Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19791 del 12/07/2021

Cassazione civile sez. II, 12/07/2021, (ud. 03/02/2021, dep. 12/07/2021), n.19791

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27077-2016 proposto da:

M.N., rappresentato e difeso dall’avv. STEFANO PANTEZZI;

– ricorrente –

contro

M.S., M.M., rappresentate e difese dall’avv. EZIO

ANDERMARCHER;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 189/2016 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,

depositata il 07/07/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/02/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO LUCIO.

 

Fatto

RITENUTO

che la vicenda al vaglio, per quel che qui rileva, può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– S. e M.M., esponendo di essere comproprietarie d’un immobile, acquistato all’asta dalla procedura d’espropriazione ai danni di Ma.Si., che al compendio immobiliare si accedeva da tempo immemore, sia a piedi, che con mezzi meccanici, da una soprastante e confinane particella fino al 1974, anno in cui M.N. costruendo la propria abitazione occupò, rendendolo inagibilei il predetto percorso; che da quel momento per raggiungere, a piedi o con mezzi meccanici, le particelle ora di proprietà delle attrici veniva utilizzato altro percorso che si snodava attraverso particelle di proprietà di quest’ultimo; che, al culmine di una serie di atti emulativi, iniziati nel 2007, diretti a interrompere il passaggio o, almeno, a renderlo più difficoltoso, nell’ottobre 2011 costui erigeva un muro, sovrastato da rete, a confine tra la f. p. (OMISSIS) e la p. m. 3 della p. ed. (OMISSIS) delle esponenti, citato in giudizio M.N., le attrici chiesero dichiararsi l’avvenuto acquisto per usucapione del diritto d’ingresso e regresso, a piedi e con mezzi meccanici, o, in subordine, la costituzione di servitù coattiva;

– il Tribunale accolse la domanda principale e la Corte d’appello di Trento rigettò l’impugnazione di M.N.;

ritenuto che l’insoddisfatto appellante ricorre avverso la sentenza della Corte trentina sulla base di nove motivi, ulteriormente illustrati da memoria con allegata “nota” e che la controparte resiste con controricorso;

ritenuto che con il primo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c., omesso esame di un fatto controverso e decisivo e difetto di contraddittorio, assumendo che:

– la controparte non aveva convenuto in giudizio gli altri comproprietari di un cortile antistante la p. m. (OMISSIS) (quest’ultima, di esclusiva proprietà delle attrici), che avrebbe dovuto necessariamente essere attraversato per raggiungere il loro immobile e ugualmente era accaduto a riguardo dell’attraversamento della particella p. f. (OMISSIS), posta al margine della strada provinciale, sicché la decisione non aveva fatto applicazione dal principio enunciato da questa Corte con la sentenza n. 9685/2013;

considerato che la doglianza non è fondata, dovendosi osservare quanto segue:

– le controricorrenti sono pacificamente comproprietarie delle due aree e, pertanto, nella predetta qualità possono liberamente esercitare la facoltà di passare, a piedi o con mezzi meccanici, sul loro fondo, senza contare che dello stesso, essendone contitolari, possono anche legittimamente fare un uso più intenso (cfr., ex multis, Sez. 2, n. 9278/2018);

ritenuto che con il secondo motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 1140,1141 e 1146 c.c., lamentando che la sentenza impugnata non aveva individuato il possessore “ad usucapionem”, avendo anche omesso di rispondere puntualmente alle osservazioni esposte dall’appellante e, infine avendo fornito costrutto motivazionale illogico;

ritenuto che con il terzo motivo il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1140 c.c. e segg., art. 1159 c.c., nonché artt. 115 e 116 c.p.c., per non avere la decisione d’appello correttamente individuato il possesso “ad usucapionem”, evidenziando, in ispecie, che Ma.Si., essendosi spostato a vivere altrove, non avrebbe potuto esercitare alcun transito sulla stradina di cui si discute, né v’era prova che quest’ultimo fosse subentrato al padre “iure hereditatis”, né quando il predetto genitore fosse morto;

ritenuto che con il quarto motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 1140 c.c. e segg. e art. 1158 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., e illogicità della motivazione, per non avere la Corte d’appello inquadrato l’accesso attraverso la stradina in atti come concessione di mera tolleranza da parte del ricorrente, tanto che ancora fino al 1979 vi erano trattative in corso, che presupponevano l’altrui riconoscimento della mancanza di un diritto di servitù e, inoltre, parte attrice non aveva assolto l’onere proprio di dimostrare che il transito non era avvenuto per mera tolleranza, infine la sentenza d’appello aveva mal valutato le deposizioni testimoniali;

ritenuto che con il quinto motivo il M. lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1140 c.c. e segg., art. 1158 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nonché “illogica e contraddittoria indicazione di elementi probatori in ordine alla collocazione temporale del preteso possesso”, osservando che sul punto la sentenza si era fondata su conclusioni illogiche e sui “vaghi ricordi di testi in ordine al presunto utilizzo del passaggio per cui è causa sin dagli anni 30″, in contrasto con le specifiche prospettazioni e ammissioni di controparte e con le emergenze documentali e con le stesse deposizioni;

ritenuto che con il sesto motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 1140 c.c. e segg. e art. 1158 c.c., degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché illogica e contraddittoria motivazione, contestando il decorso del ventennio di possesso utile all’usucapione per il periodo 1974-1998, per avere la Corte locale non operato la necessaria distinzione tra il periodo antecedente e quello successivo al 1974, distinzione, invece, rilevante, stante che i due possessi avevano caratteristiche diverse quanto all'”animus” e al profilo oggettivo (apparenza, consistenza e destinazione di eventuali opere);

considerato che tutti gli esposti motivi, largamente aspecifici, per difetto di autosufficienza e accomunati dallo scopo d’introdurre una lettura alternativa delle risultanze di causa e del vaglio probatorio di merito, non superano lo scrutinio d’ammissibilità, in quanto:

– tratto comune è costituito da una critica inammissibilmente diretta al controllo motivazionale, in spregio al contenuto del vigente art. 360 c.p.c., n. 5 in quanto, la deduzione del vizio di violazione di legge non determina, per ciò stesso, lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi il rivendicato inquadramento normativo, occorrendo che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente (da ultimo, S.U. n. 25573, 12/11/2020, Rv. 659459);

– attraverso la denunzia di violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., il ricorrente mira al raggiungimento dello scopo eccentrico, diretto a contestare il vaglio probatorio, poiché, come noto, una questione di violazione o di falsa applicazione delle predette norme non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorché si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (cfr., da ultimo, Sez. 6-1, n. 27000, 27/12/2016, Rv. 642299), stante che il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, bensì un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 (Sez. 3, n. 23940, 12/10/2017, n. 645828);

– con specifico riferimento alla dedotta tolleranza va rilevato che la sentenza ha partitamente preso in esame la doglianza (pag. 13 in fine e segg.) escludendo, con ragionamento e apprezzamento probatorio in questa sede non censurabile, che il passaggio fosse avvenuto solo per tolleranza del ricorrente;

– con specifico riferimento al periodo da prendere in considerazione ai fini dell’usucapione, ancora una volta, il ricorso evoca emergenze fattuali non autosufficienti e soprattutto non coglie che il periodo che ha rilievo è quello successivo al 1974;

ritenuto che con il settimo motivo il M. lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1061-1158 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., ipotizzando il difetto d’apparenza della prospettata servitù, in quanto la presenza della strada sul fondo, strumentale al raggiungimento dell’immobile del ricorrente, non appalesava la sua funzione di asservimento anche in favore dell’immobile delle controricorrenti, di talché la sentenza impugnata non aveva fatto puntuale applicazione del principio di diritto enunciato da questa Corte (sent. n. 7733 del 10/3/2011 e altre).

Diritto

CONSIDERATO

che il motivo non è condiviso dal Collegio sulla base di due argomenti, di cui uno attinente alla conformazione dei luoghi e l’altro alla fonte dell’usucapione:

– quanto al primo profilo, non è dubbio, né controverso, che all’epilogo del percorso le M., al fine di poter invertire la marcia del veicolo e, quindi, regredire fino all’uscita, utilizzavano uno slargo, che invadeva la proprietà del ricorrente, tanto che costui, al fine d’impedire l’uso del tracciato, provvide a collocarvi muro e recinzione a definizione del confine; un tal percorso costituisce senz’altro opera visibile funzionale al raggiungimento dell’immobile delle controricorrenti;

– quanto al secondo profilo, occorre ricordare che è in relazione alla costituzione per destinazione del padre di famiglia che si è predicata la necessità di opere non equivocamente funzionali all’esercizio della servitù (cfr., per tutte, Sez. 2, n. 3389, 11/02/2009; n. 16842 del 20/07/2009; n. 5733, 10/3/2011), non dovendosi dimostrare il possesso “ad usucapionem” protratto nel tempo; diversamente deve dirsi per l’acquisto per il decorso del tempo, ai sensi dell’art. 1158, c.c., nel quale il presupposto costitutivo, unitamente al tempo, è il possesso utile all’usucapione, di talché, ove resti dimostrato quest’ultimo elemento non è necessario interrogarsi oltre;

considerato che l’ottavo motivo, con il quale il ricorrente denunziando violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché illogicità della sentenza, questa volta in ordine all’indicazione degli elementi di prova a riguardo della consistenza della servitù, contesta gli accertamenti fattuali riguardanti la larghezza della stradina, è inammissibile, per le ragioni esposte a riguardo dei motivi da 2 a 6;

ritenuto che con il nono motivo il ricorrente, per l’ennesima volta, denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché ultrapetizione e illogicità della motivazione, per essere stato condannato a demolire il muro eretto a confine del proprio fondo, abbattimento che non era funzionale all’esercizio del passaggio, ma solo a consentire a chi si fosse introdotto con mezzi meccanici di fare manovra per potere regredire fino alla pubblica strada, invertendo il senso di marcia;

considerato anche in questo caso si tratta di doglianza inammissibile, diretta al riesame della ricostruzione posta a base del riconoscimento della servitù di passaggio: se il possesso è stato accertato anche con mezzi meccanici, è del tutto evidente che l’usucapione involge modalità tali da permettere sia l’accesso che il regresso;

considerato che le spese legali debbono seguire la soccombenza e che le stesse possono liquidarsi siccome in dispositivo, tenuto conto del valore e della qualità della causa, nonché delle attività espletate;

considerato che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte del ricorrente, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore delle controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 3 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2021

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