Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19783 del 17/09/2010

Cassazione civile sez. I, 17/09/2010, (ud. 08/07/2010, dep. 17/09/2010), n.19783

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

N.N.A.G. (c.f. (OMISSIS)),

domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

FERRANTE MARIANO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

11/03/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/07/2010 dal Consigliere Dott. VITTORIO RAGONESI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

N.N. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di sette motivi avverso il provvedimento emesso dalla Corte d’appello di Roma dep il 11.3.08, con cui veniva rigettata la domanda proposta ex L. n. 89 del 2001 per pagamento di un indennizzo per l’eccessivo protrarsi di un processo svoltosi in primo grado innanzi al tribunale di Nola quale giudice del lavoro.

Il Ministero della Giustizia ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il decreto impugnato ha rigettato la domanda di equo indennizzo per danno non patrimoniale avendo rilevato che il giudizio era iniziato il 10.12.02 ed era terminato il 17.1.06, per cui ha rilevato che il giudizio di primo grado aveva avuto una durata appena superiore ai tre anni e non poteva ritenersi, quindi, che vi fosse stata durata irragionevole.

Con il primo motivo di ricorso si censura la pronuncia per non avere dato applicazione all’art. 6 della Conv. di Strasburgo secondo l’interpretazione fornita dalla Corte Edu.

Il motivo appare del tutto inconsistente,limitandosi a delle astratte affermazioni di principio senza muovere alcuna censura concreta a punti o capi del decreto specificatamente individuati.

Con il secondo motivo si deduce la errata individuazione del periodo di normale durata del processo.

Anche tale motivo e’ inammissibile. Lo stesso e’ basato sulla astratta e tautologica affermazione che la giusta durata del processo – stante la sua natura previdenziale – avrebbe dovuto essere di due anni per il primo grado ed uno e mezzo per il secondo, senza chiarire in riferimento alla fattispecie in esame le ragioni per cui si sarebbe dovuto adottare tale criterio.

E’, infatti, noto che i termini stabiliti dalla Cedu non sono rigidi ma costituiscono dei criteri di riferimento che possono, quindi, essere, entro certi limiti, adattati con valutazione del giudice al caso concreto, e che la natura giuslavoristica di una causa non comporta di per se’ l’applicazione di un termine di durata ragionevole ridotto dipendendo tale determinazione pur sempre dalla valutazione della complessita’ della causa rimessa al giudice in ordine alla quale non si rinviene nel motivo alcuna censura.

Con il terzo motivo ci si duole del mancato rispetto dei parametri di durata ragionevole del processo (3 anni per il primo grado, due per il secondo e 1 anno e mezzo per la cassazione) stabiliti dalla Cedu.

Il motivo e’ manifestamente infondato e per certi versi inammissibile.

Anzitutto lo stesso contrasta con quanto richiesto nel motivo precedente, ove veniva fatta valere una diversa e minore ragionevole durata. In secondo luogo, lo stesso si limita ad affermazioni di principio senza fare alcun specifico riferimento al periodo di durata ragionevole riconosciuto dalla Corte d’appello e senza spiegare in concreto perche’ lo stesso era difforme dai parametri Cedu.

Invero la Corte ha ritenuto, in pieno rispetto dei criteri Cedu, che il giudizio di primo grado, essendo durato poco piu’ di tre aveva dato luogo ad un superamento poco significativo onde sostanzialmente il termine doveva ritenersi rispettato.

Il ricorrente non censura in modo specifico tale motivazione, onde in relazione a essa la censura e’ inammissibile.

Il quarto motivo, con cui si deduce che non sarebbe stato indicato quale fosse il limite di durata da stimarsi ragionevole, e’ palesemente infondato essendo indicato nel decreto che il tempo di durata ragionevole era di anni tre.

Il quinto ed il sesto motivo, con cui si contesta la mancata compensazione delle spese, sono manifestamente infondati. La Corte d’appello ha correttamente liquidato le spese di giudizio secondo il principio della soccombenza non essendovi alcun obbligo della compensazione delle stesse, trattandosi di un potere discrezionale del giudice da esercitare in presenza di giustificate ragioni e non sindacabile per cassazione sotto il profilo del mancato utilizzo.

Il sesto motivo, con cui si deduce un vizio motivazionale, e’ inammissibile, non essendovi il quesito sotto forma di sintesi richiesto ex art. 366 bis c.p.c..

Il ricorso va rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in solido delle spese di giudizio liquidate in Euro 800,00 per onorari oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 8 luglio 2010.

Depositato in Cancelleria il 17 settembre 2010

 

 

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