Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19782 del 22/09/2020

Cassazione civile sez. trib., 22/09/2020, (ud. 11/02/2020, dep. 22/09/2020), n.19782

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

Dott. CORRADINI Grazia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 6987/2014 proposto da

M. COSTRUZIONI GENERALI s.a.s. di M.F. & C, in

persona del legale rappresentante pro tempore sig. M.F.

nonchè det sig. M.F. quale socio accomandatario e del

sig. L.E., quale socio accomandante, tutti con domicilio

eletto in Roma, via G.P. Pannini 29, presso lo studio dell’avv.

Giuseppe Lomonaco, giusta delega in calce al ricorso;

– ricorrenti –

nei confronti di:

AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 259/29/2013 della Commissione Tributaria

Regionale del Lazio, depositata in data 31 luglio 2013;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza dell’11 febbraio

2020 dalla relatrice Dott.ssa Corradini Grazia;

Udito il P.M. in persona del sostituto Procuratore Generale Dott.ssa

Sanlorenzo Rita che concluso per il rigetto del ricorso;

Udito per i ricorrenti l’avvocato Umberto La Commara, per delega

dell’avv. Giuseppe Lo Monaco, e per la controricorrente l’avv.

Eugenio De Bonis che hanno chiesto rispettivamente l’accoglimento e

il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Sas M. Costruzioni Generali di M.F. & c, in persona del legale rappresentante, nonchè i soci M.F. e L.E. proposero ricorso contro l’avviso di irrogazione delle sanzioni n. (OMISSIS), relativo ad IVA per l’anno 2004, con cui la Agenzia delle Entrate, sulla base di una verifica fiscale, aveva contestato alla società M. Costruzioni di avere omesso di annotare e fatturare operazioni imponibili effettuate con le società Mineraria

Faleria e Tuscia Costruzioni ed in particolare l’acconto sul prezzo di vendita per Euro 845.000,00 versato dalla società Faleria e l’anticipazione del prezzo sulla futura vendita per Euro 360.685,00 versato dalla società M. alla società Tuscia in virtù di una scrittura privata in data 29.3.2004, con cui il legale rappresentante della Tuscia si era impegnato a fare deliberare dalla predetta società la cessione di vari beni, tra cui due capannoni in Comune di Sutri, per il corrispettivo pattuito di Euro 1.500.000,00, a fronte del quale la società M. aveva emesso a favore della società Tuscia pagherò cambiari per la somma complessiva di Euro di Euro 1.299.622,00, di cui Euro 360.395,00 versati nel 2004.

I ricorrenti dedussero, quanto alle somme versate dalla società Faleria, che si trattava di caparra confirmatoria, come tale registrata nelle scritture contabili sotto la voce “crediti diversi – caparra confirmatoria per gli immobili di Sutri” e, quanto alle somme versate alla società Tuscia Costruzioni, che si trattava di un finanziamento erogato dalla società M., riportato nel conto “crediti diversi”, in virtù di un accordo per cui la società Tuscia si era impegnata alla costruzione di un complesso immobiliare e successivamente aveva stipulato con il sig. M.F. un preliminare di compravendita per i quattro immobili da realizzare.

Con sentenza n. 74/1/2011 la Commissione Tributaria Provinciale di Viterbo accolse il ricorso iniziale quanto alla operazione con la società Tuscia, ritenendo non provato che le somme versate alla società fossero acconti sul prezzo della compravendita e non invece finanziamenti come sostenuto dalla contribuente, mentre lo rigettò quanto alla operazione con la società Faleria, poichè nel preliminare di vendita la somma di Euro 845.000, 00 risultava espressamente versata a titolo di acconto sul residuo prezzo e non già di caparra.

Investita dall’appello della società e dei soci e da quello della Agenzia delle Entrate, per quanto di rispettiva soccombenza, con sentenza n. 259/29/2013, depositata il 31.7.2013, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio rigettò l’appello proposto dalla società M. e dai soci della stessa ed accolse invece quello della Agenzia delle Entrate condannando i contribuenti alle spese del giudizio.

La Commissione Tributaria Regionale ritenne, quanto alla operazione con la società Tuscia Costruzioni, che la prova della natura di acconto sul prezzo, quanto alla somma versata dalla società M. Costruzioni, emergesse dalla quietanza rilasciata dal legale rappresentante della Tuscia a tale espresso titolo, mentre non esisteva alcun documento che potesse dimostrare una diversa natura. Quanto al rapporto con la società Faleria rilevò poi che il contratto preliminare di compravendita aveva qualificato la natura della somma di Euro 845.000,00 ricevuta dalla contribuente, come “ricevuta in acconto”, mentre la tesi della caparra confirmatoria, prospettata dalla società M., si scontrava con la necessità che la volontà di istituire una caparra confirmatoria dovesse risultare in maniera esplicita e formale dallo strumento negoziale, anche perchè si trattava di disposizione di stretta interpretazione in relazione alle gravi conseguenze in caso di inadempimento.

Contro la sentenza di appello hanno presentato ricorso per cassazione la società ed i soci, notificato alla Agenzia delle Entrate in data 12 marzo 2014, affidato a quattro motivi, cui resiste la Agenzia delle Entrate con controricorso e successiva memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.Con il primo motivo i ricorrenti lamentano, quanto alla contestazione di omessa fatturazione relativa alle operazioni imponibili con la società Faleria, omessa pronuncia, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per avere la sentenza impugnata omesso di pronunciare sul motivo di appello dei contribuenti con cui si censurava la insufficiente motivazione della sentenza di primo grado e la violazione dell’onere probatorio che gravava sulla Amministrazione Finanziaria, limitandosi ad affermare che sarebbe spettato ai ricorrenti dimostrare che si trattava di caparra anzichè di un acconto.

2. Con il secondo motivo si dolgono, sempre con riguardo alla “operazione Faleria” di violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la sentenza di appello ritenuto non provata la natura di caparra confirmatoria della somma asseritamente non fatturata, nonostante la produzione in giudizio dei documenti sociali e contabili che avevano provato tale natura, quali la scheda contabile “crediti diversi”, sottoconto “caparra immobili siti in Sutri” e la corrispondenza fra le parti, in tal modo addossando ai contribuenti un onere probatorio relativo alla natura delle somme versate che sarebbe invece spettato all’Ufficio adempiere.

3. Con il terzo motivo deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 6, comma 4 e art. 15, comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per omessa pronuncia da parte della sentenza impugnata su un fatto decisivo della controversia ed erronea motivazione in violazione di norme di legge e di quanto eccepito e documentato dalla società per la dimostrazione della natura di caparra confermatoria della erogazione della somma, che non doveva quindi essere soggetta ad alcun obbligo di fatturazione in capo alla promittente venditrice M. Costruzioni.

4. Con il quarto motivo, con riferimento alla “operazione Tuscia”, lamentano infine violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e violazione e falsa applicazione dell’art. 1813 c.c. e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 6, comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per motivazione insufficiente ed erronea della sentenza di secondo grado, laddove aveva accolto la tesi dell’Ufficio, che aveva offerto una rappresentazione dei fatti non aderente alla realtà, senza tenere conto delle allegazioni documentali prodotte dalla società M. Costruzioni che dimostravano la natura di finanziamento delle somme erogate dalla suddetta società, senza considerare che l’art. 1813 c.c. non prescrive la forma scritta per il contratto di mutuo.

5. Il ricorso è infondato.

6. Quanto al primo motivo, nella specie i ricorrenti hanno dedotto, nel titolo del motivo di ricorso, un vizio di omessa pronuncia sulla eccezione di insufficiente motivazione della sentenza di primo grado e di indebita violazione della regola dell’onere probatorio, che determinerebbe la nullità della sentenza per “error in procedendo”, il quale implica la completa omissione del provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto e si traduce in una violazione dell’art. 112 c.p.c., da fare valere esclusivamente a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, ma poi hanno contraddittoriamente sostenuto, nella esplicitazione del motivo, che la motivazione esposta sul punto da parte dei giudici di appello (trascritta a pagina 17 del ricorso per cassazione ed articolata su una pagina quasi intera) sarebbe laconica ed insufficiente poichè il giudice di appello non avrebbe spiegato a chi spettava l’onere probatorio e da quali elementi avrebbe desunto la natura di acconto della somma versata; il che potrebbe, però, integrare un vizio di carente o insufficiente motivazione che avrebbe potuto essere fatto valere, eventualmente, ed in presenza degli altri presupposti normativi, solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il quale implica l’esame della questione oggetto di doglianza da parte del giudice di merito, seppure se ne lamenti la soluzione senza adeguata giustificazione (v. Cass. Sez. L, Sentenza n. 13866 del 18/06/2014 Rv. 631333 – 01).

6.1. L’omessa pronunzia si sostanzia infatti nella totale carenza di considerazione della domanda e dell’eccezione sottoposta all’esame del giudicante, il quale manchi completamente perfino di adottare un qualsiasi provvedimento, quand’anche solo implicito, di accoglimento o di rigetto, invece indispensabile alla soluzione del caso concreto; al contrario, il vizio motivazionale previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5) presuppone che un esame della questione oggetto di doglianza vi sia pur sempre stato da parte del giudice di merito, ma che esso sia affetto dalla totale pretermissione di uno specifico fatto storico, oppure che si sia tradotto nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa, invece, qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (v. Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 21257 del 08/10/2014 Rv. 632914 – 01).

6.2. Il primo motivo di ricorso, sotto tale aspetto, rivela quindi ampi profili di inammissibilità poichè, a fronte del motivo di appello che aveva dedotto una insufficiente motivazione della sentenza di primo grado con riguardo alla pretesa natura di acconto sul prezzo della somma versata in relazione al preliminare di compravendita, la sentenza impugnata – fra l’altro confermativa di quella di primo grado con cui la motivazione di appello è andata a saldarsi – ha preso in esame le deduzioni dell’appellante ed ha sostenuto che la natura di acconto delle somme versate era provata dalla specifica pattuizione contrattuale che qualificava la somma come “acconto”, la quale perciò doveva essere fatturata come tale in virtù della previsione contrattuale, in assenza di qualsiasi altro elemento che potesse consentire di attribuire al versamento una diversa natura, anche perchè la caparra confirmatoria era istituto negoziale di stretta interpretazione e doveva risultare in maniera formale ed esplicita dallo strumento negoziale.

6.3. Vi è stata quindi una precisa pronuncia da parte del giudice di appello sulla contestazione relativa alla dedotta insufficienza della motivazione della sentenza di primo grado sul punto, supportata da una motivazione articolata in più punti, in base alla quale è stato ritenuto provato che la somma fosse stata versata a titolo di acconto sul prezzo, ciò risultando dalla previsione contrattuale e dalla natura dell’istituto della caparra che non poteva essere dedotto in assenza di una previsione contrattuale esplicita.

7. Il secondo motivo è ugualmente infondato poichè la sentenza impugnata, laddove ha specificamente rilevato che l’Ufficio aveva dimostrato la natura di acconto sul prezzo della somma versata, sulla base dello specifico contratto stipulato dalle parti, e che, per converso, la società contribuente non aveva provato la pretesa natura di caparra confirmatoria della somma versata, in contrasto con lo strumento negoziale, ha fatto corretto uso del principio per cui “il giudice tributario di merito, investito della controversia sulla legittimità e fondatezza dell’atto impositivo, è tenuto a valutare, singolarmente e complessivamente, gli elementi presuntivi forniti dall’Amministrazione, dando atto in motivazione dei risultati del proprio giudizio (impugnabile in cassazione non per il merito, ma esclusivamente per inadeguatezza o incongruità logica dei motivi che lo sorreggono) e solo in un secondo momento, ove ritenga tali elementi dotati dei caratteri di gravità, precisione e concordanza, deve dare ingresso alla valutazione della prova contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato ai sensi dell’art. 2727 c.c. e s.s. e art. 2697 c.c., comma 2” (v., per tutte, Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 14237 del 07/06/2017 Rv. 644435 – 01).

7.1. Ciò posto, non vi è stata nel caso in esame alcuna violazione di legge, che consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa (v., per tutte, Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 24054 del 12/10/2017 Rv. 646811 – 01; Sez. L, Sentenza n. 16698 del 16/07/2010 Rv. 614588 – 01), mentre nella specie non si pone una questione di erronea ricognizione della fattispecie normativa astratta, e della interpretazione della regola che ne disciplina la prova, bensì della valutazione della prova operata dalla sentenza di merito, nell’ambito della fattispecie concreta che spetta esclusivamente al giudice di merito in relazione alla mediazione derivante dalla valutazione delle risultanze di causa.

7.2. In realtà, il vizio di violazione di legge può essere posto anche con riguardo alla violazione dell’art. 2697 c.c., e si configura nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella su cui esso avrebbe dovuto gravare secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni (v., da ultimo, Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 26769 del 23/10/2018 Rv. 650892 – 01; Sez. 3 -, Sentenza n. 13395 del 29/05/2018 Rv. 649038 – 01). Tuttavia la sentenza impugnata, al contrario di quanto sostenuto dai ricorrenti, ha fatto corretto uso di tale regola iuris, in effetti applicabile nel caso nel esame, ritenendo che la prova della natura di acconto sul prezzo spettasse all’Ufficio, il quale la aveva offerta sulla base degli elementi sopra indicati ed in particolare sulla base del contratto che appariva inequivocabile sul punto e che, per converso, pur ammettendo la regola iuris la prova contraria, questa non fosse stata offerta dalla contribuente.

7.3. Non vi è stata quindi la violazione di legge dedotta dai ricorrenti con riguardo al secondo motivo di ricorso, il quale, anche in tal caso, denuncia sostanzialmente la erronea valutazione della prova operata dalla sentenza impugnata sulla base di una pretesa erronea rappresentazione dei fatti da parte della Agenzia delle Entrate e di una altrettanto erronea considerazione della documentazione offerta dalla contribuente, con riguardo ad una corrispondenza intercorsa fra le parti ed a registrazioni contabili che sarebbero state prodotte in causa; il che resta peraltro irrilevante ai fini della violazione di legge, la quale, come già si è detto, non può riguardare la valutazione concreta della prova che attiene ad un giudizio di fatto su cui non può essere chiamata a pronunciarsi la Corte di legittimità.

7.4. In ogni caso non si ravvisa neppure, nella sostanza, alcuna insufficienza della motivazione poichè la sentenza impugnata ha preso in esame, sia pure sinteticamente, gli argomenti addotti dalla contribuente ma li ha poi confutati con altri argomenti non illogici, quali quelli sopra indicati. Ed, anche con riguardo alla forma del patto di caparra, la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione del principio giuridico per cui, pur non essendo richiesta la consacrazione in formule particolari, nè una sottoscrizione apposita delle parti, qualora il patto di caparra sia inserito nelle clausole generali del contratto, poichè non ha natura vessatoria (Cass. n. 1168/2004), tuttavia è necessario, al fine della pattuizione della caparra confirmatoria, che l’accordo tra le parti sia esteriorizzato: affinchè, infatti, il patto relativo alla dazione di una somma di danaro (o di una quantità di cose fungibili) sia qualificato come caparra confirmatoria occorre una formulazione espressa, configurandosi altrimenti un mero acconto della prestazione (Cass. n. 3833/1977). Tanto è vero che, nel dubbio sull’effettiva volontà delle parti, l’anticipo versato va considerato ‘accontò e non ‘caparrà, giacchè per aversi la caparra occorre una specifica menzione contrattuale nel senso che la dazione della somma sia avvenuta a tale titolo, non potendosi supporre che le parti si siano assoggettate tacitamente ad una ‘pena civilè, ravvisabile nella funzione della caparra (conf. 3161/69, Mass. N. 343133; Sez. 1, Sentenza n. 1449 del 23/04/1976 Rv. 380170 – 01).

8. Il terzo motivo costituisce una ripetizione inammissibile del primo e del secondo motivo, proposto oltretutto in forma “mista” o “composita”, sotto il profilo della omessa pronuncia e della violazione di legge, sempre in relazione alla valutazione degli elementi di prova versati in atti dalle parti per dimostrare la natura delle somme versate. Si deduce infatti il vizio di omessa pronuncia e di violazione di legge, ma poi si contesta, ancora una volta, la erronea motivazione della sentenza nella valutazione delle prove offerte dai ricorrenti per dimostrare la pretesa natura di caparra confermatoria della erogazione della somma, che non avrebbe dovuto, quindi, essere soggetta ad alcun obbligo di fatturazione in capo alla promittente venditrice M. Costruzioni e cioè un vizio che non attiene nè alla omissione di pronuncia nè alla violazione di legge. Tanto più che non si comprende neppure quale sarebbe stato il fatto decisivo prospettato dai ricorrenti e non preso in esame dalla sentenza impugnata, tale non potendo essere la pretesa erronea valutazione delle prove.

4. E’ infine inammissibile anche il quarto motivo, che, con riferimento alla “operazione Tuscia”, lamenta, sempre in forma “mista” o “composita”, violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e violazione e falsa applicazione dell’art. 1813 c.c. e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 6, comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per motivazione insufficiente ed erronea della sentenza di secondo grado sulla natura delle somme erogate dalla Società M. Costruzioni alla società Tuscia, poichè non avrebbe considerato le allegazioni documentali prodotte dalla società M. Costruzioni a conforto della tesi del finanziamento e la circostanza che l’art. 1813 c.c. non prescrive la forma scritta per il contratto di mutuo.

4.1. Anche in tal caso non si comprende invero quale sia stato il vizio dedotto, in considerazione della frammistione fra vizi di omessa pronuncia, di violazione di legge e di omessa motivazione, dei quali non sussistono, peraltro, all’evidenza, i presupposti, in quanto la doglianza attiene in realtà soltanto alla valutazione in fatto della prova versata in atti ed al rilievo per cui il contratto di mutuo può essere stipulato anche in forma orale, come se ciò consentisse una indimostrata modifica orale di pattuizioni già intervenute per iscritto, così da comportare la non imponibilità, per modifica del titolo, delle somme versate in base ad una pattuizione che le rendeva, invece, imponibili.

9. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato e, ferma restando la condanna alle spese già disposta per i gradi di merito, i ricorrenti devono essere condannati alla rifusione delle spese del presente giudizio, liquidate come in dispositivo in favore dell’Agenzia delle Entrate. Sussistono i presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, dell’art. 13, commi 1 bis e 1 quater, essendo stato il ricorso notificato in data 12.3.2014.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti alla rifusione delle spese del presente giudizio in favore della Agenzia delle Entrate, che liquida in Euro 7.290,00 oltre spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Si dà atto altresì, ai sensi dell’art. 1 comma 1 lett. a) che la presente sentenza viene sottoscritta dal solo Presidente del Collegio per impedimento dell’estensore Dott.ssa Corradini Grazia.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 11 febbraio 2020.

Depositato in cancelleria il 22 settembre 2020

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA