Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19649 del 03/10/2016


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Cassazione civile sez. III, 03/10/2016, (ud. 14/04/2016, dep. 03/10/2016), n.19649

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. AMENDOLA Adelaide – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23561/2013 proposto da:

GM CARTA E C. SPA, (OMISSIS) in persona dell’A.D. legale

rappresentante pro tempore Dott. L.P.G., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA POSTUMIA 1, presso lo studio dell’avvocato

NICOLA GIANCASPRO, rappresentata e difesa dall’avvocato GIOVANNI

DORE giusta procura speciale a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

M.B., domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA

CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO

VIOLA giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 56/2013 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 28/01/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/04/2016 dal Consigliere Dott. ADELAIDE AMENDOLA;

udito l’Avvocato GIOVANNI DORE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il giorno (OMISSIS) M.B., mentre alla guida di un’autovettura percorreva la strada di accesso che univa la sede di Unicad s.r.l. alla S.S. (OMISSIS), precipitò in un canale profondo oltre due metri, posto a destra della propria direzione di marcia. Dedotto che l’incidente si era verificato a causa della mancanza di illuminazione, di segnalazioni di pericolo e di manufatti di protezione, M.B. convenne innanzi al Tribunale di Cagliari la Ditta Acentro s.r.l. e G.M. Carta & C. s.r.l., proprietari della rampa di accesso su cui si era verificato l’incidente, chiedendo il risarcimento dei danni subiti.

Il giudice adito accolse la domanda.

Con la sentenza ora impugnata, depositata il 28 gennaio 2013, la Corte d’appello ha respinto il gravame proposto da G.M. Carta avverso detta pronuncia.

Il ricorso della società soccombente è affidato a due motivi.

Si è difesa con controricorso M.B..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo l’impugnante deduce violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., artt. 2697, 822, 823, 824 e 828 c.c., omessa e insufficiente motivazione su fatti decisivi, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Sostiene che non poteva essere affermata la sua responsabilità atteso che essa, obbligatasi con atto di sottomissione del 3 dicembre 1972 a realizzare le necessarie opere di urbanizzazione e, in particolare, la quota parte di strade aperte al pubblico passaggio “per l’accesso agli edificandi lotti industriali”, aveva perso “de facto ed ex lege” qualsivoglia “proprietà e/o possesso” in favore del Comune, come inequivocabilmente accertato dal consulente tecnico nominato nel corso del giudizio di merito.

1.2. Con il secondo mezzo, lamentando violazione degli artt. 112, 115 e 116 c.p.c., artt. 2697, 824 e 825 c.c., nonchè omessa e insufficiente motivazione, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, rileva l’esponente che la Corte territoriale non si era pronunciata sul motivo di gravame volto a fare accertare che la rampa in contestazione non era nella disponibilità di G.M. Carta, la quale, quindi, non ne aveva la custodia.

2. Le censure, che si prestano a essere esaminate congiuntamente per la loro evidente connessione, sono prive di pregio.

Il giudice di merito ha giustificato la scelta decisoria adottata evidenziando, sulla base delle risultanze della consulenza tecnica, che la rampa sulla quale viaggiava la M. era di proprietà della ricorrente, non essendo detta struttura ricompresa nell’atto di sottomissione sottoscritto dalla società convenuta: e invero, tra i beni trasferiti all’Amministrazione comunale per la realizzazione di verde pubblico e zona di parcheggi, rientrava il canale sul quale era finita l’autovettura a seguito del cedimento del terreno, ma non il sovrastante tratto di strada.

3. Orbene, tale ricostruzione del contesto fattuale di riferimento implica inequivocabilmente la permanenza, nella disponibilità dell’impugnante, del percorso sul quale ebbe a verificarsi il sinistro, non essendo state evidenziate ragioni per le quali il Comune avrebbe dovuto averne la custodia. Non a caso, del resto, la linea difensiva della ricorrente è tutta incentrata sul preteso malgoverno delle risultanze della consulenza tecnica, sostenendosi che la stessa avrebbe ricompreso, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di merito, la superficie corrispondente alla via percorsa dall’autovettura guidata dalla M., tra i beni “ceduti” all’Ente in esecuzione degli oneri di urbanizzazione assunti dalla ditta costruttrice.

Ciò significa che le critiche, pur astrattamente evocando anche e soprattutto errores in indicando, sono sostanzialmente incentrate su deduzioni che, già veicolabili in sede di legittimità esclusivamente in chiave di vizio motivazionale, devono ritenersi spendibili – a seguito della riscrittura dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – solo laddove attingano la soglia dell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

I motivi di ricorso appaiono allora del tutto privi di pregio, posto che non solo essi denunciano come violazione di legge la pretesa, erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, compiuta dalla Corte territoriale, ma, ignorando del tutto i ben più severi binari imposti alla formulazione di contestazioni attinenti all’approccio del giudice di merito con la vicenda dedotta in giudizio, sono parametrati sul vecchio testo della norma processuale richiamata, per giunta sollecitando una rivalutazione delle prove comunque preclusa in sede di legittimità.

4. Si ricorda all’uopo: a) che il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata e a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti; b) che la violazione di legge deve consistere nella deduzione dell’erronea ricognizione della fattispecie astratta prevista da una disposizione e quindi necessariamente implica questioni di ermeneutica normativa, vulnus certamente assente laddove, come nella specie, venga contestata esclusivamente la ricostruzione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa; c) che invero questa, inerendo alla tipica valutazione del giudice di merito, è, come detto innanzi, censurabile, in sede di legittimità, solo sotto l’aspetto del vizio di motivazione (cfr. Cass. civ. 11 gennaio 2016, n. 195); d) che, tra le varie esegesi proposte del novellato art. 360, n. 5, qui applicabile ratione temporis, va fatta propria quella adottata dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass. Sez. Un., 22 settembre 2014, n. 19881), esegesi in forza della quale, da un lato, il sindacato sulla motivazione è ormai ristretto al “minimo costituzionale” e, quindi, ai casi di inesistenza della motivazione in sè, per tale intendendosi la “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, la “motivazione apparente”, il “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, la “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”; dall’altro, il controllo previsto dal nuovo n. 5 dell’art. 360 c.p.c., concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo; con la conseguenza che, nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, ai fini della ammissibilità del vizio in questione, il ricorrente deve indicare il “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato” – testuale o extratestuale – da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”; e) che a maggior ragione, e conclusivamente, l’omesso esame giammai può consistere nella diversa lettura degli esiti della prova espletata, rispetto a quella pretesa dalla parte, considerato che spetta solo al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo, salvo i casi tassativi in cui è la legge stessa ad assegnare alla prova un valore legale (confr. Cass. civ., 6 marzo 2008, n. 6064).

5. Ciò posto e ribadito che la parte che denuncia il vizio motivazionale, sub specie di omesso esame del fatto decisivo, deve specificamente indicare il “fatto” che assume non esaminato, intendendosi per “fatto” non una “questione” o un “punto” della sentenza, ma un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 c.c. o anche un fatto secondario, purchè controverso e decisivo, appare evidente che nessuno dei motivi all’esame risponde ai canoni sopra indicati. In particolare risulta errata la stessa tipologia di vizi denunciati, giacchè, per come innanzi esplicitato, con essi l’impugnante, dopo avere astrattamente prospettato degli errores in iudicando, svolge critiche alla ritenuta estraneità della rampa sulla quale ebbe a verificarsi l’incidente alle superfici cedute all’Amministrazione comunale, così venendo, in definitiva, a contestare la ricostruzione della fattispecie operata dal giudicante.

In realtà le proposte censure, attraverso la surrettizia evocazione di omessi esami di fatti decisivi e di violazioni di legge del tutto inesistenti mirano solo a sollecitare un riesame precluso in sede di legittimità.

Al riguardo è sufficiente considerare che la Corte territoriale ha scrutinato tutti gli elementi emersi dalla compiuta istruttoria, approdando, all’esito di una valutazione completa del contesto probatorio di riferimento, al convincimento della rispondenza al vero della versione dei fatti posta dall’attrice a base della sua linea difensiva.

Il ricorso è respinto.

Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

La circostanza che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in complessivi Euro 7.200,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi), oltre spese generali e accessori, come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 14 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2016

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