Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19685 del 21/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 21/09/2020, (ud. 10/07/2020, dep. 21/09/2020), n.19685

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4225-2019 proposto da:

C.L., G.G., elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE

GIUSEPPE MAZZINI 145, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO

LOMBARDI, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

ENRICO AGOSTINIS;

– ricorrenti –

contro

P.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 84,

presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO VALSECCHI, rappresentato e

difeso dall’avvocato BRUNO GARLATTI;

– controricorrente –

contro

M.T.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 607/2018 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 31/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/07/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GRASSO

GIUSEPPE.

 

Fatto

RITENUTO

che la vicenda può riassumersi nei termini seguenti;

– C.E. ristrutturò il proprio appartamento facente parte di un condominio e utilizzò per uno scarico di acque luride la colonna portante di altro appartamento, col consenso della proprietaria di questo, Co.Lu., facente parte di contiguo condominio (i due condomini in origine costituivano un unico complesso condominiale, suddiviso successivamente per volontà delle parti);

– la C. di poi vendette il suo immobile ai coniugi G.G. e C.L. e la Co., a M.T.;

– il Tribunale di Gorizia, accolta la domanda di P.A. (condomino del condominio gravato dal nuovo scarico) condannò C.L. e M.T. a rimuovere la condotta di scarico del bagno dell’unità immobiliare dei primi, ripristinando la situazione ex ante; rigettò la domanda di risarcimento del danno, nonchè tutte le domande del G. e della C. proposte nei confronti sia dell’attore, che della chiamata C.; condannò la chiamata Co. a tenere indenne la M.;

– la Corte d’appello di Trieste, con la sentenza di cui in epigrafe, rigettò l’impugnazione avanzata da dal G. e dalla C.;

ritenuto che G.G. e C.L. ricorrono avverso quest’ultima decisione sulla base di due motivi, ulteriormente illustrati da memoria (ad una prima tempestiva memoria ne è seguita una seconda, inammissibile, peraltro, per tardività) e che Aldo P. resiste con controricorso;

– ritenuto che con il primo motivo i ricorrenti denunziano violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2697, 1027 e segg., 1028, 1031, 1043, 1034, 1321, 1322, 1362, 1363, 1366, 1367, 1368, 1369, 1371 c.c., nonchè 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, assumendo che la sentenza censurata era incorsa in errore per:

– avere escluso l’esistenza di una servitù di fognatura, regolarmente intavolata, a carico del condominio ove era ubicato l’appartamento dell’attore;

– essere giunta a un tale non condivisibile risultato interpretativo dello strumento negoziale che aveva imposto il vincolo reale violando i canoni ermeneutici di cui:

a) all’art. 1362 c.c., per non essere stata adeguatamente indagata la volontà delle parte mediante l’apprezzamento della formulazione letterale della disposizione negoziale, che induceva a reputare che le predisposte “servitù di luce e vedute, di prospetto, aggetto, stillicidio e fognatura – a differenza di quelle di passaggio – sono piene ed incondizionate” e per non essersi tenuto conto del comportamento complessivo delle parti (in origine trattavasi di un unico condominio e che, nello stesso contesto temporale, tale Vinicio Cej, “pressochè proprietario di entrambi gli edifici (…) aveva assentito (…) alla realizzazione dello scarico da parte della nuova condomina Comina, dante causa dei G.- C.” e la Co., aveva, a sua volta, acconsentito al collegamento dello scarico e per quattordici anni non si erano registrate lamentele sul punto;

b) all’art. 1363 c.c., per non essere state opportunamente collegate le clausole negoziali, distinguendo quelle “essenziali” da quelle “sovrabbondanti”;

c) all’art. 1366 c.c., per non essersi rispettato il canone interpretativo della buona fede, che avrebbe imposto preferire “la clausola che soddisfa meglio l’interesse di entrambe le parti”;

d) all’art. 1367 c.c., per essere stata interpretata la disposizione che istitutiva il diritto di scarico in maniera tale, assegnando alla stessa significato d’uso discontinuo, da svilire di ogni utilità la stessa;

e) all’art. 1368 c.c., per non essere stata sciolta l’ambiguità della clausola attingendo alla pratica del luogo;

f) all’art. 1369 c.c., per non aver riportato il senso della clausola alla “ragione pratica” dell’accordo;

g) all’art. 1371 c.c., per non essere stato ricercato un senso appagativo dell’equo contemperamento dei contrapposti interessi;

considerato che la doglianza è manifestamente infondata tenuto conto delle osservazioni che seguono:

– la servitù di cui qui si dibatte, come ricorda la sentenza d’appello, venne intavolata, unitamente alle altre previste nel contratto del 2/7/1986, attraverso il quale si dette vita ai due separati condomini, “limitatamente per l’esecuzione di opere e lavori di manutenzione e altre necessità riguardanti l’edificio e le sue pertinene”, dal che quel giudice ne traeva che ” ” l’esercizio della servitù (reciproca…) era stato convenzionalmente subordinato alla necessità di eseguire “opere e lavori di manutenzione e altre necessità riguardanti l’edificio e le sue pertinente”, per il tempo a ciò occorrente”, fattispecie estranea a quella al vaglio, nella quale gli appellanti pretendevano la tutela di un vincolo reale e permanente;

– nonostante gli sforzi dei ricorrenti la vicenda resta confinata negli apprezzamenti di merito, non bastando, come più volte chiarito in questa sede, la enunciazione della pretesa violazione di legge in relazione al risultato interpretativo favorevole, disatteso dal giudice del merito, occorrendo individuare, con puntualità, il canone ermeneutico violato correlato al materiale probatorio acquisito; in quanto, “l’opera dell’interprete, mirando a determinare una realtà storica ed obiettiva, qual è la volontà delle parti espressa nel contralto, è tipico accertamento in fatto istituzionalmente riservato al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali d’ermeneutica contrattuale posti dagli artt. 1362 c.c. e s.s., oltre che per viti di motivazione nell’applicazione di essi: pertanto, onde far valere una violazione sotto entrambi i due cennati profili (il secondo, ovviamente, sotto il regime del vecchio testo del n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, il ricorrente per cassazione deve, non solo fare esplicito riferimento alle regole legali d’interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito siasi discostato dai canoni legali assuntivamente violati o questi abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti; di conseguenza, ai fini dell’ammissibilità del motivo di ricorso sotto tale profilo prospettato, non può essere considerata idonea

– anche ammesso ma non concesso lo si possa fare implicitamente – la mera critica del convincimento, cui quel giudice sia pervenuto, operata, come nella specie, mediante la mera ed apodittica contrapposizione d’una dorme interpretazione a quella desumibile dalla motivazione della sentenza impugnata, trattandosi d’argomentazioni che riportano semplicemente al merito della controversia, il cui riesame non è consentito in sede di legittimità (ex pluribus, da ultimo, Cass. 9.8.04 n. 15381, 23.7.04 n. 13839, 21.7.04 n. 13579. 16.3.04 n. 5359, 19.1.04n. 753)” (Sez. 2, n. 18587, 29/10/2012; si veda anche, per la ricchezza di richiami, Sez. 6-3, n. 2988, 7/2/2013);

– per sottrarsi al sindacato di legittimità, l’interpretazione data dal giudice di merito ad un negozio giuridico non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicchè, quando di una clausola negoziale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (Sez. 3, n. 24539, 20/11/2009, Rv. 610944; conformi: Sez. 1, n. 16254, 25/9/2012, Rv. 623697; Sez. 1, n. 6125, 17/3/2014, Rv. 630519; Sez. 1, n. 27136, 15/11/2017, Rv. 646063);

– nel caso di specie la Corte territoriale ha spiegato, nel rispetto dei criteri ermeneutici normativi, le ragioni che la inducevano a privilegiare l’interpretazione avversata dai ricorrenti, evidenziando, in specie, il tenore letterale della disposizione e la reciprocità degli oneri (e quest’ultimo criterio rende soddisfatti quelli della buona fede, dell’equo contemperamento);

– privo di senso appare il riferimento operato dai ricorrenti all’art. 1368 c.c., non pertinente, e aspecifico, quello all’art. 1363 c.c., nel mentre apodittico risulta l’asserto secondo il quale la disposizione, così come interpretata dal Giudice del merito, era priva di pratica utilità, utilità che, invece, appare puntualmente delineata dalla stessa clausola in parola;

– aspecifici risultano, infine, i riferimenti fattuali alla condotta delle parti;

considerato che il secondo motivo, con i quali i ricorrenti lamentano l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, è inammissibile, stante che la censura in esame, lungi dall’evidenziare un fatto sensibile dibattuto, che il giudice abbia omesso di esaminare, ripropone, sotto l’usbergo dell’ipotesi contemplata dal predetto n. 5, la critica di cui al primo motivo, con la quale si è contestata l’interpretazione delle clausola; in altri termini, piuttosto che evidenziare un fatto storico primario o secondario, la doglianza è palesemente diretta ad un improprio riesame di merito (cfr., S.U. n. 8053, 7/4/2014), in presenza di motivazione niente affatto apparente a riguardo dei profili decisivi per la soluzione della vertenza.

Diritto

CONSIDERATO

che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis, n. 1, c.p.c., da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”;

considerato che le spese legali debbono seguire la soccombenza e possono liquidarsi, in favore del controricorrente siccome in dispositivo, tenuto conto del valore e della qualità della causa, nonchè delle attività espletate;

che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento, in favore del resistente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 10 luglio 2020

Depositato in cancelleria il 21 settembre 2020

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