Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19645 del 09/07/2021

Cassazione civile sez. I, 09/07/2021, (ud. 28/05/2021, dep. 09/07/2021), n.19645

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 17791/2019 r.g. proposto da:

I.A., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

procura speciale allegata al ricorso, dall’Avvocato Renzo

Interlenghi, presso il cui studio elettivamente domicilia in Fermo

(FM), alla via Ognissanti n. 13;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso, ope legis, dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso la cui sede domicilia in Roma, alla Via dei Portoghesi

n. 12;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE DI ANCONA depositato il giorno

22/05/2019; udita la relazione della causa svolta nella camera di

consiglio del 28/05/2021 dal Consigliere Dott. Eduardo Campese;

lette le conclusioni scritte del P.M., in persona del Sostituto

Procuratore Generale, Dott. Sanlorenzo Rita, che ha chiesto

accogliersi il primo motivo di ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso tempestivamente depositato il 31 marzo 2018 presso il Tribunale di Roma, I.A., nativo del (OMISSIS), impugnò il provvedimento, emesso il 23 febbraio 2018 e notificatogli il 2 marzo 2018, con cui l’Unità Dublino costituita presso il Ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e per l’Immigrazione, Direzione Centrale dei Servizi civili per l’immigrazione e l’asilo (per il prosieguo, breviter, Unità Dublino), ne aveva disposto la “ripresa in carico”, ex art. 23 del Reg. UE n. 604/2013 (cd. Regolamento “Dublino”, concernente i “criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide”. D’ora in avanti, più semplicemente Regolamento), ed il trasferimento in Germania, Stato membro competente ai sensi dell’art. 18 del medesimo regolamento, che, il precedente 10 gennaio 2018, aveva comunicato di accettare la relativa richiesta. Chiese, previa istanza cautelare di sospensione dell’esecuzione: i) in via pregiudiziale, accogliersi la sollevata eccezione di incompetenza territoriale, per violazione del D.L. n. 13 del 2017, art. 4, comma 3, (convertito, con modificazioni, dalla L. n. 46 del 2017), essendo egli ospitato all’interno di un CAS gestito dalla Fondazione Caritas in Veritate avente sede nel Comune di (OMISSIS); ii) dichiararsi la nullità del provvedimento impugnato per la mancanza di un elemento essenziale nella sua motivazione, sostenendo che, nel caso di specie, la richiesta di “ripresa in carico” rivolta dallo Stato italiano alla Germania risultava chiaramente basata sui riscontri forniti dal sistema Eurodac (posto che in detto provvedimento era affermato che “l’interessato ha presentato in Germania, in data 2.07.2015, analoga istanza, come risulta da riscontro delle impronte digitali nel sistema Eurodac…”), sicché avrebbe dovuto essere presentata entro due mesi dal ricevimento della risposta pertinente Eurodac, ai sensi dell’art. 9, parag. 5, del Reg. UE n. 603/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio. Dunque, l’indicazione della data di ricevimento di detta risposta costituiva un elemento essenziale del provvedimento in quanto proprio da tale data sarebbe risultato possibile verificare il rispetto del termine di legge di due mesi posto dall’art. 23 del Regolamento in funzione della presentazione della domanda di “ripresa in carico”; iii) la violazione degli artt. 4 del Regolamento e della L. n. 241 del 1990, art. 7, comma 1.

1.1. Disposta la sospensione del provvedimento impugnato, e costituitosi il Ministero dell’Interno, l’adito tribunale dichiarò la propria incompetenza territoriale a conoscere della controversia, indicando come competente il Tribunale di Ancona.

1.2. Quest’ultimo, innanzi al quale l’ I. ha riassunto il giudizio insistendo nella originaria richiesta di annullamento, con decreto del 22/23 maggio 2019, notificato il successivo 23 maggio 2019, ha respinto il ricorso.

1.2.1. Per quanto qui di residuo interesse, quel tribunale ha così opinato: “quanto al secondo motivo di ricorso relativo alla violazione dell’art. 23 del regolamento citato (il riferimento è al Regolamento UE n. 604/2013. Ndr), si osserva che il rispetto di detto termine previsto per la presentazione di una richiesta di ripresa in carico non può essere invocato dal ricorrente, trattandosi di un termine previsto nell’interesse dello Stato ricevente, il quale ne potrebbe eccepire la scadenza. Premesso, infatti, che il ricorrente non può scegliere in quale Stato presentare la domanda di protezione e quale Stato la debba esaminare, è del tutto evidente che l’articolo in argomento ha il solo fine di disciplinare eventuali conflitti tra Stati membri e che il decorso del termine può essere eccepito solo dallo Stato ricevente e non dal ricorrente, al solo fine di radicare la competenza in capo allo Stato in cui la nuova domanda di protezione è stata presentata (v. art. 23, terzo paragrafo, reg. cit.). Lo Stato che ha chiesto il trasferimento potrebbe eccepire che il termine non è decorso oppure che si verte in un’ipotesi di proroga dello stesso, oppure lo Stato ricevente – in applicazione della clausola di sovranità di cui all’art. 17 Reg. UE – potrebbe comunque rinunziare ad eccepire il decorso del termine e ritenersi competente a decidere la domanda in conformità alla richiesta dell’altro Stato. Il ricorrente potrebbe avere un’astratta legittimazione ad interloquire sul decorso o meno del termine in questione solo nell’ipotesi in cui possa far valere una situazione giuridica od un fatto che gli è riferibile: ad esemplo, a fronte della richiesta di proroga del termine fino ad un anno in caso di fuga (art. 29, comma 2, reg. cit.), il ricorrente potrebbe sostenere e dimostrare che non è fuggito e che pertanto si deve applicare il termine ordinario; oppure potrebbe opporsi alla proroga dello stesso termine facendo valere l’ingiustizia dello stato detentivo che, a norma dello stesso art. 29, comma 2, cit., è un’ulteriore ed autonoma ipotesi di proroga del termine. In tal senso deve essere interpretata la sentenza della Corte di Giustizia Europea (Grande Sezione) del 26 luglio 2017 che ha illustrato l’ampiezza delle garanzie che devono essere riconosciute al richiedente asilo, anche in tema di competenza a decidere la sua domanda, e tra queste ha fatto specifico riferimento al termine previsto dall’art. 21 del reg. cit. e, solo con riferimento ad esso, ha sostenuto che il richiedente asilo deve avere la possibilità di invocare la scadenza del termine e ciò anche se lo Stato membro richiesto è disposto a prendere in carico il richiedente. E’ evidente che il termine di cui all’art. 21, primo paragrafo, non può essere confuso, con quello qui in esame, atteso che il termine perentorio previsto nell’art. 21 presiede al più celere avvio della procedura di esame della domanda, mentre l’articolo in esame disciplina solo le modalità pratiche del trasferimento e presuppone che tutti i restanti termini perentori siano stati rispettati…”.

2. Avverso questo provvedimento ricorre per cassazione l’ I., affidandosi a due motivi. Resiste, con controricorso, il Ministero dell’Interno.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Le formulate censure denunciano, rispettivamente:

I) “Violazione ed errata applicazione delle seguenti norme di legge: artt. 23 e 27 del Regolamento UE n. 604 del 2013”. Si censura la decisione impugnata per avere erroneamente ritenuto la non invocabilità, da parte del richiedente protezione, dei termini inderogabili previsti dalla procedura di “ripresa in carico”, non applicando i criteri ed i principi espressi dalla pur richiamata sentenza della Corte di Giustizia Europea (Grande Sezione) del 26 luglio 2017. Si assume, in particolare (cfr. pag. 5-7 del ricorso), che: i) “…anzitutto, la Corte Europea, nella citata sentenza, rammenta che l’art. 27 del regolamento attribuisce ad ogni richiedente il diritto ad un ricorso effettivo contro una decisione di trasferimento o ad una revisione della stessa in fatto e in diritto davanti ad un organo giurisdizionale. Richiamando la giurisprudenza Ghezelbash, la Corte aggiunge che, per assicurare la conformità agli standards del diritto internazionale, il controllo giurisdizionale del giudice del ricorso può riguardare sia la corretta applicazione del regolamento, sia l’esame della situazione giuridica fattuale dello Stato di destinazione. (…), Difatti, nel regolamento Dublino III, il legislatore dell’Unione ha voluto coinvolgere i richiedenti asilo nella procedura di determinazione dello Stato membro competente, informandoli sui criteri previsti dal regolamento e consentendo loro di fornire qualsiasi elemento pertinente per l’applicazione di tali criteri. La Corte ricorda, al riguardo, che il legislatore dell’Unione, nell’ambito del regolamento Dublino III, non si è limitato a fissare regole organizzative che disciplinano i rapporti tra gli Stati membri al fine di determinare lo Stato membro competente, ma ha deciso di coinvolgere in tale procedura i richiedenti asilo, garantendo loro, tra l’altro, un diritto di ricorso effettivo avverso qualsiasi decisione di trasferimento eventualmente adottata nei loro confronti. Sulla base di queste considerazioni, la Corte ritiene impossibile effettuare un’interpretazione restrittiva dell’art. 27, che nella sua formulazione non fa alcuna distinzione tra norme sostanziali e procedurali. Questa disposizione deve essere dunque interpretata nel senso che il richiedente, che ha presentato ricorso contro un provvedimento di trasferimento, ha diritto di far valere anche la violazione delle norme procedurali previste dal regolamento Dublino III e pertanto, si ritiene fermamente, anche le norme dettate dall’art. 23”; ii) l’avvenuto richiamo all’art. 29 del Regolamento, come effettuato da tribunale, non era pertinente, trattandosi di una norma dettata esclusivamente per prorogare il termine di sei mesi entro il quale dovrebbe avvenire il trasferimento; iii) il giudice di merito sarebbe incorso “in un errore di carattere interpretativo, avendo ritenuto che la sentenza della Corte di Giustizia Europea (Grande Sezione) del 26 luglio 2017 abbia sancito la sola possibilità di invocare le norme dettate dall’art. 21 del Regolamento Dublino”, mentre, invece, detta sentenza, in realtà, aveva affermato “un concetto ben diverso e segnatamente che: “anche se le disposizioni dell’art. 21, paragrafo 1, di tale regolamento mirano a disciplinare la procedura di presa in carico, esse contribuiscono altresì, alla pari dei criteri indicati al capo III di detto regolamento, a determinare lo Stato membro competente, ai sensi del medesimo regolamento. Pertanto, una decisione di trasferimento verso uno Stato membro diverso da quello presso cui la domanda di protezione internazionale è stata presentata non può essere validamente adottata una volta scaduti i termini che figurano in tali disposizioni”. Ne deriva che tra le norme procedurali invocabili rientra certamente anche l’art. 21, paragrafo 1, del regolamento Dublino III, che pone i termini massimi per la presentazione di una richiesta di presa in carico di un richiedente asilo e che allo scadere di questi termini, la normativa comunitaria prevede il trasferimento automatico della competenza in capo allo Stato richiedente, ma non certo, come affermato dal Tribunale di Ancona, nel senso che solo le norme dell’art. 21 possono essere invocate alla pari dei criteri indicati al capo III di detto regolamento”; iv) proprio tenuto conto di quanto affermato nella descritta sentenza della Corte di Giustizia Europea (Grande Sezione) del 26 luglio 2017, allora, “non vi è motivo per cui non ritenere che anche le regole dettate dall’art. 23 del Regolamento Dublino, volte a disciplinare la procedura di ripresa in carico, contribuiscono al pari delle norme dettate dall’art. 21, a determinare la competenza dello Stato membro. Pertanto, trattandosi in entrambi i casi di norme procedurali, non vi è motivo per cui non ritenere che il richiedente asilo non abbia la facoltà di invocare l’eventuale scadenza del termine di cui all’art. 23, in ossequio dell’art. 27 del regolamento di Dublino”;

II) “Violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 3, comma sexies”. Si ascrive al tribunale dorico di aver pronunciato il decreto oggi impugnato circa tredici giorni prima della scadenza del termine concesso dalla suddetta norma al richiedente per il deposito di note difensive successivamente all’avvenuta costituzione dell’Unità Dublino. Ciò aveva leso il diritto di difesa dell’ I., così impossibilitato a depositare le note predette, “che avrebbero potuto essere oggetto di valutazione da parte dell’Organo Giudicante”.

2. In via pregiudiziale rispetto all’esame delle descritte doglianze, deve essere valutata la validità, o non, per questo giudizio di legittimità, della procura ad litem conferita all’Avv. Renzo Interlenghi ed allegata in calce al ricorso.

2.1. In proposito, è opportuno ricordare che, il D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 3, comma 3-septies, (Attuazione della direttiva 2005/85/CE recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato), – introdotto dal D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, convertito, con modificazioni, dalla L. 13 aprile 2017, n. 46 (Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale) ed applicabile ai procedimenti, come quello in esame, introdotti dopo il centottantesimo giorno dalla data di entrata in vigore del medesimo decreto-legge (cfr. art. 21, comma 1 menzionato D.L.) nel sancire la ricorribilità per cassazione, nel termine ivi previsto, del decreto reso dal tribunale innanzi al quale sia stato proposto il ricorso ex art. 3, comma 3-bis medesimo D.Lgs., contro la decisione di trasferimento resa dalla cd. Unità Dublino, dispone, tra l’altro, che “La procura alle liti per la proposizione del ricorso per cassazione deve essere conferita, a pena di inammissibilità del ricorso, in data successiva alla comunicazione del decreto impugnato; a tal fine il difensore certifica la data di rilascio in suo favore della procura medesima” (norma di contenuto affatto identico, sul punto, a quanto stabilito, per i ricorsi in Cassazione in materia di protezione internazionale, dall’art. 35-bis, comma 13 menzionato D.Lgs., anch’esso introdotto dal D.L. n. 13 del 17, convertito, con modificazioni, dalla L. 13 n. 46 del 2017 ed applicabile ai procedimenti introdotti dopo il centottantesimo giorno dalla data di entrata in vigore del medesimo decreto-legge).

2.1.1. Trattasi, come è evidente, di previsione (come quella di cui al riportato D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, comma 13) che incide significativamente, ampliandola, sulla portata del potere di certificazione dell’autografia della sottoscrizione della parte riconosciuto al difensore dall’art. 83 c.p.c., comma 3. Invero, l’attribuzione dello specifico onere di certificare la data dell’apposizione della firma da parte del richiedente la protezione internazionale implica l’ulteriore prescrizione della contestualità spazio-temporale dell’atto di conferimento della procura e dell’atto di autenticazione. La data del rilascio, che, alla stregua della disciplina generale, non costituisce un elemento di forma-contenuto dell’atto di procura, né una condizione di efficacia della certificazione del difensore, nella suddetta disposizione assurge a requisito condizionante l’ammissibilità stessa del ricorso per cassazione. La potestà asseverativa del difensore, come ridefinita per il processo in materia di protezione internazionale, rivela, dunque, un’evidente vocazione probatoria, essendo demandato al primo di attestare il preciso momento in cui il conferente – necessariamente al suo cospetto – la sottoscrive.

2.2. Le Sezioni Unite di questa Corte, investite (cfr. ordinanze interlocutorie nn. 28208-28209 del 2020 e nn. 29250-29251 del 2020) della risoluzione del contrasto insorto nella giurisprudenza di legittimità in ordine al “se la procura speciale per il ricorso in Cassazione in materia di protezione internazionale necessiti di una doppia certificazione del difensore riferita sia alla data dell’atto – necessariamente posteriore alla decisione impugnata – che all’autenticità della firma del ricorrente” (altresì ricordandosi che le successive ordinanze interlocutorie nn. 5213-5214 del 2021, nel rimettere alle Sezioni Unite la medesima questione di massima di particolare importanza oggetto di contrasto, avevano sollecitato, in particolare, una “interpretazione conforme ai parametri costituzionali e unionali del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, comma 13, avuto riguardo alle concrete modalità di certificazione da parte del difensore, a pena di inammissibilità, della data di rilascio della procura speciale per la proposizione del ricorso per cassazione”), con la recentissima sentenza dell’1 giugno 2021, n. 15177, hanno sancito che: i) “il D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, comma 13, nella parte in cui prevede che “La procura alle liti per la proposizione del ricorso per cassazione deve essere conferita, a pena di inammissibilità del ricorso, in data successiva alla comunicazione del decreto impugnato; a tal fine il difensore certifica la data di rilascio in suo favore della procura medesima”, ha richiesto, quale elemento di specialità rispetto alle ordinarie ipotesi di rilascio della procura speciale regolate dagli artt. 83 e 365 c.p.c., il requisito della posteriorità della data rispetto alla comunicazione del provvedimento impugnato, prevedendo una speciale ipotesi di “inammissibilità del ricorso”, nel caso di mancata certificazione della data di rilascio della procura in suo favore da parte del difensore”; ii) “La procura speciale per il ricorso per cassazione per le materie regolate dal D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, comma 13, e dalle disposizioni di legge successive che ad esse rimandano deve contenere in modo esplicito l’indicazione della data successiva alla comunicazione del provvedimento impugnato e richiede che il difensore certifichi, anche solo con una unica sottoscrizione, sia la data della procura successiva alla comunicazione che l’autenticità della firma del conferente”.

2.2.1. Non vi è dubbio, peraltro, che una siffatta conclusione debba valere anche per la già indicata procura speciale ad litem di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 3, comma 3-septies, atteso l’identico tenore letterale di quest’ultima norma rispetto a quella specificamente oggetto della pronuncia delle Sezioni Unite.

2.3. Pertanto, applicandosi il riportato principio (pienamente condiviso dal Collegio e le cui ragioni giustificatrici, come ampiamente esposte nella menzionata decisione, devono intendersi, per brevità, interamente richiamate in questa sede) all’odierno procedimento, ne consegue la nullità della procura speciale conferita dal ricorrente all’Avv. Renzo Interlenghi, apposta in calce al ricorso per cassazione su foglio congiunto. Essa, infatti, benché dettagliata nel contenuto con indicazione del decreto di rigetto adottato dalla sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Ancona – e della sua data (decreto n. 6802/2019, notificato il 23.5.2019) – contro il quale si intendeva proporre ricorso per cassazione e pur recando, accanto alla firma del conferente, la data di rilascio della procura successiva a quella del decreto impugnato – 5.6.2019 -, non contiene alcuna espressione dalla quale risulti che il difensore abbia inteso certificare che la data di conferimento della procura sia stata successiva alla comunicazione provvedimento impugnato recando unicamente l’autenticazione della firma con la seguente dicitura “V per autentica”.

3. Il presente ricorso, pertanto, va dichiarato inammissibile, potendo interamente compensarsi le spese di questo giudizio di legittimità in ragione della sopravvenienza della menzionata decisione delle Sezioni Unite rispetto alla data di deposito del ricorso.

3.1. Deve darsi atto, infine, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 che, stante il tenore della pronuncia adottata, sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente (e non del suo difensore, avendo quest’ultimo agito sulla base di una procura nulla, ma non inesistente. Cfr., specificamente, Cass., SU, n. 15177 del 2021), di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e compensa interamente tra le parti le spese di questo giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Prima civile della Corte Suprema di cassazione, il 28 maggio 2021, e, a seguito di riconvocazione, il 1 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 luglio 2021

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