Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19756 del 25/07/2018


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Civile Ord. Sez. 1 Num. 19756 Anno 2018
Presidente: CAMPANILE PIETRO
Relatore: MERCOLINO GUIDO

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 19815/2011 R.G. proposto da
MINISTERO DELLA DIFESA e MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO, in
persona dei Ministri p.t., rappresentati e difesi dall’Avvocatura generale dello Stato, con domicilio in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;
– ricorrenti contro
FALLIMENTO DELLA S.P.T. ACQUA S.R.L., in persona del curatore p.t. Avv.
Francesco Ferrari, rappresentato e difeso dall’Avv. Cosimo Ruppi, con domicilio eletto in Roma, via delle Quattro Fontane, n. 10, presso lo studio
dell’Avv. Daniela Ciardo;
– controricorrente avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce n. 360/11 depositata il 21
aprile 2011.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 20 dicembre 2017

Data pubblicazione: 25/07/2018

dal Consigliere Guido Mercolino.

FATTI DI CAUSA
1. Il curatore del fallimento della S.P.T. Acqua S.r.l. convenne in giudizio il Ministero della difesa ed il Ministero delle attività produttive, per sentirli condannare al pagamento della somma di Euro 126.532,00, oltre inte-

pelati effettuata in esecuzione di un contratto stipulato 1’11 aprile 1992.
Premesso che, a seguito del rinvio a giudizio dell’amministratore della
società per il reato di frode in pubbliche forniture, il Ministero della difesa
aveva comunicato il fermo amministrativo della predetta somma, a garanzia
del risarcimento del danno subìto, l’attore espose che, nonostante la revoca
del predetto provvedimento, disposta a seguito definizione del giudizio penale con sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione, ed
il contestuale incameramento della somma di Euro 250,00, a titolo di risarcimento dei danni, le Amministrazioni convenute avevano ingiustificatamente omesso di provvedere alla restituzione del residuo.
Si costituirono i Ministeri, e chiesero il rigetto della domanda, sostenendo che il contratto stipulato con l’attrice era stato già adempiuto, mentre il
fermo, disposto a garanzia dei danni da liquidarsi all’esito del giudizio penale per frode in pubbliche forniture, aveva ad oggetto somme dovute a titolo
di agevolazione prevista dalla legge 1° marzo 1986, n. 64 per la costruzione
di un impianto industriale in Corigliano Calabro, e non versate, nonostante
la revoca del fermo, in quanto era venuto meno il titolo dell’erogazione, a
causa dell’inosservanza degli obblighi temporali di utilizzazione dell’impianto
incentivato.
1.1. Con sentenza del 25 gennaio 2007, il Tribunale di Lecce rigettò la
domanda, ritenendo che la somma richiesta non corrispondesse al saldo
della fornitura, pagato dal Ministero della difesa fin dall’aprile 1993.
2. L’impugnazione proposta dal curatore è stata accolta dalla Corte
d’Appello di Lecce, che con sentenza del 21 aprile 2011 ha condannato i Ministeri al pagamento della somma di Euro 126.272,00, oltre interessi legali
dalla domanda.

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ressi e rivalutazione, a titolo di corrispettivo per una fornitura di pomodori

Premesso che la domanda proposta dal curatore non aveva ad oggetto il
saldo del corrispettivo dovuto per la fornitura, ma la restituzione dell’importo trattenuto in virtù del fermo amministrativo, disposto dal Ministero della
difesa e revocato con decreto del 7 marzo 2003, a garanzia di un danno erariale di Lire 254.000.000, nelle more del giudizio penale promosso nei
confronti dell’amministratore della SPT per il reato di frode in pubbliche for-

Amministrazioni, era stato attuato dal Ministero dell’industria con nota del
13 febbraio 2004, attraverso l’accantonamento della predetta somma, a seguito dell’avvio della procedura di revoca di incentivi concessi ai sensi della
legge n. 64 del 1986, in conseguenza del mancato rispetto degli obblighi
temporali di utilizzo dell’impianto per il quale erano stati erogati. Ciò posto,
la Corte ha ritenuto non provato che la revoca parziale del contributo avesse
assorbito l’importo accantonato con il fermo, rilevando che dalla predetta
nota risultava l’intenzione d’insinuare il credito al passivo del fallimento, e
concludendo pertanto che non risultava provata l’esistenza di un titolo che
consentisse alle Amministrazioni di trattenere la somma in questione, fatta
eccezione per l’importo di Euro 250,00, incamerato dal Ministero della difesa
per danni subìti a seguito del giudizio penale.
3. Avverso la predetta sentenza i Ministeri hanno proposto ricorso per
cassazione, articolato in tre motivi. Il curatore ha resistito con controricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo d’impugnazione, i ricorrenti denunciano la violazione o la falsa applicazione degli artt. 112 e 345 cod. proc. civ., sostenendo che, nell’individuare il titolo della pretesa azionata, la sentenza impugnata ha travalicato i limiti di una legittima interpretazione della domanda, avendo determinato una vera e propria mutatio libelli: essa ha infatti sostituito la causa petendi fatta valere dall’attore, consistente nel contratto di
fornitura, con una diversa, costituita dalla revoca del fermo amministrativo
o dal provvedimento di concessione delle agevolazioni, senza considerare
che, nonostante la coincidenza del loro ammontare, i relativi importi costituivano espressione di rapporti giuridici diversi.

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niture, la Corte ha rilevato che tale provvedimento, comunicato alle altre

1.1. Il motivo è fondato.
Come si evince dalla lettura dell’atto di citazione, testualmente riportato
nella narrativa del ricorso, la domanda proposta dal curatore del fallimento
aveva ad oggetto l’accertamento dell’intervenuta revoca del fermo amministrativo comunicato dal Ministero della difesa con nota del 29 febbraio 1996,
con la condanna delle Amministrazioni convenute al pagamento della som-

della sentenza impugnata, secondo cui la predetta domanda non era stata
formulata in termini di debenza di somme trattenute a saldo del corrispettivo, ma esclusivamente in termini di restituzione dell’importo trattenuto a
seguito del fermo amministrativo: a sostegno delle citate conclusioni, l’attore aveva infatti richiamato espressamente il contratto stipulato 1’11 aprile
1992 con il Ministero della difesa, avente ad oggetto una fornitura di pomodori pelati, esponendo che il pagamento del corrispettivo, sospeso a garanzia del risarcimento dei danni cagionati dal reato di frode in pubbliche forniture, per il quale era stato promosso un giudizio penale nei confronti del legale rappresentante della società fallita, era divenuto esigibile per effetto
della revoca del provvedimento, comunicata con nota dell’Il marzo 2003, a
seguito della sentenza penale di proscioglimento.
La mera revoca del fermo amministrativo non avrebbe d’altronde potuto
essere considerata una causa petendi sufficiente a legittimare la domanda di
pagamento delle somme trattenute, non essendo il provvedimento revocato
configurabile come un pagamento, il cui titolo giustificativo fosse venuto
meno per effetto del provvedimento di ritiro, e non essendo pertanto la domanda riconducibile all’art. 2033 cod. civ. Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità e di quella amministrativa, l’istituto
disciplinato dall’art. 69, sesto comma, del r.d. 18 novembre 1923, n. 2440,
ai sensi del quale un’Amministrazione dello Stato che abbia a qualsiasi titolo
ragioni di credito verso aventi diritto a somme dovute da altre Amministrazioni può richiedere la sospensione del pagamento di dette somme, si configura come uno strumento cautelare provvisorio diretto a legittimare la sospensione temporanea del pagamento di debiti liquidi ed esigibili da parte
dello Stato, a salvaguardia dell’eventuale compensazione con crediti, anche

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ma di Lire 245.000.000. Non può condividersi, in proposito, l’affermazione

non attualmente liquidi e esigibili, che la stessa o altre branche dell’Amministrazione statale, considerate come organi di una stessa persona giuridica,
vantino nei confronti del medesimo soggetto (cfr. Cass., Sez. Un., 4/11/
2002, n. 15382; 29/07/1998, n. 7414; 25/01/1989, n. 423). Come ogni
provvedimento cautelare, esso ha carattere provvisorio, in quanto solo dopo
che sarà stato accertato se e quale Amministrazione statale è debitrice del

sposto, con il provvedimento definitivo, l’effettivo incameramento delle
somme dovute dallo Stato al terzo e, quindi, la compensazione legale dei
debiti con i crediti dello Stato (cfr. Cass., Sez. Un., 15/06/1967, n. 1389):
fino a che non venga adottato quest’ultimo provvedimento, l’importo di cui
è stato disposto il fermo non può quindi ritenersi definitivamente acquisito
all’Erario, con la conseguenza che non può chiedersene la restituzione, ma
solo il pagamento, previo accertamento dell’illegittimità o dell’intervenuta
cessazione della sospensione, nonchè dell’effettiva sussistenza del credito
corrispondente.
Nel ritenere che il fermo avesse riguardato somme dovute a titolo d’incentivi concessi ai sensi della legge n. 64 del 1986, con la conseguente imposizione a carico delle convenute dell’onere di provare che l’importo trattenuto era rimasto assorbito dalla revoca parziale delle agevolazioni, la sentenza impugnata ha pertanto pronunciato su una domanda diversa da quella
proposta dal curatore del fallimento, la quale non aveva ad oggetto il pagamento del predetto importo, ma quello del corrispettivo dovuto per la fornitura effettuata dalla società fallita. La questione della revoca delle agevolazioni non era stata d’altronde sollevata dall’attore, ma dalle convenute, con
la finalità di dimostrare non già che l’importo richiesto, originariamente dovuto a titolo di corrispettivo, era stato in seguito acquisito a titolo di restituzione degl’incentivi revocati, ma di evidenziare che il fermo disposto a garanzia del risarcimento dei danni era stato attuato fin dall’origine sulle
somme dovute a titolo d’incentivi, in quanto il corrispettivo della fornitura
era stato già pagato, e che, nonostante la revoca del provvedimento, gli incentivi non erano stati corrisposti, in quanto nel frattempo era stato accertato l’inadempimento degli obblighi relativi alla loro utilizzazione.

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terzo, di quale somma, a che titolo e con quale scadenza, potrà essere di-

2. Il ricorso va pertanto accolto, restando assorbiti il secondo ed il terzo
motivo, con cui i ricorrenti hanno dedotto la violazione o la falsa applicazione dell’art. 2697 cod. civ. degli artt. 115, 345 e 346 cod. proc. civ. e
dell’art. 69 del r.d. 18 novembre 1923, n. 2440, nonché l’omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, censurando la sentenza impugnata per aver ritenuto non provata l’esistenza di un titolo ido-

condanna al Ministero della difesa.
3. La causa va conseguentemente rinviata alla Corte d’Appello di Lecce,
che provvederà, in diversa composizione, anche al regolamento delle spese
del giudizio di legittimità.

P.Q.M.
accoglie il primo motivo di ricorso; dichiara assorbito il secondo ed il terzo
motivo; cassa la sentenza impugnata; rinvia alla Corte di appello di Lecce,
in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del
giudizio di legittimità.

neo a consentire il trattenimento della somma dovuta e per aver esteso la

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