlazioni tra tale sproporzione e la vicenda personale del richiedente, “perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6” (Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455; Cass. 31 gennaio 2019, n. 3016).

Mentre, nel caso all’esame, il ricorrente si è limitato a dedurre genericamente la presenza di pandemie e calamità nel Paese di provenienza, senza allegare la relazione tra tali eventi e la regione di provenienza e soprattutto la loro incidenza negativa sui diritti umani del predetto in caso di rientro nel Paese di origine.

4.7 Quanto alla circostanza che la corte di merito non avrebbe affatto considerato il rilievo della Libia quale paese di transito, ossia avrebbe omesso ogni considerazione della situazione in Libia, e di quanto possa avere inciso sul ricorrente il periodo ivi trascorso, il motivo è del tutto infondato, per una serie di ragioni. Intanto, nella domanda di protezione internazionale, l’allegazione da parte del richiedente che in un Paese di transito (nella specie la Libia) si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione, perchè l’indagine del rischio persecutorio o del danno grave in caso di rimpatrio va effettuata con riferimento al Paese di origine o alla dimora abituale ove si tratti di un apolide. Il paese di transito potrà tuttavia rilevare (dir. UE n. 115 del 2008, art. 3) nel caso di accordi comunitari o bilaterali di riammissione, o altra intesa, che prevedano il ritorno del richiedente in tale paese (Cass. 31676/2018). E’ vero che, ai fini della protezione umanitaria, per valutare le condizioni di vulnerabilità si può e si deve considerare anche il vissuto del richiedente nel paese di transito, le violenze o le vessazioni subite in quella fase (Cass. 13092/2019), e tuttavia il ricorrente deve avere allegato il tipo di vessazione subita, deve indicare in che modo il periodo trascorso nel paese di transito ha inciso sulla sua situazione personale rendendolo vulnerabile e meritevole di protezione (Cass. 2355/2020), circostanze del tutto omesse nel caso presente. La situazione libica poteva avere un rilievo ai fini della protezione umanitaria onde valutare se, in quel paese, il ricorrente potesse aver acquisito una vulnerabilità (per esempio per violenze ivi subite) che richiede di essere eliminata da una protezione in Italia. Ma il ricorrente non allega alcunchè, ossia non prospetta di violenze, vessazioni, violazioni di diritti fondamentali che, subiti in Libia, lo abbiano reso vulnerabile e bisognoso di protezione.

5. In conclusione, il ricorso deve essere respinto.

In assenza di costituzione dell’intimato, non vi è luogo a provvedere in merito alle spese di lite.

Si dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ove dovuto((S.U. n. 4315/2020).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale della sezione prima civile della Corte di Cassazione tenuta da remoto, il 18 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2021

 

 

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