Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19644 del 22/07/2019

Cassazione civile sez. VI, 22/07/2019, (ud. 17/04/2019, dep. 22/07/2019), n.19644

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 5923/2018 R.G. proposto da:

C.A., rappresentato e difeso, per procura speciale in

calce al ricorso, dall’avv. Federica de RITIS, presso il cui studio

legale sito in Roma, alla via Montesano, n. 52, (studio legale

Baccari) è elettivamente domiciliato;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, presso la quale è domiciliata in Roma, alla via dei

Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 6529/17/2017 della Commissione tributaria

regionale della CAMPANIA, depositata il 10/07/2017; udita la

relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 17/04/2019 dal Consigliere Lucio LUCIOTTI.

Fatto

RILEVATO

che:

– in controversia relativa ad impugnazione di un avviso di accertamento in materia di IRPEF per l’anno d’imposta 2010, con la sentenza impugnata la CTR rigettava l’appello proposto dal contribuente rilevando, per quanto ancora qui di interesse, la regolarità della delega conferita al funzionario che aveva sottoscritto l’atto impositivo impugnato;

– avverso tale statuizione il contribuente propone ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui replica l’intimata con controricorso;

– sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi del novellato art. 380 bis c.p.c., risulta regolarmente costituito il contraddittorio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso viene dedotta la “omessa e/o insufficiente motivazione in ordine al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 23, in relazione al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 18 ed art. 53, comma 1”. Lamenta il ricorrente l’omessa pronuncia sull’eccezione, proposta in primo grado e riproposta in grado di appello, con riferimento alla delega del Direttore dell’Agenzia delle entrate al funzionario che aveva sottoscritto le controdeduzioni depositate in primo grado.

2. Il motivo è inammissibile, non solo per la erronea sussunzione del vizio, dedotto come vizio motivazionale, peraltro nella formulazione antecedente alla riforma del 2012, anzichè come error in procedendo, in violazione dell’art. 112 c.p.c., (v. Cass. 17.9.2013, n. 21165 secondo cui costituisce causa di inammissibilità del ricorso per cassazione l’erronea sussunzione del vizio, che il ricorrente intende far valere in sede di legittimità, nell’una o nell’altra fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c.), ma anche e soprattutto per la novità della questione dedotta, la cui prospettazione nei precedenti gradi di merito non è desumibile nè dal contenuto del ricorso nè dalla sentenza impugnata. Secondo il condivisibile orientamento di questa Corte, “qualora una determinata questione giuridica – che implichi accertamenti di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa” (Cass. n. 1435 del 2013; conf. Cass. n. 23675 del 2013, n. 27568 del 2017).

2. Con il secondo motivo viene dedotta la “omessa e/o insufficiente motivazione in ordine al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, in relazione alla L. n. 212 del 2000, art. 2 e art. 7 comma 2, ed all’art. 2697 c.c., oltre che vizio di insufficiente motivazione”. Lamenta il ricorrente che “la sentenza (…) erra laddove non entra nel merito, oltre che nell’esame, del mancato deposito (e/o allegazione) della delega relativa all’avviso di accertamento”, effettuata solo nel giudizio d’appello mediante deposito di una “disposizione di servizio” neppure conforme all’originale, che non era stata nemmeno allegata all’atto impositivo impugnato.

3. Il motivo è inammissibile. Pur volendo tralasciare il profilo di inammissibilità dello stesso per la simultanea deduzione, in relazione alla medesima statuizione impugnata, del vizio di violazione di norme di diritto e del vizio logico di motivazione, accomunati inestricabilmente nella esposizione dei motivi, in modo da tale da non rendere possibile scindere le ragioni poste a sostegno dell’uno o dell’altro vizio (cfr. Cass. n. 9793 del 2013; v. anche Sez. U., n. 9100 del 2015 e, in motivazione, Cass. n. 17526 del 2016 che richiama Sez. U. n. 26242 del 2014 e Sez. U. n. 17931 del 2013), il mezzo di cassazione in esame incorre nel vizio di inammissibilità per difetto di autosufficienza, avendo il ricorrente del tutto trascurato di riprodurre il contenuto della “disposizione di servizio” prodotta dall’amministrazione finanziaria, così impedendo a questa Corte la verifica sulla fondatezza del motivo proposto.

4. Il motivo è comunque infondato là dove si sostiene la necessaria allegazione all’avviso di accertamento della delega da parte del Direttore dell’Agenzia delle entrate al funzionario che lo ha sottoscritto, invero non prevista nè dalla L. n. 212 del 2000, artt. 2 e 7, nè da altra disposizione.

6. Conclusivamente, quindi, il ricorso va dichiarato inammissibile ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, nella misura liquidata in dispositivo, nei soli confronti della controparte costituita.

PQM

dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.300,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13 comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 17 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 luglio 2019

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