Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19750 del 03/10/2016


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Cassazione civile sez. VI, 03/10/2016, (ud. 13/07/2016, dep. 03/10/2016), n.19750

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11604-2015 proposto da:

SOGET SPA – SOCIETA’ GESTIONE ENTRATE E TRIBUTI, in persona del

Presidente e legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, CORSO D’ITALIA 19, presso lo studio

dell’avvocato SERGIO DELLA ROCCA, (presso Studi Legali Riuniti) che

la rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

ARCA JONICA, già IACP – Istituto Autonomo per le Case Popolari di

Taranto, in persona del Commissario Straordinario e legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA DI VILLA CARPEGNA 58, presso lo studio dell’avvocato MARCO

PETRINI, rappresentata e difesa dall’avvocato MARIANO giusta procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

contro

G.G.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 78/2015 della CORTE D’APPELLO di LECCE SEZIONE

DISTACCATA di TARANTO del 22/12/2014, depositata il 19/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/07/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPINA LUCIANA

BARRECA;

udito l’Avvocato Sergio Della Rocca difensore della ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso e la compensazione delle spese;

udito l’Avvocato Mariano Zeni difensore della controricorrente che ha

chiesto l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- Con la sentenza impugnata (n. 78/15 pubblicata il 19 febbraio 2015) la Corte d’appello di Lecce – sezione distaccata di Taranto, ha accolto l’appello proposto da l’I.A.C.P. – Istituto Autonomo per le Case Popolari di Taranto, poi ARCA Jonica, nei confronti di SO.G.E.T. S.p.A. – Società Gestione Entrate e Tributi (oltre che nei confronti del terzo pignorato) avverso la sentenza del Tribunale di Taranto (n. 896/12 pubblicata il 3 maggio 2012) con la quale era stata rigettata l’opposizione all’esecuzione avanzata dall’Istituto, debitore esecutato in un’espropriazione presso terzi intrapresa da SO.G.E.T.; ha condannato l’appellata al pagamento delle spese dei due gradi di giudizio, liquidate nell’importo complessivo di Euro 12.546,00 per il primo grado e di Euro 11.014,00 per il secondo, oltre accessori, con distrazione in favore del procuratore dell’appellante.

1.1.- La Corte d’appello ha reputato che la L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 2, comma 85, sottragga all’esecuzione forzata le somme ed i crediti dell’IACP derivanti dai canoni di locazione, iscritti nei capitoli di bilancio o in contabilità speciale, destinati a fini istituzionali e che, nella specie, vi fosse (anche) una delibera, avente il n. 157 del 2004, con la quale, come comprovato dal bilancio di previsione approvato per l’anno finanziario 2010, detti crediti e somme erano stati destinati ai servizi e alle finalità dell’istituto nonchè al pagamento di emolumenti e competenze del personale dipendente. Ha altresì reputato applicabile all’IACP L. n. 720 del 1984, art. 1 bis. Ha perciò accolto l’originaria opposizione dell’IACP.

2.- SO.G.E.T. S.p.A. – Società Gestione Entrate e Tributi propone ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.

ARCA JONICA, già I.A.C.P. – Istituto Autonomo per le Case Popolari di Taranto, resiste con controricorso.

L’altro intimato non si difende.

Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1- Col primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 85, ed art. 12 disp. gen., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. La società ricorrente sostiene che la norma non potrebbe essere interpretata come previsione diretta dell’impignorabilità, ex lege, delle somme e dei crediti derivanti all’IACP dai canoni di locazione e dalla alienazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, così come ritenuto dal giudice di merito. Rileva che alla previsione astratta di legge, dovrebbe sempre seguire un provvedimento concreto dell’ente che conferisca una specifica destinazione a determinate somme rivenienti da canoni di locazione.

1.1.- Col terzo motivo si deduce “sull’individuazione della causa petendi della domanda giudiziale introdotta dall’IACP – sull’omessa allegazione della destinazione concretamente impressa ai canoni oggetto di pignoramento”. La ricorrente sostiene che l’opponente IACP avrebbe fondato la propria opposizione soltanto sul presupposto dell’operatività ex lege dell’impignorabilità e che, perciò, sarebbe viziata per ultrapetizione la sentenza di merito nella parte in cui ha accertato e ritenuto sussistente la destinazione in concreto dei canoni di locazione alle finalità contemplate dal legislatore.

2.- I motivi, da trattarsi congiuntamente perchè connessi, non meritano di essere accolti.

Questa Corte si è già pronunciata su fattispecie identiche alla presente, affermando che la L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 2, comma 85, ha introdotto un’ipotesi di impignorabilità, a prescindere dalle modalità con le quali il pignoramento è (o dovrebbe essere) realizzato (vale a dire, a prescindere dall’applicabilità o meno all’IACP delle previsioni della L. 29 ottobre 1984, n. 720, su cui infra).

Considerato che anche la parte ricorrente nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c. ha dato atto dell’interpretazione fatta propria da questa Corte di Cassazione nei precedenti di cui alle sentenze n. 3773 – 3774 – 5266 – 6402 del 2016, è sufficiente qui richiamarne integralmente la motivazione e ribadirne il principio di diritto, espresso nei seguenti termini:

“La norma della L. 23 dicembre 1996, n. 6621, art. 2, comma 85, laddove dispone che le somme ed i crediti derivanti dai canoni di locazione e dall’alienazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica di spettanza degli istituti autonomi case popolari, in quanto destinati a servizi e finalità di istituto, non possono essere sottratti alla loro destinazione se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano, ai sensi dell’art. 828 c.c. – costituisce norma di legge direttamente impositiva di un vincolo di impignorabilità di tali somme e crediti, come tale integrante un caso di limitazione della responsabilità patrimoniale di detti enti, ai sensi dell’art. 2740 c.c., comma 2, occorrendo al fine dell’insorgenza del vincolo soltanto che siano iscritti nei capitoli di bilancio o in contabilità speciale, senza che sia loro impressa alcuna specifica destinazione”.

Il primo motivo di ricorso va perciò rigettato.

3.- Questo rigetto ed il principio di diritto che ne sta a fondamento comportano l’inammissibilità del terzo motivo, attinente all’asserita modifica della causa petendi della domanda, con conseguente proposizione di domanda nuova in appello.

Poichè la L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 85, costituisce diretta attuazione della previsione dell’art. 2740 c.c., comma 2, la verifica in concreto compiuta dal giudice di merito (e sostanzialmente censurata con questo motivo), va reputata irrilevante ai fini dell’accoglimento dell’opposizione dell’IACP (oggi Arca Jonica).

4.- Quanto fin qui detto comporta altresì l’inammissibilità del secondo motivo, col quale si deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 720 del 1984, art. 1 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

La lettura della sentenza impugnata rende palese che la Corte d’Appello ha fondato la propria decisione su due distinte rationes decidendi, reputando la nullità del pignoramento eseguito ai danni dell’IACP presso il terzo conduttore, debitore dei canoni di locazione, sia per l’impignorabilità di questi ultimi, di cui si è detto sopra, sia perchè non eseguito presso il tesoriere dell’Istituto, ai sensi della norma di cui al secondo motivo. A prescindere quindi dalla delibazione delle ragioni su cui il motivo si fonda (che comporterebbero un’approfondita analisi della disciplina positiva, la quale, fin da epoca precedente il pignoramento de quo, esclude gli IACP dal regime della Tesoreria Unica, pur prevedendo un regime peculiare per la contabilità delle Regioni, delle quali sono enti strumentali), esso va reputato inammissibile alla stregua del principio di diritto secondo cui “Qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle “rationes decidendi” rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente finte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa” (così, da ultimo, Cass. n. 2108/12).

5.- Col quarto ed ultimo motivo si deduce violazione del D.M. n. 140 del 2012 e del D.M. n. 55 del 2014. Sproporzione ed illogicità. Con questo si censura la condanna alle spese del doppio grado di merito.

La ricorrente lamenta che la Corte d’appello non abbia tenuto conto che si era trovata a decidere ventisei cause identiche; che non abbia considerato che il valore della causa si sarebbe dovuto ritenere compreso nello scaglione “fino ad Euro 1.100” (avuto riguardo all’importo del credito pignorato); che comunque la condanna è sproporzionata ed illegittima. Chiede pertanto che, anche nel caso di rigetto degli altri motivi, il presente venga accolto con compensazione delle spese dei gradi di merito od, in subordine, con riconduzione della condanna alle spese entro i parametri di legge.

5.1.- La censura è inammissibile per la parte in cui lamenta la mancata compensazione delle spese dei gradi di merito, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., dal momento che, in tema di spese processuali, la facoltà di disporne la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (Cass. S.U. n. 14989/05 e numerose altre). Trattasi di principio applicabile pure dopo le modifiche dell’art. 92 c.p.c., comma 2, perchè l’obbligo di motivazione imposto da questa norma riguarda l’ipotesi in cui la compensazione sia disposta, ma non anche l’ipotesi in cui si segua il principio della soccombenza (che l’art. 91 c.p.c. pone come regola in tema di riparto delle spese di lite, essendo la compensazione dell’art. 92 c.p.c., comma 2 prevista come eccezione). Poichè nella specie il giudice ha osservato l’art. 91 c.p.c., è inammissibile la censura che si basa su norma non applicata, e soltanto discrezionalmente applicabile.

5.2.- Il motivo è fondato per la parte in cui lamenta la violazione dei parametri di liquidazione dei compensi professionali, nei limiti e per le ragioni di cui appresso.

Il giudice di secondo grado, ai fini della liquidazione di diritti ed onorari (per il primo grado) e di compensi (per il secondo grado), ha considerato il valore della controversia pari ad Euro 965.428,98, che è il credito per cui la SO.G.E.T. S.p.A. ha esercitato l’azione esecutiva, per come riconosciuto anche in ricorso.

In proposito non è pertinente la giurisprudenza richiamata dalla difesa della SO.G.E.T. S.p.A., in quanto si tratta di giurisprudenza relativa ai criteri di determinazione del valore della causa di opposizione agli atti esecutivi (Cass. n. 12354/06, n. 15633/10), e non di opposizione all’esecuzione. Quanto a quest’ultima, viene in rilievo l’art. 17 c.p.c., comma 1, per il quale il valore delle cause di opposizione all’esecuzione forzata si determina dal credito per cui si procede. Di regola è questo il valore presunto anche ai fini della liquidazione delle spese processuali.

Occorre tuttavia distinguere a seconda della tariffa ovvero dei parametri da seguire per effettuare la liquidazione.

L’una e gli altri vanno individuati in base al principio di diritto per il quale “In tema di spese processuali, agli effetti del D.M. n. 140 del 2012, art. 41 i nuovi parametri, in base ai quali vanno commisurati i compensi forensi in luogo delle abrogate tariffe professionali, si applicano in lutti i casi in cui la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto purchè, a tale data, la prestazione professionale non sia ancora completata, sicchè non operano con riguardo all’attività svolta in un grado di giudizio conclusosi con sentenza prima dell’entrata in vigore, atteso che, in tal caso, la prestazione professionale deve ritenersi completata sia pure limitatamente a quella fase processuale” (così Cass. n. 2748/16, che ha cassato la sentenza impugnata che aveva ritenuto applicabili indistintamente i parametri forensi di cui al D.M. n. 140 del 2012 sia al giudizio d’appello sia a quello di primo grado, nel momento di conclusione del quale erano tuttavia vigenti le tariffe professionali approvate con D.M. n. 127 del 2004). Il medesimo principio è valido anche in riferimento al disposto del D.M. 55 del 2014, art. 28.

Pertanto, le norme applicabili nel presente giudizio sono le seguenti: per il primo grado, concluso con sentenza pubblicata il 3 maggio 2012, va applicato il D.M. 8 aprile 2004 n. 127, ed in specie l’art. 6 delle Tariffe allegate che prevede che “Nella liquidazione degli onorari a carico del soccombente il valore della causa è determinato a norma del codice di procedura civile… omissis… Nella liquidazione degli onorari a carico del cliente, può aversi riguardo al valore effettivo della controversia, quando esso risulti manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile”; per il secondo grado di giudizio, concluso con sentenza pubblicata il 19 febbraio 2015, va applicato il D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ed in specie l’art. 5 che, con norma in pane differente da quella di cui sopra, prevede che “Nella liquidazione dei compensi a carico del soccombente, il valore della causa – salvo quanto diversamente disposto dal presente comma – è determinato a norma del codice di procedura civile….Omissis… In ogni caso si ha riguardo al valore effettivo della controversia, anche in relazione agli interessi perseguiti dalle parti. quando risulta manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile o alla legislazione speciale”.

La diversità letterale delle due disposizioni evidenzia la diversa rilevanza del valore presunto a norma del codice di procedura civile, a seconda che trovino applicazione le tariffe di cui al D.M. n. 127 del 2004 ovvero i parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014.

Le prime non consentono infatti, nei confronti del soccombente in giudizio, alcuna deroga rispetto al valore presunto a norma del codice di procedura civile, consentita invece per le liquidazioni da valere nei confronti del cliente. Il D.M. del 2014 non solo consente, ma anzi impone (per come è fatto palese dall’incipit “in ogni caso si ha riguardo…”) di tenere conto del valore effettivo della controversia quando risulta “manifestamente diverso” da quello presunto ed individua come uno dei possibili parametri di tale diversità gli “interessi perseguiti dalle parti”.

Ritiene il Collegio che la norma risponda alla censura della ricorrente laddove lamenta che il valore tenuto presente dal giudice per la liquidazione dei compensi sia di gran lunga superiore al valore effettivo della controversia, per come è reso palese dal fatto che, per tentare di conseguire la soddisfazione delle proprie ragioni creditorie, la SO.G.E.T. si è vista costretta ad instaurare – per quanto detto in ricorso, senza smentita nel controricorso – (almeno) ventisei procedure esecutive con pignoramento di crediti periodici e di importi non superiori ad Euro 1.100,00 mensili.

In applicazione del D.M. n. 55 del 2014, art. 5 si ritiene che il valore effettivo della controversia in appello avrebbe dovuto essere commisurato a quest’ultimo importo, facendo riferimento allo scaglione corrispondente.

La sentenza impugnata va perciò cassata limitatamente alla liquidazione delle spese del grado di appello.

5.3.- Poichè non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, questa Corte, decidendo nel merito, provvede alla liquidazione, attenendosi allo scaglione di riferimento fino ad Euro 1.100,00 ed ai valori minimi, ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 1. Le competenze risultano pari ad Euro 355,00, cui vanno aggiunte le spese vive pari ad Euro 2.250,00, e gli accessori come da dispositivo.

6.- La novità della questione di merito posta dal ricorso rende di giustizia la compensazione delle spese del giudizio di legittimità.

Avuto riguardo all’accoglimento del quarto motivo di ricorso, non sussistono i presupposti per l’applicabilità D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

La Corte rigetta i primi tre motivi di ricorso; accoglie il quarto, cassa la sentenza impugnata limitatamente alla liquidazione delle spese del secondo grado di giudizio e, decidendo nel merito, condanna SO.G.E.T. S.p.A. al pagamento dei compensi per tale grado, liquidati complessivamente in Euro 355,00, oltre spese vive per 2.250,00, spese generali, IVA e CPA come per legge, da distrarsi in favore del procuratore di ARCA Jonica.

Compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 13 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2016

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