Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19816 del 12/07/2021

Cassazione civile sez. trib., 12/07/2021, (ud. 18/11/2020, dep. 12/07/2021), n.19816

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – Consigliere –

Dott. PIRARI Valeria – rel. Consigliere –

Dott. SAIEVA Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. R.G.N. 22898/2015 R.G. proposto da:

A.D.E., rappresentato e difeso dall’avv. Carmine

Farace, del Foro di Milano, ed elettivamente domiciliato in Roma,

via degli Scipioni 110, presso lo studio dell’avv. Marco Machetta;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro-tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 547/2015 della Commissione tributaria

regionale della Lombardia, Sez. 36, depositata il 20/02/2015 e non

notificata;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/11/2020 dalla Dott.ssa Valeria Pirari.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. In data 25/10/2015, furono notificati a A.D.E. due distinti avvisi di accertamento, relativi agli anni di imposta 2007 e 2008, con i quali erano stati determinati maggiori redditi ai fini Irpef e maggiori addizionali regionali e comunali ed erano state irrogate sanzioni, interessi e accessori, sulla base di un accertamento sintetico (c.d. redditometro) D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ex art. 38, comma 4, fondato su incrementi patrimoniali e su indici di disponibilità di determinati beni e servizi.

In seguito al mancato perfezionamento dell’accertamento con adesione, il contribuente propose un unico ricorso avverso i suddetti atti che furono decisi dalla C.T.P. di Varese con la sentenza di rigetto n. 80/11/14, che fu confermata dalla C.T.R. della Lombardia, adita dal contribuente, con la sentenza n. 547/2015, che respinse il gravame, condannando l’appellante alla rifusione delle spese di lite e al pagamento di un’ulteriore somma ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c. per lite temeraria.

2. Avverso questa sentenza, il contribuente ha proposto ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo. L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo, il contribuente lamenta la violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36, e la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, commi 4 e 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la C.T.R. fondato la decisione sulla esiguità dei redditi dichiarati dallo stesso negli anni 2007, 2008, 2009 e 2011, con un picco nel 2010, e l’assenza totale di redditi per gli anni 2004, 2005 e 2006, e sull’esiguità di quelli dichiarati dalla moglie negli anni 2007 e 2008, con saldi negativi negli anni 2009 e 2011, senza esaminare i dati documentali da lui forniti e reputando largamente insufficienti gli apporti familiari. Ad avviso del contribuente, la sentenza non aveva valutato né il fatto che, dal 2008, fosse divenuto titolare di un’impresa agricola, né l’avvenuta vendita nel 2009, da parte della moglie, di due immobili, né le giustificazioni addotte con riguardo ai beni-indice di capacità contributiva (ossia l’intestazione a diverso soggetto, la Mada s.r.l., della casa principale in (OMISSIS) nella sua disponibilità e il pagamento da parte dello stesso di utenze e spese condominiali; il pagamento, da parte della moglie, convivente e dotata di capienti disponibilità reddituali, della spese di gestione delle due autovetture nella disponibilità anche di quest’ultima, come attestato da varia documentazione), e agli incrementi patrimoniali (ossia la provenienza delle somme con cui era stato effettuato l’acquisto delle autovetture targate (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), delle azioni della società della moglie, nonché il conferimento di capitale per la costituzione di società).

2. Il motivo è infondato.

Va sul punto preliminarmente osservato come, ai fini della ammissibilità del ricorso per cassazione, non sia necessaria l’esatta indicazione delle norme di legge delle quali si lamenta l’inosservanza, né la corretta menzione dell’ipotesi appropriata, tra quelle in cui è consentito adire il giudice di legittimità, essendo necessario, invece, che si faccia valere un vizio astrattamente idoneo ad inficiare la pronuncia (cfr. Cass. Sez. 3, 29/08/2013, n. 19882, Cass. Sez. 1, 24/03/2006, n. 6671, Cass. Sez. 5, 23/5/2018, n. 12690).

Inoltre, con specifico riferimento al dedotto vizio di violazione di legge (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), appare utile ricordare (si veda da ultimo Cass. Sez. 5, 25/09/2019, n. 23851) che esso “consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie normativa astratta e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di una errata ricostruzione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma ed inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione” (e nei limiti in cui essa è consentita dalla “novellazione” del testo del medesimo art. 360 c.p.c., n. 5); “il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi” essendo, peraltro, “segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa” (Cass. 16/02/2017, n. 4125; Cass. 13/10/2017, n. 24155). Il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, inoltre, “comprende anche la falsa applicazione della norma, ossia il vizio di sussunzione del fatto”, il quale, oltre a consistere “nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perché la fattispecie astratta da essa prevista – pur rettamente individuata e interpretata – non è idonea a regolarla, può pure sostanziarsi nel trarre dalla norma in relazione alla fattispecie concreta conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione”, ferma restando la necessità che si parta dalla ricostruzione della fattispecie concreta così come effettuata dai giudici di merito, poiché altrimenti si trasmoderebbe nella revisione dell’accertamento di fatto di competenza di detti giudici (cit. Cass. Sez. 5, 25/09/2019, n. 23851, che richiama Cass. n. 4125 del 2017).

2.1 Orbene, per quanto riguarda la materia di cui è causa, va ricordato che il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, comma 5, nella formulazione anteriore alla modifica introdotta dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 22, comma 1, convertito dalla L. 30 luglio 2010, n. 122, applicabile ratione temporis, consente all’Amministrazione finanziaria di accertare un reddito maggiore di quello dichiarato dal contribuente sulla base della “spesa per incrementi patrimoniali” da questi sostenuta, come accaduto nel caso di specie, la quale si presume affrontata nell’anno in cui è stata effettuata e nei quattro anni precedenti. In tal caso, il contribuente, ai sensi del successivo comma 6, è ammesso a fornire la prova contraria, dimostrando non soltanto che il maggior reddito determinato o determinabile è costituito “in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta”, ma anche “l’entità” e “la durata” del possesso, i quali devono risultare “da idonea documentazione”.

Tale prova, inoltre, implica un riferimento alla complessiva posizione reddituale dell’intero suo nucleo familiare, costituito dai coniugi conviventi e dai figli, soprattutto minori, atteso che la presunzione del loro concorso alla produzione del reddito trova fondamento, ai fini dell’accertamento suddetto, nel vincolo che li lega (per tutte, Cass., 21/11/2019, n. 30355).

Come chiarito da questa Corte, il contribuente, che pure non dimostri l’utilizzo di ulteriori redditi per sostenere le spese contestate, è comunque tenuto a produrre documenti dai quali emergano elementi sintomatici del fatto che ciò sia accaduto o sia potuto accadere (in tal senso, Cass. Sez. 6-5, 13/11/2018, n. 29067, Cass. Sez. 5, 20/1/2017, n. 1510) o che ne denotino l’utilizzo per effettuare le spese contestate e non altre, dovendosi in questo senso intendere il riferimento alla prova, di cui il contribuente è onerato, dell’entità di tali eventuali ulteriori redditi e della “durata” del relativo possesso (vedi da ultimo Cass. Sez. 6-5, 23/3/2018, n. 7389, ma anche Cass. Sez. 5, 26/11/2014, n. 25104, Cass. Sez. 65, 16/7/2015, n. 14885), restando altrimenti irrilevante, ai fini voluti, “il loro semplice “transito” nella disponibilità” dello stesso (in questi termini, Cass. Sez. 5, 26/11/2014, n. 25104 cit.). Ad avviso di questa Corte, infatti, la norma in esame persegue la finalità di ancorare a fatti oggettivi (da un punto di vista quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi e la conseguente riferibilità ad essi della maggior capacità contributiva, accertata con metodo sintetico, in capo al contribuente, escludendo l’utilizzo degli stessi per finalità non considerate ai fini dell’accertamento sintetico (ad esempio, per un ulteriore investimento finanziario), perché, in tal caso, non sarebbero utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertato, che andrebbero perciò ascritti a redditi non dichiarati (vedi Cass. Sez. 5, 18/04/2014, n. 8995, non massimata).

Più di recente, al fine di meglio delimitare l’ambito della prova contraria gravante sul contribuente, si e’, al riguardo, chiarito (Cass. Sez. 5, 27/05/2020, n. 9905) che ad esempio, la prova documentale richiesta dalla norma in grado di superare la presunzione di maggiore reddito ben può essere fornita con l’esibizione degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo alla parte contribuente, idonei a dimostrare, mediante l’indicazione dell’entità dei redditi e delle date dei movimenti, anche la “durata” del possesso dei redditi e, quindi, non il loro semplice “transito” nella disponibilità del contribuente (Cass. sez. 6 – 5, ordinanza n. 12026 del 16/05/2018). Quanto ai mutui ultrannuali, si e’, inoltre, precisato, che, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali ed il contribuente deduca e dimostri che tale spesa sia giustificata dall’accensione di un mutuo ultrannuale, il mutuo medesimo non esclude ma diluisce la capacità contributiva; ne consegue che deve essere detratto dalla spesa accertata (ed imputata a reddito) il capitale mutuato ma ad essa vanno, invece, aggiunti, per ogni annualità, i ratei di mutuo maturati e versati (Cass., sez. 5, n. 24597 del 03/12/2010; Cass. n. 4797 del 24/2/2017). Quanto, poi, alla disponibilità di immobili, va osservato che, ai sensi dell’art. 38 citato, essa costituisce una presunzione di “capacità contributiva” ai sensi dell’art. 2728 c.c., per cui il giudice tributario, una volta accertata l’esistenza degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” esposti dall’ufficio, deve valutare la prova offerta dal contribuente. L’effettiva capacità contributiva, nell’ipotesi di disponibilità di immobili, va individuata non in base alla mera proprietà e provenienza degli immobili, ma valutando le spese per il loro mantenimento (Cass. n. 10603 del 19/7/2002; Cass. n. 7408 del 31/3/2011); lo stesso principio vale per la manutenzione dei veicoli (Cass. n. 1294 del 22/1/2007).

2.2. Nella specie, la deduzione sulla mancata valutazione, da parte della C.T.R., delle giustificazioni addotte dal contribuente, risolventesi nella non corretta “sussunzione” del compiuto accertamento in fatto rispetto alla fattispecie astratta descritta dalla norma così come interpretata alla luce dei richiamati principi (quindi incorrendo nella lamentata violazione e falsa applicazione di legge), non si confronta però con i contenuti della sentenza in esame.

Contrariamente a quanto censurato dal ricorrente, infatti, la C.T.R. non soltanto ha valutato l’entità dei redditi dichiarati tanto dallo stesso, quanto dalla moglie, ravvisandone l’esiguità e sostenendone l’inidoneità a far fronte alla capacità di spese dei due, evincibile dall’acquisto di varie auto e dal mantenimento (e non l’acquisto) della residenza materiale, ma ha altresì esaminato le entrate per rimborsi assicurativi, per finanziamenti a fondo perduto dell’imprenditoria femminile e per TFR, osservando come queste facessero capo alla sola moglie e fossero comunque insufficienti a sostenere il tenore di vita goduto dal nucleo familiare, quand’anche non fossero “interamente state spese per far fronte alle esigenze della famiglia in tre anni in cui” i coniugi non avevano praticamente percepito alcun reddito, come attestato dalle relative dichiarazioni.

E’ evidente che i giudici di merito abbiano operato avendo ben presente il riparto dell’onere probatorio in caso di accertamento sintetico e gli oneri dimostrativi gravanti sul contribuente a fronte di redditi non dichiarati o dichiarati in misura inferiore alla capacità di spesa dello stesso, dando conto in motivazione del perché gli elementi offerti dal predetto non fossero idonei a superare la presunzione di cui alla norma sopra richiamata.

Davanti a siffatta motivazione, allora, non può farsi a meno di osservare come il ricorrente abbia inteso oggi sollecitare questa Corte a un nuovo giudizio di merito, attraverso un’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa e la considerazione di fatti probatori diversi o ulteriori rispetto a quelli assunti dal giudice di merito a fondamento della sua decisione, senza considerare che tale possibilità è inibita al giudice di legittimità (in tal senso si è espressa Cass., sez. 5, 21/01/2015, n. 961 cit.; vedi anche Cass., sez. L., 05/03/2002, n. 3161; Cass., sez. 3, 20/10/2005, n. 20322; Cass., sez. L., 6/03/2006, n. 4766; Cass., sez. 6-5, 07/01/2014, n. 91; Cass., sez. 5, 28/11/2014, n. 25332; Cass., sez. 5, 10/09/2020, n. 18774), e che il giudice di merito non è tenuto a dar conto dell’esame di tutte le prove prodotte o acquisite e di tutte le tesi prospettate dalle parti, ma può limitarsi ad esporre sinteticamente gli elementi di fatto e di diritto posti a fondamento della decisione e ad evidenziare, con motivazione logica e adeguata, le prove ritenute idonee a confortarla, dovendo invece reputarsi implicitamente disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l’iter argomentativo seguito (Cass., sez. 5, 21/01/2015, n. 961, cit.; anche Cass., sez. L., 20/02/2006, n. 3601; Cass., sez. 1, 13/01/2005, n. 520; Cass., sez. 3, 28/10/2009, n. 22801).

A conclusioni non dissimili si perverrebbe del resto anche a voler valorizzare le deduzioni del contribuente circa l’omesso esame, da parte della C.T.R., degli elementi da lui dedotti a giustificazione degli indici di spesa analizzati dall’Ufficio e considerare perciò il vizio addotto, con la censura in esame, come rientrante nella fattispecie astratta di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come possibile in ragione del fatto che l’erronea indicazione della norma violata nella rubrica del motivo non determina ex se l’inammissibilità dello stesso se la Corte possa agevolmente procedere alla corretta qualificazione giuridica del vizio denunciato sulla base delle argomentazioni giuridiche ed in fatto svolte dal ricorrente a fondamento della censura, in quanto la configurazione formale della rubrica del motivo non ha contenuto vincolante, ma è solo l’esposizione delle ragioni di diritto della impugnazione che chiarisce e qualifica, sotto il profilo giuridico, il contenuto della censura stessa (Cass., sez. 5, 03/08/2012, n. 14026, Rv. 623656 – 01; Cass., sez. 5, 23/05/2018, n. 12690. Si veda anche Cass., sez. U., 24/07/2013, n. 17931).

Infatti, nell’ipotesi di c.d. “doppia conforme”, prevista dall’art. 348-ter c.p.c., comma 5, (applicabile, ai sensi del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 2, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, ai giudizi d’appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal giorno 11 settembre 2012), il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nel testo riformulato dal D.L. n. 83 cit., art. 54, comma 3, ed applicabile alle sentenze pubblicate dal giorno 11 settembre 2012) – deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (per tutte, Cass., sez. 1, 22/12/2016, n. 26774; Cass., sez. L., 06/08/2019, n. 20994).

Non avendo il ricorrente adempiuto nella specie a tale incombente, ne deriva, sotto questo profilo, l’inammissibilità della censura.

3. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con condanna del contribuente alle spese del giudizio, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della Agenzia delle Entrate, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, art. 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 18 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2021

 

 

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