Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19815 del 12/07/2021

Cassazione civile sez. trib., 12/07/2021, (ud. 30/04/2021, dep. 12/07/2021), n.19815

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. PIRARI Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 3823/2015 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro-tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

R.V., quale erede di R.R.;

– intimato –

Per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

centrale-Sezione di Firenze, n. 2029/06/13, depositata in data il

20/10/2014 e notificata all’Ufficio il 25/11/2014.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

30 aprile 2021 dal relatore Dott.ssa Valeria Pirari.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. In seguito al passaggio in giudicato della sentenza n. 2205/87, resa dalla Commissione tributaria centrale e depositata il 18/3/1987, con la quale, nei confronti di R.R., era stato rideterminato, per l’anno 1974, il reddito da gestione e il reddito di impresa ai fini Ilor in disavanzo negativo e, per il 1975, il reddito da gestione ai fini Irpef e il reddito netto di impresa, con riliquidazione delle imposte e delle penalità dovute, fu notificata il 19/1/1989 una cartella esattoriale con la quale furono iscritte a ruolo Irpef-Ilor 1975, oltre a interessi e sanzioni pecuniarie, e furono scomputate le imposte già pagate a titolo provvisorio, nelle more del giudizio riguardante l’avviso di accertamento, in virtù di altra cartella, emessa nel settembre 1981 e avente ad oggetto un terzo della sola imposta ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 15, per il pagamento della quale era stata chiesta e concessa una maggiore rateazione.

Il contribuente, ritenendo erroneamente pendente il giudizio avverso l’avviso di accertamento e lamentando il mancato scomputo, da parte dell’Ufficio, dalla complessiva somma pagata in via provvisoria, impugnò la cartella definitiva, emessa nel 1989, davanti alla Commissione tributaria di primo grado di Prato, ottenendo una pronuncia di rigetto con la sentenza n. 332/89, che fu confermata dalla Commissione tributaria di secondo grado di Firenze, adita dal medesimo contribuente, con la sentenza n. 53/91 del 29/1/1991. Il predetto impugnò anche questa pronuncia davanti alla Commissione tributaria centrale, chiedendo altresì con memoria il rimborso delle maggiori somme pagate e ottenendo l’accoglimento della domanda con la sentenza n. 2029/13, depositata il 20/10/2014 e notificata all’Ufficio il 25/11/2014.

2. Contro quest’ultima decisione, l’Agenzia delle Entrate propone dunque ricorso per cassazione, affidandolo a due motivi. Il contribuente è rimasto intimato.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso, si lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, artt. 14,15 e 21, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Commissione tributaria centrale ritenuto che, in caso di iscrizione a titolo definitivo D.P.R. n. 602 del 1973, ex art. 14, andassero considerate in diminuzione le somme pagate in pendenza di ricorso ai sensi del successivo art. 15, ivi compresi gli interessi di maggior rateazione concessa del medesimo D.P.R., ex art. 21, senza considerare che la restituzione degli accessori può avvenire solo in caso di sgravio totale o parziale delle imposte pagate, ma mai quando debbano iscritte ulteriori somme a titolo di imposta.

2. Con il secondo motivo, si lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36, e art. 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per avere la Commissione tributaria centrale omesso di descrivere l’iter logico seguito per accogliere la domanda del contribuente, avente ad oggetto il rimborso della somma corrisposta, comprensiva di interessi non scomputati dall’Ufficio in sede di calcolo delle somme da iscrivere a titolo definitivo in seguito al passaggio in giudicato della sentenza della Commissione tributaria centrale, che aveva dato origine alla cartella impugnata, limitandosi a motivare sulla novità della domanda, senza dire alcunché sul perché fosse corretto il conteggio del contribuente e non quello operato dall’Ufficio.

3. Il secondo motivo, da analizzare in via prioritaria in quanto pregiudiziale alla verifica del secondo, è fondato.

Si osserva innanzitutto come la sentenza la cui motivazione si limiti a riprodurre il contenuto di un atto di parte, senza niente aggiungervi, non sia nulla qualora le ragioni della decisione siano, in ogni caso, attribuibili all’organo giudicante e risultino in modo chiaro, univoco ed esaustivo, atteso che, in base alle disposizioni costituzionali e processuali, tale tecnica di redazione non può ritenersi, di per sé, sintomatica di un difetto d’imparzialità del giudice, al quale non è imposta l’originalità, né dei contenuti né delle modalità espositive, tanto più che la validità degli atti processuali si pone su un piano diverso rispetto alla valutazione professionale o disciplinare del magistrato (Cass., Sez. 6 – 2, 07/11/2016, n. 22562; Cass., Sez. U, 16/01/2015, n. 642).

Pertanto, i giudici di merito, avendo accolto la domanda del contribuente facendo riferimento alle relative “osservazioni” difensive contenute negli atti di causa, non hanno fatto altro che attenersi ai suddetti principi.

Va purtuttavia osservato come, secondo il consolidato principio affermato da questa Corte, il processo tributario non è diretto alla mera eliminazione giuridica dell’atto impugnato, ma è annoverabile tra quelli di “impugnazione-merito”, in quanto diretto ad una decisione sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente, sia dell’accertamento dell’Ufficio, sicché il giudice è tenuto ad un esame sostanziale dell’atto tributario e alla verifica della sua fondatezza anche solo in misura parziale e, ove lo ritenga invalido per motivi non formali ma di carattere sostanziale, non può limitarsi al suo annullamento, ma deve esaminare nel merito la pretesa e ricondurla, mediante una motivata valutazione sostitutiva, alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte (Cass., Sez. 5, 10/9/2020, n. 18777; Cass., Sez. 5, 30/10/2018, n. 27560; Cass., Sez. 5, 19/09/2014, n. 19750; Cass., Sez. 5, 28/06/2016, n. 13294).

Nella specie, la Commissione tributaria centrale, pur avendo ritenuto meritevole di accoglimento la pretesa della parte contribuente, ha tuttavia concluso sostenendo che fosse condivisibile “la richiesta avanzata dal ricorrente affinché l’ufficio effettui il conteggio degli importi iscritti in cartella”, senza provvedere essa stessa a quel calcolo, come invece avrebbe dovuto fare, così violando il principio sopra espresso.

Le consegue la fondatezza della censura, con conseguente assorbimento della prima.

4. In definitiva, accolto il secondo motivo, assorbito il primo, la sentenza deve essere cassata con rinvio alla Commissione tributaria regionale della Toscana, anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il secondo motivo, dichiara assorbito il primo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Toscana, anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 30 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2021

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