Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19739 del 25/07/2018


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Civile Sent. Sez. 1 Num. 19739 Anno 2018
Presidente: CAMPANILE PIETRO
Relatore: DI MARZIO MAURO
Data pubblicazione: 25/07/2018

SENTENZA

sul ricorso 22687/2015 proposto da:
G.B.S. S.p.a. in liquidazione e concordato preventivo, in persona del
liquidatore e del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata

in

Roma,

Via

A.

Depretis n.86,

presso

lo

studio

dell’avvocato Cavasola Pietro (Studio Adonino-Ascoli & CavasolaScamoni), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
Guidotti Rolandino, giusta procura in calce al ricorso;
– ricorrente contro
1

Montanari Giuseppe, Montanari Angela, elettivamente domiciliati in
Roma, Via Luigi Calamatta n.16, presso lo studio dell’avvocato Meliti
Marco, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato Sovieni
Anselmo, giusta procura in calce al controricorso;
– controricorrenti avverso

la

sentenza

n.

182/2015 della

CORTE

D’APPELLO

di

BOLOGNA, depositata il 29/01/2015;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
24/04/2018 dal cons. DI MARZIO MAURO;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale DE
AUGUSTINIS UMBERTO che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato Leonarda Siliato, con delega orale
dell’avv. Cavasola, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito, per i controricorrenti, l’Avvocato Anselmo Sovieni che ha
chiesto il rigetto.

FATTI DI CAUSA
l. –

Benassi Gloriana ha impugnato dinanzi al Tribunale di Modena la

delibera adottata dall’assemblea straordinaria del 20 settembre 2000
di azzeramento e ricostituzione del capitale sociale di G.B.S. S.p.A. e
trasformazione della società per azioni in società a responsabilità
limitata.
A fondamento della domanda l’attrice, cui sono succeduti per causa di
morte nel corso del giudizio di primo grado gli eredi Montanari
Giuseppe e Montanari Angela, ha dedotto la nullità o l’annullamento
della delibera per illiceità dell’oggetto, violazione degli articoli 2446 e
2447 c.c. e abuso di potere della maggioranza.
2

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2. –

G.B.S. S.r.l., ha resistito alla domanda, formulando anzitutto

eccezione

di

arbitrato,

e

spiegato

riconvenzionale

volta

alla

dichiarazione di nullità del voto espresso dalla Benassi, essendo
quest’ultima nuda proprietaria delle azioni, oltre al risarcimento del
danno.

3. –

Con sentenza del 30 novembre 2009 il Tribunale di Modena ha

rigettato la domanda attrice e la riconvenzionale, regolando le spese
di lite.

4. –

Proposto appello principale dai Montanari ed incidentale dalla

società, medio tempore collocata in liquidazione ed in concordato
preventivo, la Corte d’appello di Bologna, con sentenza del 29
gennaio 2015, ha accolto parzialmente il primo e respinto il secondo,
dichiarando la nullità della delibera dell’assemblea straordinaria di
G.B.S. S.p.A. del 20 settembre 2000 e regolando le spese.
Ha osservato la Corte territoriale:
-) che la collocazione della società in concordato preventivo con
cessione dei beni non influiva sul giudizio in atto, né sull’interesse ad
agire degli appellanti, non avendo comportato il venir meno della
società

e

quindi

dell’ipotetico

valore

della

partecipazione,

specialmente in caso di esito positivo della procedura col ritorno in

bonis,

neppure essendo stati dedotti o dimostrati

riflessi della

controversia idonei ad influire sul riparto dell’attivo, tali da rendere
necessaria la chiamata in causa del liquidatore;
-) che, come già affermato dal Tribunale, doveva essere disattesa
l’eccezione di arbitrato, essendo stata dedotta la violazione di norme
poste a tutela dell’interesse collettivo dei soci e dei terzi, quali gli
3

articoli

2446 e 2447 c.c.,

ed avendo pertanto ad

oggetto la

controversia diritti non compromettibili;
-) che, vertendosi in materia di violazione di norme inderogabili poste
a tutela degli interessi collettivi dei soci e dei terzi, la legittimazione
ad agire competesse a qualunque interessato, ivi compresa la nuda
proprietaria, ai sensi degli articoli 1421 c.c. e 2379 c.c. nel testo
applicabile;
-) che legittimamente la Benassi, quantunque nuda proprietaria delle
azioni, avesse espresso il suo voto in assemblea, tale da non poter
essere

invalidato,

giacché

effettivamente concessa

la

facoltà

o comunque

di

voto

era

stata

le

era

ratificata

stata
dagli

usufruttuari espressamente o per fatti concludenti, sia attraverso il
possesso delle azioni, sia attraverso una dichiarazione in tal senso di
un usufruttuario, non contrastata dall’altro, sia attraverso la mancata
impugnazione da parte degli usufruttuari della delibera adottata con il
voto della medesima;
-) che dai documenti prodotti emergevano le plurime violazioni delle
regole stabilite nell’articolo 2446 c.c., dal momento che: a) non erano
state redatte le relazioni di amministratori e sindaci,

ma solo

richiamate quelle dell’assemblea del 13 luglio 2000, relative al
bilancio del 1999, sicché detta relazione non poteva essere stata
messa a disposizione dei soci almeno otto giorni prima; b) non era
stata redatta una vera e propria regolare «situazione patrimoniale»
della società, da compilarsi secondo gli stessi criteri del bilancio di
esercizio, e quindi comprendente anche il conto economico, essendo
stato soltanto allegato uno stato patrimoniale al 30 luglio 2000 in cui
non erano presenti i ratei e accantonamenti di periodo nel conto
economico;

c)

vi

erano

notevoli

4

discrepanze

tra

detto

stato

patrimoniale e la «situazione patrimoniale assestata» depositata in
sede di omologa;
-) che le suddette violazioni formali e sostanziali configuravano vizi di
nullità della delibera, sicché erano «inconferenti» le considerazioni
svolte nella sentenza impugnata sulla mera annullabilità di essa per
vizi procedurali, così come le deduzioni della società appellata in
merito alla sanatoria di cui all’articolo 2377 c.c. in forza di successive
delibere regolari.

5. –

Per la cassazione della sentenza G.B.S. S.p.A. in liquidazione ed

in concordato preventivo ha proposto ricorso per cinque motivi.
Montanari

Giuseppe

e

Montanari

Angela

hanno

resistito

con

controricorso.
Entrambe le parti hanno deposito memoria.

RAGIONI DELLA DECISIONE
l. –

Il ricorso contiene cinque motivi.

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o

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N

1.1. –

Il primo motivo denuncia: «Violazione e/o falsa applicazione

degli articoli 2377, 2379, 2446, 2447 c.c. e 816 c.p.c. ovvero carenza
di giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria», censurando la
sentenza impugnata per aver disatteso l’eccezione di arbitrato
formulata da essa società, dal momento che, contrariamente a
quanto ritenuto dalla Corte territoriale, la controversia tra le parti
aveva ad oggetto diritti disponibili.

1.2. – Il secondo motivo denuncia: «Violazione ejo falsa applicazione
degli articoli 2377, 2379, 2446, 2447 c.c. e 81 c.p.c. ovvero carenza
di legittimazione attiva di Gloriana Benassi (e dei suoi eredi}»,

5

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o

u

censurando

la

sentenza

impugnata

per

aver

riconosciuto

la

legittimazione della originaria attrice all’impugnazione della delibera,
quantunque ella fosse titolare della sola nuda proprietà delle azioni,
delle quali altri erano usufruttuari, perché non si versava in ipotesi di
azione

di

nullità

in

quanto

i vizi

dedotti

dalla

Benassi

«non

costituiscono vizi sanziona bili con la nullità» (così a pagina 22 del
ricorso).

1.3. –

Il terzo motivo denuncia: «Violazione e/o falsa applicazione

degli articoli 81 c.p.c. ovvero carenza di legittimazione attiva di
Gloriana Benassi (e dei suoi eredi); omesso esame circa un fatto
decisivo per il giudizio (articolo 360, comma primo, numero 5
c.p.c.)», censurando la sentenza impugnata per aver riconosciuto la
legittimazione attiva della Benassi avendo la stessa esercitato in
assemblea il diritto di voto.

1.4. –

Il quarto motivo denuncia: «Violazione/o falsa applicazione

degli articoli 100 c.p.c.; nullità della sentenza ovvero carenza di
interesse ad agire di Gloriana Ben assi (e dei suoi eredi)», censurando
in

due distinti

impugnata

nella

paragrafi
parte

(pagine
in

cui

29-30 e 30-31)

aveva

affermato

la

la

sentenza

persistenza

dell’interesse degli eredi dell’originaria attrice nonostante: a) la
collocazione della società in concordato preventivo; b) la sanatoria
della delibera impugnata ai sensi dell’articolo 2377 c.c ..

1.5. –

Il quinto motivo denuncia: «Violazione e/o falsa applicazione

degli articoli 2377, 2379, 2446 e 2447 c.c. ovvero la legittimità della
delibera; omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio (articolo
360, comma primo, numero 5 c.p.c.)», censurando la sentenza

6

impugnata per aver ritenuto la nullità della delibera in contestazione
sia in dipendenza del mancato deposito dello stato patrimoniale prima
dell’assemblea (pagina 33 del ricorso), sia in dipendenza della falsa
rappresentazione della situazione economica posta alla base alla
stessa delibera (pagina 34-36), sia in dipendenza della difformità
delle situazioni patrimoniali risultanti dalla documentazione resa
disponibile prima e dopo l’assemblea.

2. – Il ricorso va respinto.

2.1. – Il primo motivo è inammissibile.

2.1.1.

Risulta

dal

ricorso

ed

è confermato dalla sentenza

impugnata che la società originariamente convenuta in giudizio ha in
primo grado formulato eccezione di arbitrato, eccezione che, come
riferisce la Corte d’appello, il Tribunale ha espressamente respinto,
ponendo

l’accento sulla

«non

compromettibilità

in

arbitri delle

impugnazioni delle delibere assembleari … per il coinvolgimento
dell’interesse della società al suo regolare funzionamento, tutelato
dalla legge come tale».
A fronte dell’espressa reiezione di detta eccezione, la società ha
proposto –

com’era onerata di fare, non essendo sufficiente la mera

riproposizione ex articolo 346 c.p.c. –

appello incidentale che, come

si è visto in espositiva, la Corte territoriale ha respinto. Va da sé, per
un verso, che è priva di senso –

ed era perciò stesso inammissibile

l’impugnazione rivolta contro la sentenza impugnata «per non aver

accolto l’eccezione di arbitrato», giacché il giudice d’appello non era
chiamato a pronunciare su detta eccezione, ma sul motivo d’appello,
e,

per altro verso,

che

la

censura
7

è inammissibile anche se

considerata quale denuncia della mancata pronuncia sul motivo
d’appello, poiché, in tal caso, è necessario riportare il contenuto della
censura nel ricorso per cassazione (Cass. 20 agosto 2015, n. 17049),
il che nel caso di specie non è stato fatto, dal momento che il
contenuto

del

motivo

spiegato

in

appello

non

si

desume

dall’espositiva del ricorso per cassazione, dal quale (a pagina 9)
risultano soltanto le conclusioni prese, né dal contesto del primo
motivo di ricorso per cassazione, che si prolunga da pagina 11 a
pagina 21 dello stesso ricorso senza menzionare il contenuto del
motivo d’appello.

2.1.2. – Ciò esime dall’osservare che il motivo è altresì inammissibile
giacché

essenzialmente

condotto

in

relazione

alla

nozione

di

«disponibilità del diritto» cui si riferisce al testo attuale dell’articolo
806 c.p.c., sebbene nel caso di specie trovi applicazione ratione

temporis il testo previgente, che ammetteva la compromettibilità in
arbitri

delle

controversie

che

potessero

formare

«oggetto

di

transazione»: ed in relazione a tale formulazione l’inammissibilità
discende dall’applicazione dell’articolo 360 bis c.p.c., giacché la
soluzione

adottata

dalla

Corte

territoriale

è

conforme

alla

giurisprudenza di questa Corte secondo cui non sono suscettibili di
essere compromesse in arbitri le controversie che hanno ad oggetto
interessi della società o che concernono violazione di norme poste a
tutela dell’interesse collettivo dei soci o dei terzi, quali quelle che
prescrivono la precisione e la chiarezza dei bilanci e più in generale
contemplano l’obbligo di consentire ai soci il controllo della gestione
sociale

(Cass.

n.

1739/1988;

Cass.

n.

3322/1998;

Cass.

n.

3772/2005; Cass. n. 11658/2007; e v. pure Cass. n. 18671/2012,
resa in sede di regolamento di competenza, peraltro in caso di
8

applicabilità dell’articolo 819 ter c.p.c.), norme tra le quali può
senz’altro annoverarsi l’art. 2446 c.c., nel testo all’epoca vigente,
laddove prescriveva che all’assemblea dovesse essere sottoposta una
relazione

sulla

situazione

patrimoniale

della

società,

con

le

osservazioni del collegio sindacale, da depositarsi nella sede della
società durante gli otto giorni precedenti l’assemblea, trattandosi di
atto necessario al controllo della gestione sociale.

2.2. –

Il secondo motivo è infondato, giacché confonde il piano della

legittimazione ad agire con quello della fondatezza della pretesa fatta
valere: e, cioè, sostiene che la Benassi, quale nuda proprietaria delle
azioni, non fosse legittimata ad agire non essendo in effetti nulla la
delibera assembleare adottata.
Ma, la legitimatio ad causam, attiva e passiva, consiste nella titolarità
del potere e del dovere di promuovere o subire un giudizio in ordine
al rapporto sostanziale dedotto in causa, mediante la deduzione di
fatti in astratto idonei a fondare il diritto azionato, secondo la
prospettazione dell’attore, prescindendo dall’effettiva titolarità del
rapporto dedotto in causa, con conseguente dovere del giudice di
verificarne l’esistenza in ogni stato e grado del procedimento (Cass.
30 maggio 2008, n. 14468; Cass. 8 ottobre 2008, n. 24791; Cass. 10
maggio 2010, n. 11284; Cass. 27 giugno 2011, n. 14177): di guisa
che,

nel

caso

di

specie,

la

legittimazione

della

Benassi

va

commisurata alla domanda introdotta, con la quale ella ha dedotto la
nullità della delibera con conseguente sua legittimazione a farla
valere, avendovi interesse, sia ai sensi della disposizione generale
sancita dall’articolo 1421 c.c., sia di quella di cui all’articolo 2379 c.c ..
Altra cosa, viceversa, è se la delibera fosse effettivamente nulla,
come ha ritenuto la Corte d’appello, oppure no.
9

Sicché,

nei

termini

indicati,

la

Corte

territoriale

ha

senz’altro

correttamente ritenuto la sussistenza della legittimazione attiva della
Benassi e quindi dei suoi eredi

2.3. – Il terzo motivo è assorbito.
C)

2.4. – Il quarto motivo è inammissibile.
Esso si articola in due distinti profili, volti a denunciare l’errore
commesso dalla Corte d’appello nell’aver ritenuto la persistenza
dell’interesse all’impugnazione in capo agli eredi della
nonostante:

a)

la

società

fosse

stata

ammessa

al

Benassi,

concordato

preventivo; b) la delibera giudicata nulla fosse stata sostituita da

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altra successiva delibera valida.

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2.4.1. – Sotto il primo profilo la doglianza è inammissibile.
La Corte territoriale ha in proposito osservato che il concordato

C)

preventivo della società non incideva sull’interesse ad agire degli

o

appellanti

«non

essendo

venuto

meno

il

soggetto

“società”

specialmente in caso di esito positivo della procedura e ritorno in
bonis».
A fronte di tale motivazione la società ricorrente ha replicato
limitandosi ad osservare che «/e pretese violazioni non possono più
ripercuotersi,

nemmeno

potenzialmente,

sul

valore

della

partecipazione degli attori in G.B.S. S.p.A .. Necessariamente, quindi,
l’interesse ad agire degli attori risulta, ad oggi, assente».

Ciò detto, occorre rammentare che in tema di ricorso per cassazione,
il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo
lo schema normativa con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della
o

delle

ragioni

per

le

quali,

secondo

lO

chi

esercita

il

diritto

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d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, in
quanto per denunciare un errore bisogna identificarlo e, quindi,
fornirne la rappresentazione, l’esercizio del diritto d’impugnazione di
una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo
soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una
critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica

C)
~

indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere
enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni
che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi,
dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per
inidoneità al raggiungimento dello scopo; che, in riferimento al ricorso
per cassazione, tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un «non
motivo», è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi
dell’art. 366 n. 4 c.p.c. (Cass. 11 gennaio 2005, n. 359; Cass . 12
marzo 2005, n. 5454; Cass. 29 aprile 2005, n. 8975; Cass. 22 luglio
2005, n. 15393; Cass. 24 gennaio 2006, n. 1315; Cass. 14 marzo
2006, n. 5444; Cass. 17 marzo 2006, n. 5895; Cass. 31 marzo 2006,
n. 7607; Cass. 6 febbraio 2007, n. 2540; Cass. 28 agosto 2007, n.
18210; Cass. 28 agosto 2007, n. 18209; Cass. 31 agosto 2015, n.
17330).
Orbene, nel caso in esame le ipotetiche ragioni in forza delle quali la
statuizione censurata sarebbe erronea non sono in alcun modo
esplicitate:
contrastare

al

contrario,

la

contrapponendovi

la

motivazione

società
addotta

un’affermazione

del

ricorrente
dalla
tutto

si

è limitata a

Corte
priva

territoriale
di

qualsiasi

apparato argomentativo spiegato a sostegno di essa. In altri termini,
dalla formulazione della doglianza non è dato comprendere per quale
ragione la procedura di concordato preventivo impedirebbe alla
11

ro

deliberazione nulla di ripercuotersi sul valore della partecipazione
della Benassi e, per essa, dei suoi eredi.
Di qui l’inammissibilità della censura.

2.4.2.

Sotto

il

secondo

profilo

la

doglianza

è

parimenti

inammissibile.

(j)
~

La ricorrente ha lamentato che la Corte territoriale, nel definire
«inconferenti»,

senza

ulteriori

chiarimenti

o

specificazioni,

~

gli

argomenti da essa svolti in ordine alla avvenuta «sanatoria» della
delibera colpita da nullità, avrebbe in effetti totalmente omesso di
motivare, dando così luogo ad un vizio di nullità della sentenza
riconducibile alla previsione del numero 4 dell ‘articolo 360 c.p.c., non
avendo d’altronde considerato, sotto il profilo della persistenza
dell’interesse ad agire, che tale delibera «deve ritenersi “superata”
dalla delibera del 13 luglio 2001 che ha approvato il bilancio al 31
dicembre 2000 e la relativa situazione patrimoniale (doc. nn. 11-1213 fascicolo di primo grado) confermando così la correttezza della
delibera impugnata. Ovviamente lo stesso ragionamento si deve fare
anche per i bilanci del decennio successivo».
Ora, il motivo così formulato non è autosufficiente, ed è come tale
anch’esso aspecifico.
Questa Corte ha difatti chiarito che il principio di autosufficienza del

·~

“‘C
(j)

ricorso è «da intendere come un corollario del requisito della

~

specificità dei motivi di impugnazione, ora tradotto nelle più definite e

u

puntuali disposizioni contenute negli artt. 366, comma 1°, n. 6, e
369, comma 2°, n. 4, c.p.c.» (Cass., Sez. Un., 22 maggio 2012, n.
8077).

Perciò il ricorso per cassazione deve contenere in sé tutti gli elementi
necessari ad integrare le rag ioni per cui si chiede la cassazione della
12

o

sentenza di merito e, altresì, a permettere la valutazione della
fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere
a fonti esterne allo stesso ricorso. Perché ogni motivo si reputi
ritualmente formulato, occorre dunque rendere intellegibile ogni
passaggio della censura proposta, ivi compreso il riferimento a
documenti e atti esterni, che, pertanto, devono essere riportati per le
parti rilevanti nel ricorso e dei quali vanno indicati il tempo ed il luogo
di ingresso nel processo.
Nel caso in esame, dunque, è agevole osservare che la formulazione
del motivo non indica specificamente quale fosse il contenuto delle
delibere sostitutive.

2.5. -Il quinto motivo è inammissibile.
Esso è stato svolto ai sensi del numero 5 del vigente articolo 360
c.p.c., valevole per i ricorsi contro sentenze depositate dall’11
settembre 2012, norma che introduce nell’ordinamento il vizio di
omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui
esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che
abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere
decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito
diverso della controversia.
Nel caso in esame, viceversa, il motivo non ha nulla a che vedere con
la previsione in discorso, giacché, lungi dal puntare su un preciso
fatto storico non considerato dal giudice di merito, sollecita una
complessiva riconsiderazione del ragionamento svolto dalla Corte
d’appello nel ritenere che la mancanza della relazione sulla situazione
patrimoniale

della

società,

prevista

dall’articolo

2446

c.c.,

determinasse la nullità della delibera senza considerare che la norma
«prescrive la necessità di sottoporre all’assemblea una relazione sulla
13

situazione patrimoniale della società un documento alternativamente
valido quale può essere l’ultimo bilancio», non dispone «alcun
termine temporale in merito al grado di aggiornamento della
relazione/documentazione

da

sottoporre

all’assemblea».

Considerazioni, queste, estranee, come si diceva, all’ambito del le
censure spendibili in forza dell’articolo 360, numero 5, c.p.c.
3. – In definitiva, il ricorso è respinto.

4. –

Le spese seguono la soccombenza. Sussistono i presupposti per

il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso, in favore dei
controricorrenti,

delle

spese

sostenute

per

questo

giudizio di

legittimità, liquidate in complessivi € 7.200,00, di cui € 200,00 per
esborsi ed il resto per compenso, oltre alle spese forfettarie nella
misura del 15°/o ed agli accessori di legge; ai sensi del d .P .R. n. 115
del 2002, articolo 13, comma l quater, dichiara che sussistono i
presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente,
dell’u lteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello
dovuto per il ricorso a norma dello stesso articolo 10, comma l bis.
Così deciso in Roma,ft\ 24 aprile 2018.

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