Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19647 del 03/10/2016


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Cassazione civile sez. III, 03/10/2016, (ud. 14/04/2016, dep. 03/10/2016), n.19647

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. AMENDOLA Adelaide – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8341/2013 proposto da:

C.L., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO

RINASCIMENTO 11, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PELLEGRINO,

rappresentato e difeso dall’avvocato MAURO FINOCCHITO giusta procura

speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

T.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FABIO MASSIMO

107, presso lo studio dell’avvocato GIANFRANCO TORINO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIAMPAOLO SALVATORE

giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 614/2012 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 18/09/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/04/2016 dal Consigliere Dott. ADELAIDE AMENDOLA;

udito l’Avvocato MAURO FINOCCHITO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza dell’ottobre 2008 il Tribunale di Lecce accolse l’opposizione proposta da T.C. avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti a istanza di C.L. per il pagamento della somma di Euro 27.480,02, per l’effetto revocando il provvedimento monitorio.

Ritenne il decidente che l’opponente avesse compiutamente provato di avere estinto la sua obbligazione e che per contro i fatti addotti dall’opposto per contestare tale assunto fossero rimasti indimostrati.

Con la pronuncia ora impugnata, depositata il 18 settembre 2012, la Corte d’appello di Lecce ha respinto il gravame proposto dal soccombente.

Ha rilevato preliminarmente la Curia territoriale che l’impugnazione era stata articolata in maniera assolutamente generica, essendosi l’appellante limitato a reiterare pedissequamente tutte le argomentazioni svolte in prime cure.

Ha poi osservato che il convenuto non aveva provato l’affermazione secondo cui, malgrado i pagamenti allegati dalla T., il suo credito non era stato estinto, perchè le somme versate erano imputabili ad altro, diverso rapporto debitorio.

Il ricorso di C.L. avverso detta decisione è affidato a due motivi, illustrati anche da memoria.

Si è difesa con controricorso T.C..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo lamenta l’impugnante omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ex art. 360 c.p.c., n. 5, nonchè violazione dell’art. 2730 c.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3.

Si duole segnatamente l’esponente che il giudice di merito abbia fatto malgoverno della copiosa documentazione versata in atti; che abbia, in particolare, ignorato gli assegni da lui emessi a beneficio di C.V., suocero della T., nonchè la dichiarazione di debito da questi rilasciata.

1.2. Con il secondo mezzo, denunciando violazione dell’art. 2697 c.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3, l’esponente censura la positiva valutazione della prova dell’estinzione del debito offerta dall’ingiunta, in contrasto con la documentazione esibita.

2. Il ricorso non supera il preventivo vaglio di ammissibilità.

Come sinteticamente esposto nella parte dedicata allo svolgimento del processo, la Corte territoriale ha anzitutto stigmatizzato l’assoluta genericità del gravame, rilevando che l’appellante si era limitato a reiterare pedissequamente tutte le argomentazioni svolte in prime cure. E a tale rilievo nessuna critica ha opposto il ricorrente, di talchè l’implicita statuizione di aspecificità delle censure deve ritenersi passata in giudicato. Si ricorda allora che, ove la sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l’omessa impugnazione di una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso l’annullamento della sentenza (cfr. Cass. civ. sez. un. 29 marzo 2013; Cass. civ. 14 febbraio 2012, n. 2108; Cass. civ. 3 novembre 2011, n. 22953).

3. Sotto altro, concorrente profilo va poi rilevato che le proposte censure, pur astrattamente evocando l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti nonchè la violazione del disposto dell’art. 2697 c.c., sono tutte incentrate sul preteso malgoverno del materiale probatorio acquisito e cioè su deduzioni alle quali sono sicuramente estranee questioni di ermeneutica normativa e che per altro verso neppure attingono la soglia della “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, della “motivazione apparente”, del “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, della “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, richiesta dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5, nell’interpretazione ormai assurta a diritto vivente (cfr. Cass. civ. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. civ. sez. un. 22 settembre 2014, n. 19881).

4. Più nello specifico, ribadito che la parte che denuncia il vizio motivazionale, sub specie di omesso esame del fatto decisivo, deve specificamente indicare il “fatto” che assume non esaminato, intendendosi per “fatto” non una “questione” o un “punto” della sentenza, ma un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 c.c., o anche un fatto secondario, purchè controverso e decisivo (cfr. Cass. sez. un. n. 19881 del 2014 cit.), appare evidente che nessuno dei motivi all’esame risponde ai canoni sopra indicati. In particolare risulta errata la stessa tipologia di vizio denunciato nel secondo mezzo, giacchè, per come innanzi esplicitato, con esso l’impugnante, dopo avere in tesi prospettato una quaestio iuris, svolge critiche alla valutazione delle prove offerte dall’ingiunta in ordine alla estinzione della sua obbligazione, così venendo, in definitiva, a contestare la ricostruzione della fattispecie operata dal giudicante.

In realtà le proposte censure, attraverso la surrettizia evocazione di omessi esami di fatti decisivi e di errores in iudicando del tutto inesistenti mirano solo a sollecitare un riesame precluso in sede di legittimità.

Al riguardo è sufficiente considerare che la Corte territoriale ha scrutinato tutti gli elementi emersi dalla compiuta istruttoria, approdando, all’esito di una completa valutazione del contesto probatorio di riferimento, al convincimento della rispondenza al vero della versione dei fatti posta dall’opponente a base della sua linea difensiva e della mancanza di un valido supporto alle allegazioni dell’opposto.

Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

L’impugnante rifonderà alla controparte vittoriosa le spese di giudizio nella misura di cui al dispositivo.

La circostanza che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione.

P.Q.M.

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in complessivi Euro 3.500 (di cui Euro 200,00 per esborsi), oltre spese generali e accessori, come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 14 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2016

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