Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19703 del 25/07/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 19703 Anno 2018
Presidente: DORONZO ADRIANA
Relatore: GHINOY PAOLA

ORDINANZA
sul ricorso 20855-2016 proposto da:
MINISTERO DELLA SALUTE 96047640584, in persona del
Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende ape legis;
– ricorrente contro

BRUNETTI FRANCESCO;
– intimato –

avverso la sentenza n. 276/2016 della CORTE D’APPELLO di
FIRENZE, depositata 11 17/03/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio
non partecipata del 24/05/2018 dal Consigliere Dott. PAOLA
GHINOY.
Rilevato che:

Data pubblicazione: 25/07/2018

(9/,

1. il Tribunale di Pistoia rigettava la domanda di Romana
Ruffini contro il Ministero della Salute volta ad ottenere le
prestazioni previste dalla legge n. 210 del 1992, a causa
dell’intervenuta prescrizione decennale, in quanto la domanda
d’ indennizzo per la patologia epatica era stata presentata nel

2. Romana Ruffini proponeva appello, che all’esito del suo
decesso veniva proseguito dall’erede Francesco Brunetti; la
Corte d’ Appello di Firenze, in riforma la sentenza di primo
grado, riteneva che il termine prescrizionale decennale, così
come quello decadenziale triennale previsto dall’art. 3 comma
1 della I. n. 210, debbano farsi decorrere non già dalla diagnosi
di positività al virus HCV, bensì dalla consapevolezza
dell’insorgenza della malattia in quanto riconducibile ad uno
degli eventi in relazione ai quali l’indennizzo viene assicurato
dal legislatore, che risultava nel caso essere stato accertato in
termini di cirrosi epatica solo all’esito del ricovero ospedaliero
del novembre 2005; condannava quindi il Ministero della
Salute al pagamento dei ratei dell’indennizzo di cui all’art. 2,
commi 1 e 2, della legge n. 210 del 1992 ;
3. il Ministero della Salute ha proposto ricorso per la
cassazione della sentenza, affidato a due motivi;
4. Francesco Brunetti è rimasto intimato.
Co75id2rato che:
1. con il primo motivo di ricorso viene denunciata- ex art.

360, comma 1, n.3 c.p.c.- la violazione e/o falsa applicazione
dell’art. 3, comma 1, della legge n.210 del 1992, e degli artt.
115 e 116 c.p.c., relativamente all’omessa ed erronea
ricognizione delle risultanze istruttorie acquisite agli atti in
merito alla decorrenza della conoscenza del danno e della sua
irreversibilità. Il Ministero rileva che dalla scheda informativa
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2008, mentre la malattia era stata rilevata sin dal 1994;

dei dati relativi alla trasfusione emerge che la signora Ruffini
aveva indicato quale data di diagnosi di epatopatia irreversibile
quella del 1998; nella stessa domanda amministrativa aveva
inoltre ammesso di essere stata informata sin dal 1994, epoca
di rilevamento della positività all’ HCV, della- sua derivazione

(ingrossamento del fegato e della milza e comparsa di un
processo citolitico) erano rilevabili sin da epoca anteriore al
2005, come risulterebbe da una TAC addome del marzo 2005,
valorizzata dal c.t.u. di primo grado.
2. Con il secondo motivo di ricorso viene denunciata la
nullità della sentenza per extrapetizione, ai sensi dell’art. 112
c.p.c., nella parte in cui la Corte territoriale ha condannato il
Ministero della Salute al pagamento del trattamento di
reversibilità dell’indennizzo ex lege n.210 del 1992 in favore
del figlio dell’ originaria ricorrente, deceduta in corso di causa,
pur in difetto di proposizione della relativa domanda.
3. Il primo motivo non è fondato laddove sostiene che la
Corte di merito sia incorsa in violazione di legge.
A norma della L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1 nel
testo modificato dalla L. n. 238 del 1997, art. 1, comma 9 la
domanda amministrativa per ottenere l’indennizzo deve essere
presentata “nel termine di tre anni nel caso di vaccinazioni o di
epatiti post-trasfusionali (…) dal momento in cui, sulla base
delle documentazioni di cui ai commi 2 e 3, l’avente diritto
risulti aver avuto conoscenza del danno”;
4.

la Corte Costituzionale, nel ritenere legittima la

disposizione che ha introdotto il termine di decadenza anche
con riguardo alle patologie contratte in esito a trasfusioni, ha
chiarito che il termine di tre anni fissato dalla norma e
decorrente “dal momento dell’acquisita conoscenza dell’esito
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dalle trasfusioni. Inoltre, le manifestazioni cliniche del danno

dannoso dell’intervento terapeutico” non è talmente breve da
frustrare la possibilità di esercizio del diritto alla prestazione e
vanificare la previsione dell’indennizzo (cfr. Corte Cost. n. 342
del 2006);
5. per la decorrenza del termine triennale, si richiede la

causalmente alla vaccinazione (o alla trasfusione), dalla quale sia derivato un danno irreversibile che possa essere inquadrato
– pur alla stregua di un mero canone di equivalenza e non già
secondo un criterio di rigida corrispondenza tabellare – in una
delle infermità classificate in una delle otto categorie di cui alla
tabella 13 annessa al testo unico approvato con D.P.R. 23
dicembre 1978, n. 915, come sostituita dalla tabella A allegata
al D.P.R. 30 dicembre 1981, n. 834 (cfr. Cass. S.U. nn. 8064 e
8065 del 2010, Cass. n. 22706 del 2010; Cass. n. 19811 del
2013, Cass. n. 2684 del 2017);
6. in definitiva, per la decorrenza del termine triennale di
decadenza non è sufficiente .la consapevolezza della
contrazione o della cronicizzazione dell’epatopatia posttrasfusionale, in quanto deve coesistere la conoscenza o
conoscibilità dei presupposti per l’indennizzo, e quindi anche la
consapevolezza, da parte di chi chiede l’indennizzo, del
superamento della soglia di indennizzabilità (Cass.S.U. nn.8064
e 3065 del 2010 cit., Cass. n. 337 del 2006 3, da ultimo, Cass.

n. 12019 del 2016);
7. il primo motivo di ricorso è poi inammissibile, laddove
formula una critica alla c.t.u. recepita dalla Corte di merito, che

ha accertato che le risultanze degli esami precedenti al
ricovero del 2005 non avevano diagnosticato con certezza il
danno epatico, né esso aveva determinato la necessità di

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consapevolezza dell’esistenza di uria patologia ascrivibile

ricoveri, e che l’ultima ecoaddome del 2005 non rivelava
alterazioni epatiche funzionali.
Soccorre quindi la giurisprudenza di questa Corte, secondo
la quale “il vizio, denunciabile in sede di legittimità, della
sentenza che _abbia prestato adesione alle conclusioni del

devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui
fonte va indicata, o nell’omissione degli accertamenti
strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può
prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi,
mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero
dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica
del convincimento del giudice” (v. da ultimo Cass. n. 24959 del
23/10/2017 e precedenti conformi). Il ricorrente chiede,
sostanzialmente, un riesame nel merito delle valutazioni fatte
dal giudice nell’aderire alla consulenza tecnica fatta in secondo
grado, inammissibile in questa sede.
8. In relazione al secondo motivo, occorre rilevare che nel
dispositivo la Corte di merito ha riconosciuto “all’appellante,
nella qualità di erede di Romana Ruffini, i ratei dell’indennizzo
di cui all’ art. 2, commi 1 e 2 della legge n. 210 del 1992, già
spettanti alla dante causa, dal primo giorno del mese
successivo alla domanda amministrativa e sino alla sua morte,
maggiorati con gli interessi legali..” . La statuizione si correda
con la motivazione, nella parte in cui la Corte ha precisato che
l’erede dell’appellante si era costituito rappresentandone la
sopravvenuta morte ed aveva concluso per l’ “accoglimento
delle medesime domande già formulate in primo grado dalla
madre”.
9.

Deve quindi concludersi che non vi è stata alcuna

ultrapetizione, essendo esattamente perimetrata la decisione
Ric. 2016 n. 20855 sez. ML – ud. 24-05-2018
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consulente tecnico d’ufficio, è ravvisabile in caso di palese

nei limiti della domanda amministrativa e di quella
conseguentemente formulata in sede giudiziaria, con il
riconoscimento di quanto spettante al Brunetti iure hereditatis

causa, rappresentando l’ inciso sul trattamento di reversibilità
contenuto a pg. 6 della motivazione, valorizzato dal Ministero a

contenuto decisionale.
10. Per tali motivi, condividendo il Collegio la proposta del
relatore, il ricorso, manifestamente infondato, va rigettato con
ordinanza in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 375, comma
1, n. 5, cod. proc. civ..
11. Non vi è luogo a pronuncia sulle 2,pese, in assenza di
attività difensiva dell’intimato, né sussistono i presupposti per
il raddoppio del contributo unificato ai sensi

dell’art. 13

comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1,
comma 17 della I. n. 228 del 2012, operando per le
Amministrazioni dello Stato il meccanismo della prenotazione a
debito ( Cass. S.U. n. 9938/2014; Cass. n. 1778/2016).
P.Q.M.
Rigetta il ricorso. Nulla per le spese.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.lgs. n. 115 del
2002 dà atto dell’ insussistenza dei presupposti per il
versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a
titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a

norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del
24.5.2018
Adriana Doronzo, Presidente

fondamento del motivo, una mera considerazione priva di

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