Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19755 del 25/07/2018


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Civile Ord. Sez. 1 Num. 19755 Anno 2018
Presidente: CAMPANILE PIETRO
Relatore: MERCOLINO GUIDO

ORDINANZA
,

sul ricorso iscritto al n. 11063/2012 R.G. proposto da
CO.BE.CAM. – CONSORZIO BENI CULTURALI DELLA CAMPANIA, in persona
del presidente p.t., rappresentato e difeso dagli Avv. Paolo Vosa, Giuliana
Vosa e Roberto Bernasconi, con domicilio eletto in Roma, via Ajaccio, n. 14,
presso lo Studio Collodel;
– ricorrente contro
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITAT CULTURALI, in persona del Ministro
p.t., rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, con domicilio in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;
– controricorrente avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 1450/11 depositata il 4
aprile 2011.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 20 dicembre 2017
tr-,

Data pubblicazione: 25/07/2018

dal Consigliere Guido Mercolino.

FATTI DI CAUSA
1. Il Co.Be.Cam. – Consorzio Beni Culturali della Campania, affidatario
del progetto denominato «Musei della Campania: verso un sistema regionale di valorizzazione – secondo intervento», ad esso commissionato con con-

1992, convenne in giudizio il Ministero per i beni culturali ed ambientali, per
sentirlo condannare al pagamento della somma di Lire 10.737.921.829, a
titolo di risarcimento dei danni ed in subordine d’indennizzo per ingiustificato arricchimento.
Premesso che la convenzione prevedeva, tra l’altro, opere edili di ristrutturazione di vari musei campani, tra cui erano compresi la progettazione e la realizzazione del secondo stralcio dei lavori riguardanti l’ala moderna
del Museo del Sannio di Benevento, nonché il restauro e l’adeguamento funzionale della parte antica, espose che il progetto esecutivo, tempestivamente presentato, era stato approvato con nove mesi di ritardo rispetto al termine previsto, e l’esecuzione dei lavori era stata contrassegnata da numerosi inconvenienti, che avevano condotto all’iscrizione delle riserve. In riferimento alle opere leggere, richiamò in particolare le riserve nn. 3 e 4, aventi ad oggetto il ristoro dei maggiori oneri sopportati a causa dell’anomalo
andamento del rapporto, mentre con riguardo alle opere edili fece valere le
riserve nn. 1 e da 3 a 12, aventi ad oggetto i maggiori oneri sopportati per
l’adeguamento del progetto e l’anomalo andamento del rapporto, la revisione dei prezzi e i danni conseguenti al ritardo nella definizione del procedimento di accordo bonario.
Si costituì il Ministero, e resistette alla domanda, chiedendo in via riconvenzionale il pagamento degl’interessi sulla somma corrisposta a titolo di
anticipazione e la compensazione del relativo credito con quello fatto valere
dall’attore.
1.1. Con sentenza del 14 aprile 2005, il Tribunale di Roma accolse parzialmente la domanda principale, riconoscendo al Consorzio la somma di Euro 63.592,51 per le riserve nn. 1 e 4 relative alle opere edili e la somma di

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venzione del 16 dicembre 1991, modificata con atto aggiuntivo del 6 agosto

Euro 33.141,29 per la riserva n. 3 relativa alle opere leggere; accolse inoltre la domanda riconvenzionale, riconoscendo al Ministero la somma di Euro
232.787,71 a titolo di risarcimento del danno derivante dal mancato godimento dell’importo anticipato al Consorzio prima dell’effettivo inizio dei lavori; dichiarò infine la parziale compensazione tra i predetti crediti, condannando il Consorzio al pagamento della somma di Euro 136.053,91, oltre in-

2. L’impugnazione proposta dal Consorzio è stata rigettata dalla Corte
d’Appello di Roma, che con sentenza del 4 aprile 2011 ha rigettato anche il
gravame incidentale proposto dal Ministero.
In ordine alle riserve nn. 1, 4 e 7 relative alle opere edili, la Corte, per
quanto ancora rileva in questa sede, ha confermato la responsabilità del Ministero per il ritardo nell’esecuzione dei lavori riguardanti l’ala nuova del
Museo, escludendola invece per quelli concernenti la parte antica: ha infatti
ritenuto che l’inadempimento del committente, consistente nell’aver espresso un parere negativo dopo averne rilasciato uno positivo, in tanto aveva
inciso sui lavori relativi alla parte antica, in quanto nell’ambito del progetto
presentato dal Consorzio gli stessi erano stati unificati a quelli riguardanti la
ala nuova, laddove, se fossero stati tenuti distinti, i primi avrebbero potuto
essere realizzati senza soluzione di continuità. Ha precisato al riguardo che
il Consorzio aveva la facoltà di redigere un unico progetto esecutivo o due
progetti distinti, dal momento che la convenzione non poneva limiti o prescrizioni particolari, il progetto presentato prevedeva lavori distinti per le
due ali e quelli relativi all’ala nuova erano già molto avanzati; ha rilevato inoltre che il Consorzio, essendosi impegnato a recepire le prescrizioni eventualmente impartite dai comitati di settore, era in grado di sapere che le
stesse avrebbero comportato un allungamento o un ritardo nei tempi di realizzazione dell’opera; ha aggiunto che il Consorzio, avendo presentato un
progetto diverso rispetto a quello riguardante il primo stralcio dei lavori, era
a conoscenza anche della necessità di un’autonoma concessione edilizia; ha
affermato pertanto che la presentazione di un progetto unitario, pur rientrando nella discrezionalità del Consorzio, aveva fatto sì che il ritardo nel rilascio del parere dei comitati di settore, riguardante la sola area nuova, in-

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teressi legali dalla domanda.

cidesse su tutte le opere, in relazione all’unicità della concessione, osservando comunque che il Consorzio avrebbe potuto tentare di ovviare all’inconveniente mediante la presentazione di un progetto relativo alla sola parte antica o di osservazioni a ciò finalizzate.
Quanto alla liquidazione del danno, la Corte ha innanzitutto escluso che
il ritardo dovesse essere calcolato fino alla data di rilascio della concessione

ai beni ambientali ed architettonici, rilevando che tra le due date erano intercorsi soltanto i tempi tecnici necessari per il conseguimento della concessione, sui quali non aveva inciso il comportamento del Ministero, in quanto
la relativa richiesta era stata proposta dalla Provincia di Benevento, proprietaria del complesso museale, al Comune di Benevento, ed il Consorzio era a
conoscenza che i lavori potevano essere intrapresi solo dopo il rilascio della
concessione.
La Corte ha poi escluso il diritto del Consorzio ad un’indennità per spese
del personale ed ammortamento dei macchinari, osservando che le stesse,
oltre ad essere a carico dell’impresa esecutrice dei lavori, non risultavano
provate, non essendovi ragione di mettere a disposizione personale e macchinari prima dell’inizio dei lavori e non essendo stato dimostrato che l’impresa ne avesse fatto richiesta al Consorzio.
Ha confermato infine l’accoglimento della domanda riconvenzionale proposta dall’Amministrazione, rilevando che effettivamente il Consorzio aveva
potuto giovarsi dell’anticipazione di una somma pari al 10% dell’intero importo del contratto, ricevuta oltre due anni prima dell’inizio effettivo dei lavori edili.
3. Avverso la predetta sentenza il CoBeCam ha proposto ricorso per
cassazione, articolato in tre motivi, illustrati anche con memoria. Il Ministero ha resistito con controricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Preliminarmente, va disattesa l’eccezione d’inammissibilità dell’impugnazione, sollevata dalla controricorrente in relazione alle modalità di redazione del ricorso, non corrispondenti alle esigenze di sintesi emergenti dallo

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edilizia, anzichè fino a quella di rilascio del nulla osta della Sovrintendenza

art. 366 cod. proc. civ., in quanto caratterizzate dalla trascrizione integrale
di gran parte degli atti di causa.
Se è vero, infatti, in linea generale, che la pedissequa riproduzione dello
intero contenuto degli atti è per un verso del tutto superflua, non essendo
affatto richiesto che si dia meticolosamente conto di tutti i momenti nei quali la vicenda processuale si è articolata, e per altro verso inidonea a soddi-

la scelta di quelli effettivamente rilevanti per l’esame dei motivi d’impugnazione (cfr. Cass., Sez. Un., 11/04/2012, n. 5698; Cass., Sez. VI, 22/11/
2013, n. 26277; 2/05/2013, n. 10244), è anche vero, però, che nella specie
la sovrabbondanza della narrativa è compensata dalla puntualità dei riferimenti contenuti nelle singole censure, i quali, consentendo d’individuare
prontamente gli atti pertinenti, dispensano dall’onere di un’inutile lettura.
2. Con il primo motivo d’impugnazione, il Consorzio denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 99, 100 e 112 cod. proc. civ., censurando la sentenza impugnata per aver escluso la responsabilità del Ministero
sulla base di circostanze mai eccepite dallo stesso, ed in particolare della
scelta di esso ricorrente di presentare un unico progetto esecutivo, anziché
due progetti distinti, del riconoscimento della facoltà di procedere in tal senso, e della mancata formulazione di osservazioni al fine di sollecitare l’Amministrazione ad intervenire. Tali circostanze non erano state prese in considerazione dalla sentenza di primo grado, la quale si era limitata a rilevare
che il ritardo nel rilascio del parere aveva impedito soltanto l’esecuzione dei
lavori riguardanti l’ala nuova del Museo, mentre nell’atto di appello esso ricorrente aveva replicato che, per effetto dell’unicità della concessione edilizia, il predetto ritardo aveva inciso sullo svolgimento di tutti i lavori.
2.1. Il motivo è infondato.
La limitazione della responsabilità del Ministero ai soli danni cagionati
dal ritardo nell’esecuzione dei lavori riguardanti l’ala nuova del Museo trova
infatti giustificazione, secondo il ragionamento seguito dalla sentenza impugnata, nell’interruzione del nesso causale tra l’inadempimento del dovere di
buona fede nell’esecuzione del contratto, addebitato in primo grado all’Amministrazione in virtù del parere negativo reso in ordine al rilascio della con-

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sfare la necessità della sintetica esposizione dei fatti, rimettendo alla Corte

cessione edilizia, e l’impossibilità d’iniziare i lavori relativi alla parte antica,
determinata dalla scelta, liberamente effettuata dal Consorzio sulla base
delle previsioni contrattuali, di presentare un unico progetto per l’intero edificio, anziché due distinti progetti per le singole parti di esso. In quanto riconducibili alla fattispecie prevista dall’art. 1227, primo comma, cod. civ.,
che esclude la responsabilità del debitore per i danni cagionati dal compor-

predetta limitazione non dovevano costituire necessariamente oggetto di
una specifica eccezione proposta dall’appellato, essendo rilevabili anche
d’ufficio da parte del giudice di appello, nell’ambito dell’indagine a lui devoluta circa la sussistenza del nesso di causalità, per effetto dell’impugnazione
della sentenza di primo grado, nella parte in cui aveva escluso la responsabilità del Ministero per i danni derivanti dal ritardo nei lavori relativi alla parte antica del Museo.
In tema di risarcimento del danno, l’ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell’evento dannoso, prevista dal primo
comma dell’art. 1227 cod. civ., va infatti distinta da quella, disciplinata dal
secondo comma della medesima disposizione, riguardante un contegno dello
stesso danneggiato che abbia prodotto soltanto l’aggravamento del danno
senza contribuire alla sua causazione, giacché, mentre quest’ultima situazione forma oggetto di un’eccezione in senso stretto, configurandosi come
inadempimento di un autonomo dovere giuridico, posto a carico del creditore quale espressione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede, nel
primo caso il giudice deve procedere d’ufficio all’indagine in ordine al concorso del danneggiato, sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto
dai quali sia ricavabile, sul piano causale, il contributo colposo dello stesso
(cfr. Cass., Sez. III, 25/05/2010, n. 12714; 10/11/2009, n. 23734; 20/08/
2009, n. 18544)
3. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1322 e ss. e degli artt. 1362 e ss. cod. civ., censurando la sentenza impugnata per aver ritenuto che la convenzione attribuisse
ad esso ricorrente la facoltà di presentare due distinti progetti, in luogo di
un progetto unitario. Afferma infatti che, ove interpretato in conformità del

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tamento colposo del creditore, le circostanze addotte a fondamento della

senso letterale delle parole, del principio di buona fede e del comportamento complessivo delle parti, l’art. 8 della convenzione imponeva di ritenere
che esso ricorrente avesse l’obbligo di presentare un unico progetto esecutivo, nel rispetto dell’unico progetto di massima, senza possibilità di sdoppiarlo. In tal senso deponevano anche l’approvazione del progetto da parte della
Amministrazione e l’atto di sottomissione, il quale, nel menzionare le pre-

non prevista né prevedibile, del rilascio di un parere negativo a seguito di
uno positivo. Nel ritenere che al ritardo potesse farsi fronte mediante la
presentazione di un nuovo progetto riguardante la sola parte antica del Museo, la sentenza impugnata ha infine omesso di rilevare che ad esso ricorrente non era consentito apportare modifiche al progetto esecutivo, trattandosi di una facoltà riconosciuta al solo committente, il quale avrebbe ben
potuto esercitarla, per ovviare alle conseguenze del proprio inadempimento.
3.1. Il motivo è fondato.
Ai fini dell’esclusione del nesso eziologico tra l’inadempimento del Ministero ed i danni derivanti dal ritardo nell’esecuzione dei lavori relativi alla
parte antica del Museo, la sentenza impugnata ha attribuito una portata determinante alla scelta compiuta dal Consorzio, il quale, pur avendo la facoltà
di presentare due distinti progetti, uno per ciascuna delle ali dell’edificio, avrebbe preferito predisporne uno unitario, tale da richiedere un’unica concessione edilizia ed imporre pertanto il rilascio di un unico parere dei comitati di settore, il cui giudizio negativo, sia pure limitato alle opere riguardanti l’ala nuova, avrebbe impedito la realizzazione dell’intero progetto, ivi
comprese le opere riguardanti la parte antica. Il fulcro di tale ragionamento
è costituito dal richiamo all’art. 8 dell’atto aggiuntivo stipulato tra le parti, il
quale, secondo la Corte distrettuale, non poneva limiti o prescrizioni particolari alla redazione del progetto esecutivo, consentendo pertanto la predisposizione di progetti distinti, resa possibile sia dalla natura delle opere che
dall’avanzato stato di realizzazione delle opere riguardanti l’area nuova, che
avevano costituito oggetto di un precedente stralcio dei lavori.
L’affermazione secondo cui la mancanza di specifiche prescrizioni avrebbe comportato l’attribuzione della predetta facoltà si pone peraltro in

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scrizioni dei comitati di settore, non faceva alcun riferimento all’eventualità,

contrasto con il principio, costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità in tema d’interpretazione del contratto, secondo cui, ai fini della ricostruzione della comune intenzione dei contraenti, il rilievo da assegnare
alla formulazione letterale dev’essere verificato alla luce dell’intero contesto
contrattuale, dovendosi procedere al coordinamento delle singole clausole,
da considerarsi in correlazione tra loro, e dovendosi intendere per «senso

goziale, in ogni sua parte ed in ogni parola che la compone, e non già in una
parte soltanto, quale una singola clausola di un contratto composto di più
clausole, dovendo il giudice collegare e raffrontare tra loro frasi e parole al
fine di chiarirne il significato (cfr. Cass., Sez. lav., 17/02/2010, n. 3685;
26/02/2009; Cass., Sez. I, 22/02/2007, n. 4176). L’interpretazione fornita
dalla Corte distrettuale costituisce infatti il risultato di una lettura meramente parziale ed incompleta della clausola contrattuale, il cui testo, integralmente riportato nel ricorso, offre ulteriori spunti di riflessione, completamente trascurati dalla sentenza impugnata: muovendo infatti dalla premessa dell’avvenuta redazione di un unico progetto di massima, al quale avrebbe dovuto conformarsi il progetto esecutivo commissionato alla ricorrente,
l’atto aggiuntivo fissava brevi termini per la presentazione di quest’ultimo e
per la sottoposizione dello stesso al controllo di congruità del committente,
nonché per l’adozione di eventuali prescrizioni da parte di quest’ultimo, la
cui compatibilità con la redazione di distinti elaborati non è stata in alcun
modo oggetto di valutazione da parte della Corte distrettuale, arrestatasi alla considerazione che tale modus operandi avrebbe posto le condizioni per
realizzare le opere in modo più snello e relativamente più rapido.
La sentenza impugnata ha inoltre omesso di considerare che l’elemento
letterale, pur risultando centrale nella ricerca della reale volontà delle parti,
deve essere riguardato alla stregua di ulteriori criteri ermeneutici, e segnatamente dell’interpretazione funzionale, che attribuisce rilievo alla causa
concreta del contratto ed allo scopo pratico perseguito dalle parti, nonché
dell’interpretazione secondo buona fede, che si specifica nel significato di
lealtà e si concreta nel non suscitare falsi affidamenti e nel non contestare
ragionevoli affidamenti ingenerati nella controparte (cfr. Cass., Sez. I,

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letterale delle parole» l’intera formulazione testuale della dichiarazione ne-

28/06/2017, n. 16181; Cass., Sez. II, 28/03/2017, n. 7927; Cass., Sez. III,
22/11/2016, n. 23701). E’ alla luce di tali criteri che dev’essere valutato il
riferimento della sentenza impugnata alla diversità degl’interventi da eseguire ed allo stato di avanzamento dei lavori relativi all’ala nuova, la cui valorizzazione, ai fini del riconoscimento della scindibilità dei progetti, non tiene conto della considerazione unitaria sottesa al conferimento di un unico

globale conseguentemente richiesta ai fini della concessione edilizia, la cui
portata omnicomprensiva non trova smentita nell’avvenuta formulazione di
distinti apprezzamenti da parte dei comitati di settore, avuto riguardo all’unicità del provvedimento autorizzatorio da rilasciare, e quindi del parere che
avrebbero dovuto rendere i comitati di settore.
4. L’accoglimento del secondo motivo comporta l’assorbimento del terzo, del quarto e del quinto, con cui il ricorrente ha dedotto la violazione e la
falsa applicazione degli artt. 1362 e ss. e 2602 e ss. cod. civ., nonché l’insufficienza, l’illogicità e la contraddittorietà della motivazione circa un fatto
controverso e decisivo per il giudizio, censurando la sentenza impugnata
nella parte concernente la liquidazione del danno causato dal ritardo nell’emissione del parere.
5. Va invece accolto parzialmente, per le ragioni già esposte, il sesto
motivo, con cui il ricorrente ripropone, in riferimento alla riserva n. 7 relativa alle opere edili, le medesime questioni sollevate in ordine alle riserve nn.
1 e 4 con i primi cinque motivi, censurando la sentenza impugnata nella
parte in cui ha rigettato il relativo motivo di gravame.
6. Con il settimo motivo, il ricorrente denuncia la violazione e la falsa
applicazione degli artt. 1321 e ss. e 1362 e ss. cod. civ., dell’art. 112 cod.
proc. civ. e del decreto del Ministro del tesoro 25 novembre 1972, nonché
l’insufficienza, l’illogicità e la contraddittorietà della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, rilevando che la sentenza impugnata ha omesso di pronunciare in ordine al motivo di appello riflettente l’errato
accoglimento della domanda riconvenzionale proposta dal Ministero. Premesso di aver sostenuto che l’anticipazione era stata erogata in applicazione
della legge 10 dicembre 1981, n. 741 e dell’art. 14 della convenzione, che

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appalto, né dell’inerenza delle opere al medesimo edificio e della valutazione

richiamava il predetto decreto ministeriale, ed avrebbe potuto essere revocata qualora ne fossero stati ritenuti insussistenti i presupposti, osserva che
la Corte di merito ha erroneamente interpretato il contenuto e l’ampiezza
della censura, limitandosi a dare atto dell’avvenuto godimento della somma
anticipata da parte del Consorzio fino al momento dell’effettivo inizio dei lavori, in tal modo pronunciando su una censura diversa.

Nel rigettare il motivo di gravame concernente il riconoscimento in favore del Ministero degl’interessi per il mancato godimento dell’importo dell’anticipazione, la sentenza impugnata non ha affatto pronunciato in ordine ad
una censura diversa da quella proposta dall’appellante, con cui quest’ultima
aveva fatto valere la mancata revoca dell’anticipazione: il rilievo della Corte
distrettuale, secondo cui dalle stesse difese dell’attrice emergeva l’avvenuta
corresponsione del relativo importo più di due anni prima dell’inizio effettivo
dei lavori, si traduce infatti in un’implicita esclusione della necessità della
revoca, che trova giustificazione nel combinato disposto delle norme che disciplinano il pagamento dell’anticipazione e dei principi generali in tema di
adempimento.
In materia di appalti pubblici, questa Corte ha da tempo chiarito che
l’art. 3, primo comma, della legge n. 741 del 1981, come modificato dall’art.
33 della legge 28 febbraio 1986, n. 41, nel prevedere l’accreditamento della
anticipazione entro sei mesi dalla data dell’offerta, indipendentemente da
una richiesta dell’impresa, ha inteso rendere obbligatoria detta anticipazione, in precedenza rimessa alla mera discrezionalità del Ministero del tesoro
e della Amministrazione committente, ma non ha comportato l’abrogazione
dell’art. 12, sesto comma, del r.d. 18 novembre 1923, n. 2440, introdotto
dall’art. 2 del d.P.R. 30 giugno 1972, n. 627 e richiamato dallo stesso art. 3
cit., nella parte in cui, a fronte della prestazione di idonee garanzie bancarie
o equivalenti da parte del contraente, subordina l’erogazione dell’anticipazione all’avvenuto inizio dei lavori o all’esecuzione della fornitura (cfr. Cass.,
Sez. I, 6/11/2006, n. 23670; 26/10/1994, n. 8759). Il ritardo nell’avvio dei
lavori, escludendo l’insorgenza del diritto all’anticipazione, comporta pertanto, nel caso in cui la stessa venga ugualmente corrisposta, l’applicabilità

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6.1. Il motivo è infondato.

dell’art. 1185, secondo comma, cod. civ., che per l’ipotesi di adempimento
del debito non ancora scaduto prevede una figura particolare dell’azione di
arricchimento, attribuendo al debitore il diritto di ripetere ciò di cui il creditore si è arricchito per effetto del pagamento anticipato (cfr. Cass., Sez.
lav., 16/02/1985, n. 1330). L’esercizio di tale azione non presuppone in alcun modo la revoca dell’anticipazione, prevista soltanto nelle ipotesi, nella

ni obiettive o di esecuzione del contratto non conforme agli obblighi, ai sensi
dell’art. 3 del d.m. 25 novembre 1972, emanato in esecuzione del d.P.R. n.
627 del 1972, ovvero di rescissione autoritativa del contratto, ai sensi dello
art. 340 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. F (cfr. Cass., Sez. I, 2/09/
2004, n. 17673; Cass., Sez. III, 23/07/2003, n. 11448; Cass., Sez. II, 22/
02/1997, n. 1639).
7. La sentenza impugnata va pertanto cassata, in relazione ai motivi accolti, con il conseguente rinvio della causa alla Corte d’Appello di Roma, che
provvederà, in diversa composizione, anche al regolamento delle spese del
giudizio di legittimità.

P.Q.M.
rigetta il primo ed il settimo motivo di ricorso; accoglie il secondo motivo e
parzialmente il sesto; dichiara assorbiti gli altri motivi; cassa la sentenza
impugnata, in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, “cui demanda di provvedere anche sulle spese
del giudizio di legittimità.

specie non ricorrenti, di mancata prosecuzione dell’appalto anche per ragio-

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