Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1978 del 24/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 24/01/2022, (ud. 16/12/2021, dep. 24/01/2022), n.1978

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26214-2020 proposto da:

V.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CASSIODORO

1/A, presso lo studio dell’avvocato LUIGIA D’AMICO, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

ADER – AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE, (OMISSIS), in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 46/6/2020 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della TOSCANA, depositata il 13/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 16/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MICHELE

CATALDI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. V.M. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, avverso la sentenza di cui all’epigrafe, con la quale la Commissione tributaria regionale della Toscana ha accolto solo parzialmente il suo appello avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Prato, che aveva dichiarato inammissibile il ricorso della medesima contribuente contro gli estratti di ruolo relativi a diverse cartelle.

La CTR ha così disposto: “In parziale accoglimento dell’appello dichiara l’ammissibilità del ricorso introduttivo e in parziale accoglimento del ricorso dichiara prescritta la pretesa tributaria con riferimento al credito di cui alla cartella esattoriale n. (OMISSIS). Rigetta per il resto. Dichiara compensate le spese.”.

L’Agenzia delle Entrate-riscossione si è costituita con controricorso.

La ricorrente ha prodotto memoria.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Preliminarmente, va dato atto che la controricorrente Agenzia delle entrate -riscossione ha dedotto (cfr. pag. 3 del controricorso) che due delle cartelle di pagamento controverse (la n. (OMISSIS) e la (OMISSIS)) sono state oggetto di annullamento e discarico amministrativo D.L. n. 119 del 2018, ex art. 4, comma 1, convertito dalla L. n. 136 del 2018 (stralcio dei debiti fino a mille Euro affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010).

Pertanto, con riferimento esclusivo alle predette cartelle, come dedotto dallo stesso concessionario per la riscossione, è cessata la materia del contendere.

2. Con il primo motivo la contribuente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2946 c.c., per non avere la CTR ritenuto applicabile la prescrizione quinquennale dell’Irpef e dell’Iva.

2.1. Il motivo è inammissibile. Infatti, nel ricorso non viene indicato se, ed in che fase e grado del giudizio di merito, siano stati prodotti in giudizio gli estratti di ruolo in questione, le cartelle di pagamento da essi presupposte e le notifiche dalle quali, secondo la stessa ricorrente (pag. 6 del ricorso), sarebbe decorso il termine di prescrizione. Tanto meno, nel corpo del ricorso, sono riprodotti, neppure per estratto, i predetti documenti. Ne’, in calce al ricorso, viene data puntuale menzione della loro allegazione specifica alla stessa impugnazione.

Non risulta quindi adempiuto l’onere di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di specifica indicazione, a pena d’inammissibilità del ricorso, degli atti processuali e dei documenti sui quali esso si fonda, nonché dei dati necessari all’individuazione della loro collocazione quanto al momento della produzione nei gradi dei giudizi di merito (Cass. 15/01/2019, n. 777; Cass. 18/11/2015, n. 23575; Cass., S.U., 03/11/2011, n. 22726).

Infatti, come questa Corte ha in più occasioni avuto modo di chiarire “detta disposizione, oltre a richiedere l’indicazione degli atti e dei documenti, nonché dei contratti o accordi collettivi, posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale tali fatti o documenti risultino prodotti, prescrizione, questa, che va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4. (…) In breve, il ricorrente per cassazione, nel fondare uno o più motivi di ricorso su determinati atti o documenti, deve porre la Corte di cassazione in condizione di individuare ciascun atto o documento, senza effettuare soverchie ricerche.” (Cass. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 1235 del 2019, in motivazione).

2.2. Il motivo è inoltre comunque infondato in diritto.

Invero la ricorrente “si duole del fatto che la CTR Toscana abbia inopinatamente respinto l’eccezione di prescrizione dei debiti tributari Irpef ed Iva iscritti a suo carico” (pag. 6 del ricorso), quindi (come risulta anche dalla descrizione dell’oggetto del giudizio, a pag. 1 del ricorso; dalla sintesi del primo motivo di ricorso, alla successiva pag. 2; dal riferimento al “carico tributario Irpef ed Iva”, a pag. 5), la censura attinge esclusivamente la prescrizione dei “tributi Irpef ed Iva” (pag. 2 del ricorso), non anche quella di crediti derivanti da imposte diverse, né comunque le sanzioni e gli accessori.

Pertanto (anche in considerazione della non rilevabilità d’ufficio della prescrizione), sanzioni ed accessori non sono oggetto del motivo, così come non lo è il credito relativi ai diritti della Camera di commercio (sul quale peraltro la sentenza impugnata, pur dando atto che era oggetto di una delle cartelle, non si è pronunciata, essendosi limitata a decidere sulla “tassa sui rifiuti” e sui “tributi erariali” e non essendo configurabile dal resto della decisione un rigetto implicito per tale specie di credito, con la conseguenza che la contribuente avrebbe dovuto in ipotesi impugnare la sentenza sul punto eventualmente per omessa pronuncia).

Tanto premesso, con riferimento all’inapplicabilità del termine di prescrizione quinquennale ai tributi Irpef ed Iva, questa Corte ha già chiarito che “In tema IRPEF, IVA, IRAP ed imposta di registro, il credito erariale per la loro riscossione si prescrive nell’ordinario termine decennale assumendo rilievo, quanto all’imposta di registro, l’espresso disposto di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 78, e, quanto alle altre imposte dirette, l’assenza di un’espressa previsione, con conseguente applicabilità dell’art. 2946 c.c., non potendo applicarsi l’estinzione per decorso quinquennale prevista dall’art. 2948 c.c., comma 1, n. 4 “per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi”, in quanto l’obbligazione tributaria, pur consistendo in una prestazione a cadenza annuale, ha carattere autonomo ed unitario ed il pagamento non è mai legato ai precedenti bensì risente di nuove ed autonome valutazione in ordine alla sussistenza dei presupposti impositivi.” (Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 12740 del 26/06/2020).

Nello stesso senso di è detto che ” In tema di IVA, il credito erariale per la riscossione dell’imposta (a seguito di accertamento divenuto definitivo) è soggetto non già al termine di prescrizione quinquennale previsto dall’art. 2948 c.c., n. 4 “per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi”, bensì all’ordinario termine di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c., in quanto la prestazione tributaria, attesa l’autonomia dei singoli periodi d’imposta e delle relative obbligazioni, non può considerarsi una prestazione periodica, derivando il debito, anno per anno, da una nuova ed autonoma valutazione in ordine alla sussistenza dei presupposti impositivi.” (Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 33266 del 17/12/2019; conforme, ex plurimis, Cass. Sez. 5, Sentenza n. 2941 del 09/02/2007).

Pertanto, in generale, ” Il diritto alla riscossione dei tributi erariali (IRPEF, IRES, IRAP ed IVA), in mancanza di un’espressa disposizione di legge, si prescrive nel termine ordinario di dieci anni e non nel più breve termine quinquennale, non costituendo detti crediti erariali prestazioni periodiche, ma dovendo la sussistenza dei relativi presupposti valutarsi in relazione a ciascun anno d’imposta.” (Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 32308 del 11/12/2019).

Tale conclusione, a differenza di quanto pare sostenere la ricorrente, non è in contrasto con Cass. Sez. U, Sentenza n. 23397 del 17/11/2016 (né con Cass. Sez. 5, Sentenza n. 8719 del 2020, pure citata nella memoria dalla ricorrente) secondo la quale ” Il principio, di carattere generale, secondo cui la scadenza del termine perentorio sancito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo, o comunque di riscossione coattiva, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito, ma non anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 c.c., si applica con riguardo a tutti gli atti – in ogni modo denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali, ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali, nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via. Pertanto, ove per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo.”. Infatti, tale arresto non afferma che la prescrizione sostanziale di qualsiasi tributo sia ex se necessariamente quinquennale, ma esclude che la mancata impugnazione dell’atto di riscossione determini ex art. 2953 c.c., la cd. “conversione” del ” termine di prescrizione breve eventualmente previsto” in quello decennale dell’actio iudicati.

Tanto meno la prescrizione quinquennale anche dei tributi erariali può derivare, come invece sostiene la ricorrente nella memoria, dalla circostanza che si prescrivono in cinque anni le sanzioni amministrative per le violazioni delle norme tributarie e che, per uniformità tra l’obbligazione sanzionatoria e quella tributaria, anche quest’ultima sarebbe necessariamente sottoposta in ogni caso alla prescrizione più breve della seconda.

Infatti tale tesi è fondata sulla reiterazione nella giurisprudenza di legittimità (al fine però di dare atto della prescrizione quinquennale sostanziale delle sanzioni tributarie: cfr., ex plurimis, Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 12715 del 2016) del principio di diritto di cui a Cass. Sez. U, Sentenza n. 25790 del 10/12/2009 che (a prescindere dalla sua massimazione) così è espresso nella motivazione: ” il diritto alla riscossione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste per le violazioni tributarie, irrogate con sentenza passata in giudicato, si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell’art. 2953 c.c., che disciplina specificamente ed in via generale la c.d. actio iudicati”.”.

Pertanto, nella fattispecie oggetto del relativo giudizio e nel principio di diritto appena trascritto, è l’actio iudicati di cui all’art. 2953 c.c., che converte nella prescrizione ordinaria anche la prescrizione quinquennale sostanziale delle sanzioni. Tale conclusione è quindi ben diversa dall’affermazione che la prescrizione sostanziale quinquennale delle sanzioni amministrative tributarie comporterebbe anche la prescrizione sostanziale quinquennale di tutti i tributi, finanche a prescindere dalla regola generale di cui all’art. 2946 c.c., e dalla sussistenza o meno di una diversa disposizione legislativa in materia.

Infine, il precedente di legittimità (Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 14244 del 2021) ulteriormente citato dalla ricorrente nella memoria ha per oggetto in realtà diritti camerali, crediti che, per quanto già rilevato, non sono in questo giudizio oggetto del ricorso.

3. Con il secondo motivo la contribuente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’omessa pronuncia sullo specifico motivo d’appello relativo alla sua condanna, in primo grado, al pagamento delle spese processuali a favore dell’Agenzia delle entrate -riscossione, sebbene quest’ultima si fosse costituita con proprio personale e non con difensore esterno, circostanza che, secondo la ricorrente, avrebbe escluso il diritto della concessionaria alla rifusione delle spese di lite.

Il motivo, di natura processuale e comunque autosufficiente, è fondato e va accolto.

Infatti, considerato il parziale accoglimento dell’appello della contribuente e tenuto conto della compensazione delle spese di lite disposta dalla CTR (con decisione che, anche dalla lettura della relativa motivazione, non risulta estesa alla regolazione delle spese di giudizio diverse da quelle dello stesso secondo grado), difetta nella sentenza impugnata qualsiasi decisione (anche implicita) sulle spese di lite di primo grado. Pertanto deve ritenersi che la CTR non abbia adottato alcuna pronuncia, neppure implicita, sul motivo d’appello (individuato nel ricorso come “E”) relativo al diritto dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione alle medesime spese processuali di primo grado.

La sentenza impugnata va quindi cassata in parte qua, con rinvio al giudice d’appello, cui si demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Appare opportuno demandare alla CTR anche la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il secondo motivo di ricorso, rigetta il primo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Toscana, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 16 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 gennaio 2022

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