Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19686 del 03/10/2016


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Cassazione civile sez. I, 03/10/2016, (ud. 12/01/2016, dep. 03/10/2016), n.19686

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVAGO Salvatore – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20617-2010 proposto da:

C.M., (c.f. (OMISSIS)), domiciliata in ROMA, VIA FLAMINIA 71,

presso l’avvocato ANTONIO ACETO, che la rappresenta e difende,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

TERNA – RETE ELETTRICA NAZIONALE S.P.A. (P.I./C.F. (OMISSIS)), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA F. DENZA 15, presso l’avvocato STEFANO

MASTROLILLI, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati

MAURIZIO CARBONE, FILOMENA PASSEGGIO, GIANCARLO BRUNO, giusta

procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1960/2009 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 12/06/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/01/2016 dal Consigliere Dott. MAURO DI MARZIO;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato MAURIZIO CARBONE che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DEL CORE Sergio, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

p. 1. – Con atto di citazione notificato il 26 maggio 1994 C.M. ha convenuto in giudizio Enel S.p.A. dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e ne ha chiesto condanna al risarcimento dei danni subiti per la realizzazione dell’elettrodotto 380 kW (OMISSIS) su fondi di sua proprietà in territorio del Comune di (OMISSIS).

Enel S.p.A. ha resistito alla domanda formulando eccezione di difetto di giurisdizione e di incompetenza del giudice adito e contestandone il merito, ed ha comunque proposto in via riconvenzionale domanda di costituzione coattiva della servitù.

p. 2. – Con sentenza del 10 agosto 2004 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ritenuta la contumacia di Enel S.p.A., ha dichiarato l’inefficacia del decreto di asservimento del Prefetto della Provincia di Caserta n. 3822 del 4 dicembre 1995 e, per l’effetto, l’illegittimità della costruzione dell’elettrodotto, con condanna di Enel S.p.A. a pagare alla C. le somme alla medesima conseguentemente dovute.

p. 3. – Terna Spa, in proprio e quale procuratore di Enel S.p.A., ha proposto appello con cui ha lamentato l’erroneità della declaratoria di contumacia, l’erroneità della ritenuta competenza da parte del primo giudice, l’erroneità della pronuncia di inefficacia del decreto di asservimento, l’eccessiva liquidazione del danno, il tutto con riproposizione della riconvenzionale di costituzione coattiva della servitù già spiegata in primo grado.

p. 4. – La Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 12 giugno 2009, numero 1960, ha accolto parzialmente l’appello e determinato l’indennità di occupazione temporanea in Euro 436,41 e l’indennità di asservimento in 700,88, oltre al risarcimento del danno da occupazione illegittima in Euro 1005,16, con accessori, regolando altresì le spese di lite. La sentenza impugnata, per quanto rileva:

1) ha ritenuto (pagina 26) che il decreto di asservimento del Prefetto di Caserta del 4 dicembre 1995 numero 3822 fosse pienamente legittimo, giacchè adottato in pendenza di una perdurante dichiarazione di pubblica utilità conseguente al decreto di autorizzazione definitiva numero 214. Ma emesso dal Ministro dei Lavori Pubblici in data 16 gennaio 1989, nonchè di successive proroghe. Di qui la Corte napoletana ha ritenuto di essere investita di competenza in unico grado ai sensi della L. n. 865 del 1971, artt. 19 e 20;

2) ha affermato che la C. non avesse diritto ad alcuna somma per l’asserito deprezzamento dei residui 6015 mq, non colpiti dall’installazione dell’elettrodotto, deprezzamento genericamente ricondotto alla negativa incidenza del campo di forze elettromagnetiche generato dall’elettrodotto.

p. 5. – C.M. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi illustrati da memoria.

Terna S.p.A. ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

p. 6. – Il ricorso contiene due motivi.

p. 6.1. – Il primo motivo denuncia: “Violazione e falsa applicazione della L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 5 e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, comma 1 nonchè L. n. 2359 del 1865, art. 13 e D.P.R. 18 marzo 1965, n. 342, art. 9, comma 8 in relazione all’art. 360, n. 3. Illegittimità decreto asservimento 4 dicembre 1995. Disapplicazione. Ricalcolo del risarcimento dei danni”.

Ha in breve sostenuto la C. che il decreto di autorizzazione provvisoria del 3 luglio 1984 protocollo 1101/Ma del Ministro dei Lavori Pubblici aveva valore anche di dichiarazione di pubblica utilità ed era perciò illegittimo perchè mancante dell’indicazione dei termini di inizio e completamento dei lavori e delle connesse procedura espropriativa, con conseguente violazione della L. n. 2359 del 1865, art. 13 ed ulteriore illegittimità di tutti gli atti consequenziali ivi compreso il decreto di autorizzazione definitiva del Ministro dei Lavori Pubblici del 16 gennaio 1989 numero 1621/Ma nonchè del decreto prefettizio di asservimento del 4 dicembre 1995.

p. 6.2. – Il secondo denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c. in relazione al Testo Unico sulle acque e sugli impianti elettrici 11 dicembre 1933, n. 1775, artt. 720 e ss. nonchè L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 16 e ss., L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 51. Mancata liquidazione del danno da deprezzamento della superficie residua”.

Secondo la ricorrente la Corte d’appello avrebbe errato nel non riconoscere il danno accertato dal consulente tecnico d’ufficio per il deprezzamento della superficie residua del fondo dovuto alla presenza dell’elettrodotto, laddove aveva ritenuto che l’ausiliare avesse addebitato detto deprezzamento all’incidenza negativa del campo delle forze elettromagnetiche.

p. 7. – Il ricorso va respinto.

p. 7.1. – E’ infondato il primo motivo.

Ai sensi del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 108 recante il “Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici”, le linee di trasmissione e distribuzione di energia elettrica aventi tensione non interiore a 5000 volt sono autorizzate (la norma si riferisce qui all’autorizzazione che si vedrà essere definitiva) dal Ministro dei lavori pubblici, mentre spetta al Prefetto di autorizzare l’impianto di linee di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica di tensione inferiore a quella suindicata.

Allo scopo di accelerare la costruzione delle linee di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica, l’art. 113 citato R.D., oggi abrogato dal D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 58 a decorrere dal 30 giugno 2002, ai sensi del D.L. 23 novembre 2001, n. 411, art. 5 stabiliva che: “Nei casi d’urgenza può essere autorizzato in via provvisoria l’inizio delle costruzioni delle linee di trasmissione e distribuzione “. Detta previsione è stata successivamente estesa dal D.P.R. 18 marzo 1965, n. 342, art. 9 per gli elettrodotti costruiti dall’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica, con la precisazione che tali decreti possedevano efficacia di dichiarazione di pubblica utilità.

L’art. 113 contemplava così un procedimento semplificato che consentiva di ottenere, in caso di urgenza, l’autorizzazione in via provvisoria all’inizio dei lavori. In particolare, come accennato, l’autorizzazione provvisoria all’inizio delle costruzioni (R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 113; D.P.R. 18 marzo 1965, n. 342, art. 9), aveva la funzione di anticipare la realizzazione e l’esercizio dell’opera per l’eventualità che l’autorizzazione fosse rilasciata definitivamente sulla base di valutazioni ancora da compiersi circa la rispondenza dell’opera stessa a fini di pubblico generale interesse (Cass., Sez. Un., 6 febbraio 2003, n. 1736).

A tal riguardo si è per lo più affermato che i decreti di autorizzazione provvisoria di cui all’art. 113 cit. non solo possedessero efficacia di dichiarazione di indifferibilità ed urgenza delle opere relative agli elettrodotti, ma anche di dichiarazione di pubblica utilità delle opere medesime, sicchè essi dovessero contenere l’indicazione dei termini per l’inizio e il compimento delle espropriazioni e dei lavori (Consiglio di Stato 26 settembre 2001, n. 5071; Consiglio di Stato 9 aprile 1999, n. 606; Cass. 22 aprile 2013, n. 9679).

Il provvedimento di autorizzazione provvisoria, come previsto dalla citata norma, aveva nondimeno – e questo è il nucleo del ragionamento che conduce al rigetto del motivo – una portata nettamente distinta dall’autorizzazione definitiva e dal susseguente decreto di asservimento, rappresentando, anche se contenente una dichiarazione di pubblica utilità, soltanto un atto del più complesso procedimento di costituzione del vincolo reale, senza essere, esso stesso, produttivo dell’effetto costitutivo, effetto conseguente, per converso, solo all’atto finale del procedimento, e cioè al decreto di asservimento (Cass., Sez. Un., 16 giugno 2000, n. 443).

In detto contesto, prima che Cass., Sez. Un., 19 gennaio 2015, n. 735, determinasse il superamento della costruzione della c.d. occupazione appropriativa, questa Corte aveva chiarito che: “Con riguardo alla realizzazione di linea elettrica, che non implichi l’acquisto della proprietà del suolo, ma richieda soltanto l’imposizione coattiva di servitù di elettrodotto, l’effettiva ed irreversibile utilizzazione senza titolo del fondo altrui, da parte dell’ENEL, può implicare compressione delle facoltà di godimento del proprietario, con costituzione di dette servitù, secondo il principio della cosiddetta occupazione acquisitiva, solo se l’ente abbia ottenuto l’autorizzazione (autorizzazione definitiva: n.d.r.) alla costruzione ed all’esercizio della linea stessa (R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 108 e del D.P.R. 18 marzo 1965, n. 342, art. 9), atteso che tale autorizzazione condiziona la qualificabilità dell’opera come opera pubblica e, quindi, anche la configurabilità nel suddetto comportamento di una condotta esplicativa di potestà amministrativa. In difetto di autorizzazione, il comportamento medesimo si traduce in un’attività materiale lesiva del diritto dominicale, con i connotati dell’illecito permanente, con la conseguenza che il privato può insorgere con domanda di rimozione degli impianti e, riduzione in pristino, ovvero con azione di risarcimento del danno, la cui prescrizione decorre solo dalla cessazione dell’abusiva occupazione (che segna l’esaurirsi dell’illecito permanente)” (Cass. 20 dicembre 1988, n. 6954).

Orbene, nessuna equiparazione dell’autorizzazione provvisoria di cui si è detto, quantunque dotata di efficacia di dichiarazione di pubblica utilità, può essere predicata al provvedimento mediante il quale, ai sensi della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 13 (legge abrogata dal D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 58 a decorrere dal 30 giugno 2003; successivamente l’abrogazione è stata ribadita dal D.L. 25 giugno 2008, n. 112, art. 24 con la decorrenza prevista dall’art. 24, comma 1), si dichiara un’opera di pubblica utilità, i.e., nel caso in esame, all’autorizzazione definitiva.

Ed invero, mentre detto provvedimento apparteneva alla fisiologia del procedimento espropriativo, l’autorizzazione provvisoria di cui all’art. 113 già ricordato possedeva, come si è detto, una funzione meramente acceleratoria ed era soltanto eventuale, essendo invece fisiologico e necessario solo il provvedimento di autorizzazione definitiva previsto dal R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, ART. 108 sicchè è da escludere che il provvedimento di autorizzazione provvisoria potesse essere considerato alternativo a quello, inteso in tal caso come soltanto eventuale, di autorizzazione definitiva.

E dunque:

-) il provvedimento di autorizzazione definitiva aveva carattere meramente acceleratorio ed anticipatorio in tutto e per tutto analogo alla occupazione temporanea d’urgenza, restando comunque subordinato alla adozione dell’autorizzazione definitiva (al pari di quanto accade con il decreto di esproprio), senza la quale perdeva qualsiasi efficacia;

-) proprio la stretta dipendenza con l’indifferibililà e l’urgenza dei lavori, costitutiva del provvedimento di occupazione, ne dimostrano l’indissolubile collegamento con queste ultime, specificamente rimarcato dall’espresso riferimento del D.P.R. 18 marzo 1965, n. 342, art. 9 alla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 71;

-) da ciò discende che l’autorizzazione provvisoria non poteva che seguirne le sorti (se era annullata la dichiarazione di indifferibilità cadeva l’autorizzazione provvisoria, la cui durata naturalmente non poteva eccedere quella del decreto di occupazione per l’indifferibilità ed urgenza dei lavori); e poichè la L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 73 prevede un termine massimo di due anni, ecco che anche le autorizzazioni provvisorie, per effetto del rinvio, risultavano soggette al medesimo termine massimo (scaduto il quale senza l’adozione dell’autorizzazione definitiva si produceva una situazione di mancanza in radice della dichiarazione di pubblica utilità).

E’ stato perciò affermato che il decreto di autorizzazione provvisoria previsto per la costruzione di elettrodotti dal R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 113 richiamato dal D.P.R. 18 marzo 1965, n. 342, art. 9, comma 10, determina il sorgere in capo all’ENEL di una servitù coattiva di natura temporanea, la quale è destinata a venire meno in assenza di autorizzazione definitiva emessa ai sensi del menzionato R.D. n. 1775 del 1933, artt. 108 e 109 che ha anche efficacia di dichiarazione di pubblica utilità. Pertanto, in difetto di autorizzazione definitiva alla realizzazione dell’elettrodotto da parte dell’autorità competente, la collocazione degli impianti, sebbene provvisoriamente autorizzata, si traduce in un’attività materiale lesiva del diritto dominicale avente i connotati dell’illecito permanente, con la conseguenza che il privato può chiedere la rimozione dell’elettrodotto e la riduzione in pristino dello stato dei luoghi, oltre al risarcimento del danno (Cass. 25 marzo 2015, n. 6024).

Tale ricostruzione pone al riparo del timore che attraverso l’autorizzazione provvisoria potesse vincolarsi a tempo indeterminato la proprietà privata; ma al tempo stesso attribuisce a detto istituto il ruolo di provvedimento eventuale ed eccezionale, i cui eventuali vizi non si ripercuotono sull’autorizzazione definitiva; e restituisce infine il suo ruolo centrale e fondamentale all’autorizzazione definitiva che, quale dichiarazione di pubblica utilità, doveva contenere i termini di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 13.

E’ appena il caso di soggiungere che il superamento della figura dell’occupazione espropriativa ad opera di Cass., Sez. Un., 19 gennaio 2015, n. 735, ha ridimensionato il problema: in quanto venuti meno in tutto il settore delle espropriazioni gli effetti della irreversibile trasformazione dell’immobile, una dichiarazione di pubblica utilità ex novo (se non un provvedimento di acquisizione sanante) può emettersi in qualunque tempo: così come un provvedimento di autorizzazione definitiva: con la conseguenza che la nullità della autorizzazione provvisoria per mancanza di termini comporterebbe oggi soltanto un possibile teorico diritto al risarcimento danni se dimostrati, senza tuttavia poter influire sulla legittimità dell’autorizzazione definitiva o della nuova dichiarazione.

Nel caso in esame, dunque, la sentenza impugnata va confermata avendo correttamente osservato che il decreto di asservimento del Prefetto di Caserta del 4 dicembre 1995 n. 3822 era legittimo, giacchè adottato in pendenza di una perdurante dichiarazione di pubblica utilità conseguente al decreto di autorizzazione definitiva numero 214/Ma emesso dal Ministro dei Lavori Pubblici in data 16 gennaio 1989, nonchè di successive proroghe: senza che nulla potesse rilevare, per le ragioni prima esposte, la mancanza dell’indicazione dei termini nel provvedimento di autorizzazione provvisoria.

p. 7.2. – Il secondo motivo è infondato.

In generale, in tema di servitù di elettrodotto, ai fini della determinazione dell’indennità di asservimento, a norma del citato R.D. n. 1775 del 1933, art. 123, comma 1, la componente dell’indennizzo costituita dalla diminuzione di valore di tutto o parte del fondo, inteso come complessiva entità economica, non opera in modo indistinto ed automatico, potendo essere attribuita solo quando sia dimostrata l’attualità del deprezzamento e comunque il suo documentato verificarsi in connessione alla natura del fondo o all’oggettiva incidenza causale della costituzione della predetta servitù (Cass. 9 marzo 2012, n. 3751).

La sentenza impugnata ha in proposito ricordato la disposizione dettata dal menzionato art. 123, che prevedeva per la determinazione dell’indennità (o del risarcimento del danno) per la costituzione di servitù di elettrodotto, distinti indennizzi dovuti al proprietario del fondo servente in relazione ai diversi pregiudizi che questo poteva subire: e precisamente, quello inerente alla diminuzione di valore di tutto o di parte del fondo inteso come complessiva entità economica, quello riferito all’area assoggettata al transito per il servizio delle condutture e quello riferito alla superficie sottratta alla disponibilità del proprietario medesimo in conseguenza di installazioni fisse, quali basamenti, cabine, o altri manufatti.

Proprio per la previsione della prima componente che sostanzialmente introduceva anche nella determinazione di detto indennizzo l’obbligo di tener conto del criterio differenziale di cui alla L. n. 2359, art. 40, perciò liquidabile sempre che fosse concretamente provato il corrispondente danno che la presenza della linea avesse arrecato al suolo e ad eventuali fabbricati, dottrina e giurisprudenza hanno osservato che tale complesso criterio comprendeva ed esauriva ogni altro aggravio causato dalla presenza dell’elettrodotto sul fondo, nonchè dal normale e regolare esercizio delle facoltà previste dall’art. 121 citato decreto, perciò escludendo, da un lato, ogni altro pregiudizio a carattere personale ed indiretto che il proprietario assumesse di aver subito, e dall’altro i possibili inconvenienti e le limitazioni gravanti in modo indifferenziato su tutti i beni che venissero a trovarsi in posizione di vicinanza con qualsiasi opera pubblica (Cass. 2 dicembre 2005, n. 26265).

Orbene, proprio per la derivazione e la ragion d’essere dell’art. 123, comma 1 questa Corte ha avvertito fin dalle decisioni lontane nel tempo (Cass. 1663/1977; 6767/1981) che il pregiudizio in questione non spetta automaticamente, ma può essere attribuito solo ove sia dimostrata l’attualità e comunque il documentato verificarsi in connessione alla natura del fondo o ad altri dati oggettivi già rilevabili degli elementi causativi dell’ulteriore diminuzione del suo reale valore (Cass. 141/2003; 9343/1998, 954/1988). E, pur ritenendo plausibile l’incidenza delle onde provenienti dai campi elettromagnetici di un elettrodotto sul prezzo di mercato di un immobile, questa Corte ha specificato anche con riguardo al quantum che neppure quest’ultimo è costante ed automatico, essendo esemplificativamente maggiormente condizionato “in caso di terreni edificabili nei quali vi sono molte più persone che possono essere danneggiate dalle indicate onde e in misura minore per quelli agricoli”.

In breve, la costruzione dell’elettrodotto, non comporta automaticamente la produzione di un danno per l’incidenza negativa in questione: occorrendone invece la dimostrazione, e cioè che nel caso concreto il paventato campo delle forze elettromagnetiche ha comportato una documentata diminuzione di valore della parte residua.

Nel caso di specie, la Corte territoriale ha per l’appunto ritenuto che dall’installazione dell’elettrodotto non potesse farsi discendere in via automatica un deprezzamento collegato alla nocività dei campi elettromagnetici, nocività che, in altri termini, la sentenza impugnata ha giudicato, con valutazione non censurabile in questa sede, non provata.

p. 8. – Le spese seguono la soccombenza.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso, in favore della controricorrente, delle spese sostenute per questo grado del giudizio, liquidate in complessivi Euro 1.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre Iva e quant’altro dovuto per legge.

Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2016

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