Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19793 del 12/07/2021

Cassazione civile sez. II, 12/07/2021, (ud. 16/02/2021, dep. 12/07/2021), n.19793

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26630-2019 proposto da:

O.I., rappresentato e difeso dall’Avvocato GIACINTO CORACE,

per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato;

– controricorrente –

avverso la SENTENZA n. 424/2019 della CORTE D’APPELLO DI BRESCIA,

depositato, il 8/3/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/2/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello che O.I., nato in (OMISSIS), aveva proposto avverso l’ordinanza con la quale il tribunale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale che lo stesso aveva proposto.

O.I., con ricorso notificato il 2/9/2019, ha chiesto la cassazione della sentenza per tre motivi.

Il ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione o la falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 2, 3, 4,5 e 6, del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 8 e 27, degli art. 2 e 3 CEDU nonché l’omesso esame di fatti decisivi, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che il racconto svolto dal richiedente non fosse credibile senza, tuttavia, considerare le minacce alla vita subite dallo stesso e gli atti di persecuzione diretta o indiretta che l’appellante aveva dedotto, quali emergono dalle vicende personali e familiari dallo stesso descritte.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione dei parametri normativi relativi alla credibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente fissate dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello non ha provveduto, alla luce di informazioni aggiornate al momento della decisione, ad alcun esame comparativo tra le informazioni provenienti dal richiedente e la situazione esistente nelle aree indicate dallo stesso.

3. Il primo ed il secondo motivo, da trattare congiuntamente, sono inammissibili. Il ricorrente, infatti, non si confronta effettivamente con la sentenza che ha impugnato: la quale, in effetti, lungi dal considerare inattendibile la narrazione svolta dal richiedente, come lamenta in ricorrente, si è limitata, in realtà, a ritenere che quest’ultimo, “quand’anche fosse ritenuto attendibile”, potrebbe fare rientro nel Paese di origine provenendo da una città del (OMISSIS) dove non vi è conflitto armato. E tale statuizione, che pure (a fronte della non esclusa credibilità del richiedente) lascia intravedere la mancata pronuncia da parte della corte sulla domanda di riconoscimento dello status di rifugiato nonché il rigetto della domanda di concessione della protezione sussidiaria prevista dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), non è stata specificamente censurata: e non e’, quindi, ulteriormente valutabile in questa sede.

4. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 2, , e dell’art. 10 Cost., comma 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, con motivazione apparente, ha rigettato la domanda di protezione umanitaria senza, tuttavia, svolgere alcun accertamento ufficioso in ordine alle condizioni di vulnerabilità personale del richiedente nonostante la loro specifica deduzione nell’atto d’appello.

5. Il motivo è infondato. La protezione umanitaria è una misura atipica e residuale nel senso che essa copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (Cass. 5358 del 2019; Cass. n. 23604 del 2017). I seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi internazionali o costituzionali, cui il D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, (applicabile ratione temporis: cfr. Cass. SU n. 29459 del 2019) subordina il riconoscimento allo straniero del diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, pur non essendo definiti dal legislatore, prima dell’intervento attuato con il D.L. 113 del 2018, erano accumunati dal fine di tutelare situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili (Cass. n. 4455 del 2018). D’altra parte, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass. n. 4455 del 2018). Tale comparazione presuppone, pertanto, un livello d’integrazione sociale nel Paese di accoglienza che, però, la corte d’appello, con apprezzamento che il richiedente non ha censurato per omesso esame di fatti specificamente dedotti in giudizio e decisivi ai fini di una differente ricognizione della fattispecie concreta, ha escluso, non potendo, comunque derivare dallo svolgimento di un’attività lavorativa (Cass. n. 8367 del 2020). Ne consegue che, in difetto di qualsiasi altro elemento di valutazione – che il ricorrente non dimostra, con la riproduzione dei relativi passi, di aver dedotto con il ricorso contenente la domanda di protezione umanitaria, quale fatto decisivo del quale è stato completamente omesso l’esame (non potendo a tal fine rilevare il mero riferimento, prospettato a p. 15 del ricorso, la fatto che il richiedente “ha perduta l’intera famiglia”, in quanto esaminato e smentito dalla corte, la quale ha espressamente affermato “la presenza in (OMISSIS) di familiari stretti”) – la sentenza impugnata ha legittimamente escluso la sussistenza dei presupposti per la concessione della protezione umanitaria.

6. Il ricorso, per l’infondatezza di tutti i suoi motivi, dev’essere, quindi, rigettato.

7. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

8. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

La Corte così provvede: rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare al ministero dell’interno le spese di lite, che liquida in Euro 2.100,00, oltre spese prenotate a debito; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 16 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2021

 

 

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