Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19639 del 04/08/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. II, 04/08/2017, (ud. 27/02/2017, dep.04/08/2017),  n. 19639

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3305 – 2015 R.G. proposto da:

O.G. – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato in Roma,

al corso Vittorio Emanuele II, n. 173, presso lo studio

dell’avvocato professor Salvatore Maccarone che lo rappresenta e

difende in virtù di procura speciale margine del ricorso.

– ricorrente –

contro

COMMISSIONE NAZIONALE per le SOCIETA’ e la BORSA (“Consob”) – c.f.

(OMISSIS) – in persona del presidente e legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa congiuntamente e disgiuntamente in

virtù di procura speciale a margine del controricorso dagli

avvocati Salvatore Providenti, Gianfranco Randisi, Simona Zagaria e

Stefania Lopatriello ed elettivamente domiciliata in Roma, alla via

G. B. Martini, n. 3, presso la propria sede.

– controricorrente –

Avverso il decreto dei 21.5/10.9.2014 della corte d’appello di

Milano;

Udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 27

febbraio 2017 dal consigliere dott. Luigi Abete;

Udito l’avvocato professor Salvatore Maccarone per il ricorrente;

Uditi gli avvocati Salvatore Providenti e Stefania Lopatriello per la

controricorrente “Consob”;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto procuratore

generale dott. Capasso Lucio, che ha concluso per il rigetto del

ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con Delib. 6 dicembre 2013, n. 18725 la “Consob” ingiungeva a O.G., quale sindaco dal 22.4.2005 al 17.2.2010 e quale presidente del collegio sindacale dal 18.2.2010 al 13.4.2012 della “Milano Assicurazioni” s.p.a., il pagamento della somma di Euro 382.000,00, corrispondente all’ammontare complessivo di sanzioni pecuniarie irrogate per non aver adempiuto i doveri imposti dall’art. 149, comma 1, lett. a), b), c) e c bis), T.U.F. in relazione ad operazioni con parti correlate poste in essere dalla “Milano Assicurazioni” con taluni soci di riferimento ovvero con società a costoro facenti capo, in relazione al rinnovo ed all’estensione dell’incarico di consulenza conferito all’ingegner L.S. ed in relazione alle carenze riscontrate nel sistema di controllo interno e nella struttura organizzativa.

Con ricorso in data 7.1.2014 O.G. proponeva opposizione alla corte d’appello di Milano ai sensi dell’art. 195, comma 4, T.U.F..

Chiedeva, tra l’altro, che l’adita corte annullasse la Delib. n. 18725 del 2013; in subordine, che riducesse al minimo l’ammontare delle sanzioni.

Costituitasi, la “Consob” instava per il rigetto dell’avversa opposizione.

Con decreto dei 21.5/10.9.2014 la corte d’appello di Milano rigettava l’opposizione e condannava l’opponente alle spese del procedimento.

Avverso tale decreto ha proposto ricorso O.G.; ne ha chiesto sulla scorta di sette motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione in ordine alle spese di lite.

La “Consob” ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile ed in ogni caso rigettarsi l’avversa impugnazione con il favore delle spese.

Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

La “Consob” del pari ha depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 149, commi 1 e 3, T.U.F., della L. n. 689 del 1981, art. 3, comma 1 e art. 23, dell’art. 2697 cod. civ. e dell’art. 27 Cost., comma 1.

Deduce che la corte di merito non ha considerato i numerosi e concordanti elementi all’uopo addotti che “chiaramente superano la “presunzione di colpa” in capo al Collegio Sindacale, (…) in relazione ad una asserita inerzia a fronte di non ben identificati elementi che avrebbero dovuto (…) indurre il Collegio ad assumere iniziative e, fra queste, la denuncia alla Consob” (così ricorso, pag. 19); che la corte distrettuale ha del tutto trascurato le risultanze documentali da cui era possibile desumere che il collegio sindacale giammai ha avuto consapevolezza della sussistenza di irregolarità, di ragioni di pericolo che avrebbero dovuto stimolarne l’attenzione; che invero nessun elemento, percepibile dal collegio sindacale, deponeva nel senso che le operazioni con parti correlate fossero manifestamente imprudenti o contrarie all’interesse della “Milano Assicurazioni”.

Deduce segnatamente che l’operazione “(OMISSIS)” è stata deliberata nel 2003, allorchè non aveva ancora assunto la carica di sindaco, ed è stata “conclusa sulla base di una fairness opinion rilasciata dalla società KPMG e seguendo i suggerimenti tecnici contenuti” (così ricorso, pag. 23) in un’apposita legai opinion; che analogamente l’operazione “(OMISSIS)” è stata “deliberata, con il consueto corredo di fairness e legai opinion di esperti indipendenti, quando (…) ancora non era sindaco della Compagnia” (così ricorso, pag. 24); che anche l’operazione “(OMISSIS)” è stata deliberata osservando la procedura prevista per le operazioni con parti correlate.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 149, commi 1 e 3, T.U.F., della L. n. 689 del 1981, art. 3, comma 1 e art. 23, degli artt. 2697 e 2497 ter cod. civ. e dell’art. 27 Cost., comma 1.

Deduce che i rilievi addotti con il primo motivo rivestono valenza pur in ordine all’operazione “(OMISSIS)”.

Deduce altresì che la corte territoriale ha travisato l’art. 2497 ter cod. civ., allorchè ha postulato che “i principi di comportamento per operazioni con parti correlate si sarebbero dovuti applicare anche alle operazioni svolte da società controllate” (così ricorso, pag. 26), in particolare, allorchè ha assunto che il collegio sindacale avrebbe dovuto indagare sulla società controllata “Carlo Magno”.

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 149, commi 1 e 3, della L. n. 689 del 1981, art. 3, comma 1 e art. 23, dell’art. 2697 cod. civ., del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 5 e dell’art. 27 Cost., comma 1.

Deduce che alla stregua della documentazione allegata si ha riscontro che l’acquisto della partecipazione in “(OMISSIS)” è stato realizzato con la piena osservanza del procedimento previsto; che, “in presenza di tutte le verifiche e le opinion acquisite e di un prezzo pari a circa la metà del valore risultante dalla stima fatta dall’esperto indipendente” (così ricorso, pag. 28), l’istruttoria non è stata per nulla affrettata o carente; che del resto l’operazione è stata espressamente autorizzata dall'”I.S.V.A.P.”, il che, quanto meno, costituisce indice della carenza dell’elemento soggettivo dell’illecito.

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 149, commi 1 e 3, T.U.F., della L. n. 689 del 1981, art. 3, comma 1 e art. 23, degli artt. 2391 e 2697 cod. civ. e dell’art. 27 Cost., comma 1.

Deduce con riferimento all’operazione “(OMISSIS)” che del tutto ingiustificata è l’affermazione della corte lombarda secondo cui la medesima “operazione sarebbe stata preordinata ai danni della Milano e ad esclusivo vantaggio della (OMISSIS)” (così ricorso, pag. 29); che, contrariamente all’assunto della corte d’appello, secondo cui sarebbero state create le premesse di un conflitto di interesse tra il “(OMISSIS)” e “(OMISSIS)” – partecipata dalla “Milano Assicurazioni” – “il conflitto di interesse è una situazione attuale, che deve essere percepibile come tale e non essere soltanto una eventualità futura” (così ricorso, pag. 30).

Con il quinto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 149, commi 1 e 3, T.U.F., della L. n. 689 del 1981, art. 3, comma 1 e art. 23, dell’art. 2381 c.c., comma 5 e art. 2697 cod. civ. e dell’art. 27 Cost., comma 1.

Deduce con riferimento alle consulenze attribuite dall’amministratore delegato – con successiva tardiva informazione del consiglio di amministrazione – all’ingegner L.S. nell’anno 2003, allorchè egli ricorrente non aveva ancora assunto la veste di sindaco della “Milano Assicurazioni”, consulenze poi “rinnovatesi in modo tacito, in conformità alle previsioni del contratto iniziale” (così ricorso, pag. 31), che “nessun elemento, in particolare l’assenza di reazioni da parte degli altri amministratori, (…) poteva suggerire che la costituzione di questo rapporto e la sua disciplina fossero avvenute senza il rispetto delle procedure e formalità necessarie” (così ricorso, pag. 32).

Deduce inoltre che assolutamente ingiustificata è la duplicazione della sanzione; che del tutto artificiosa è la diversificazione della rinnovazione del rapporto dall’ampliamento del suo contenuto.

Con il sesto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 149, commi 1 e 3, T.U.F., della L. n. 689 del 1981, art. 3, comma 1 e art. 23, dell’art. 2697 cod. civ., del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 5 e dell’art. 27 Cost., comma 1.

Deduce con riferimento all’acquisto della partecipazione della “HEDF Isola s.c.s.” che non erano emersi segnali di pericolo, che “vi erano anzi elementi del tutto rassicuranti in ordine alla correttezza dell’operazione” (così ricorso, pag. 34); che d’altra parte il collegio sindacale non vigila sulla buona amministrazione ma sulla corretta amministrazione; che ingiustificata è la svalutazione dell’autorizzazione dell'”I.V.ASS.”, autorizzazione che, viceversa, non può non indurre ad escludere ogni forma di negligenza.

Con il settimo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 149, comma 1, lett. c), T.U.F., della L. n. 689 del 1981, art. 3, comma 1, art. 8, comma 1 e art. 23, dell’art. 2697 cod. civ. e dell’art. 27 Cost., comma 1.

Deduce che la sanzione irrogata per la violazione in sè dell’art. 149, comma 1, lett. c), T.U.F. si è risolta nella duplicazione delle sanzioni già irrogate in relazione alle singole operazioni oggetto di contestazione alla stregua dell’art. 149, comma 1, T.U.F.; che d’altronde “il difettoso assetto del sistema dei controlli interni (…) si è manifestato proprio nelle operazioni che sono state censurate e sanzionate” (così ricorso, pag. 37); che al contempo il collegio sindacale giammai ha potuto rilevare l’inadeguatezza delle varie componenti del sistema di controllo interno; che d’altro canto sarebbe stato necessario ancorare la valutazione ad un giudizio ex ante e non già ex post, giacchè altrimenti si configura una inaccettabile responsabilità da ruolo.

Deduce che comunque al riguardo si versa al cospetto di un’ipotesi di concorso formale; che se è vero che la violazione di cui all’art. 149, comma 1, lett. c), T.U.F. è di carattere generale, sicchè le irregolarità contestate con riferimento alle singole operazioni sono mere manifestazioni, si è certamente al cospetto di un’ipotesi in cui con un’unica condotta sono state commesse plurime violazioni amministrative, sicchè si sarebbe imposta l’applicazione della L. n. 689 del 1981, art. 8, comma 1.

Il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto ed il sesto motivo di ricorso sono strettamente connessi.

Si rappresenta invero che i motivi anzidetti si qualificano, tutti, esclusivamente in relazione alla previsione dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5 (si condividono quindi le prospettazioni della controricorrente secondo cui “le doglianze di parte avversa non potranno in ogni caso condurre codesta Corte a rinnovare nel merito l’esame delle singole operazioni contestate” e secondo cui “le censure si incentrano su apprezzamenti di fatto già operati del giudice del merito”: così memoria ex art. 378 cod. proc. civ. “Consob”, pag. 3).

Occorre tener conto, da un lato, che O.G., coi medesimi motivi, censura sostanzialmente il giudizio “di fatto” cui la corte di merito ha atteso (“il decreto (…) si muove infatti all’interno di un inaccettabile circolo vizioso, caratterizzato da una ricostruzione ex post dei fatti (…)”: così ricorso, pag. 19; “Operazione (OMISSIS) (…) le censure (…) condivise dal decreto impugnato, sono (…) chiaramente ancorate a considerazioni ex post”: così ricorso, pag. 25; “acquisto di partecipazioni azionarie in (OMISSIS) (…) il (…) Collegio (…) ha svolto (…) con consapevolezza ed impegno il proprio ruolo”: così ricorso, pag. 28; “acquisto delle quote del Fondo Immobiliare Athens (…) il Collegio Sindacale della Compagnia ha esaminato l’operazione, acquisendo gli elementi di valutazione e di giudizio che ne erano alla base”: così ricorso, pag. 29; “in questo stato di cose, appare davvero difficile ritenere che il Prof. O. abbia violato la previsione dell’art. 149 T.U.F., ponendo in essere un comportamento negligente (…)”: così ricorso, pag. 32; “sembra invece, al contrario, che al Collegio Sindacale e al Prof. O. nulla possa essere rimproverato (…)”: così ricorso, pag. 35).

Occorre tener conto, dall’altro, che è propriamente il motivo di ricorso ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che concerne l’accertamento e la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia (cfr. Cass. sez. un. 25.11.2008, n. 28054; cfr. Cass. 11.8.2004, n. 15499, secondo cui l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e impinge nella tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione).

Il che è esattamente nel caso di specie, giacchè il ricorrente adduce che la corte distrettuale avrebbe ricostruito correttamente le caratteristiche dell’obbligo di vigilanza dei sindaci delle società quotate, ma avrebbe fatto “poi cattivo uso della ricostruzione compiuta” (così ricorso, pag. 17).

Si giustifica dunque la disamina simultanea dei motivi de quibus.

Siffatti motivi in ogni caso sono destituiti di fondamento.

Si rappresenta previamente che i vizi motivazionali in tal guisa veicolati rilevano nei limiti della novella formulazione dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5 applicabile ratione temporis al caso di specie (il decreto della corte di Milano è stata depositato il 10.9.2014), cosicchè riveste valenza l’insegnamento delle sezioni unite di questa Corte (il riferimento è a Cass. sez. un. 7.4.2014, n. 8053).

In questi termini si rappresenta ulteriormente quanto segue.

Per un verso, che è da escludere recisamente che taluna delle figure di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla stregua dell’indicazione nomofilattica a sezioni unite testè menzionata, possa scorgersi in relazione alle motivazioni cui la corte territoriale ha ancorato il suo dictum.

In particolare, con riferimento al paradigma della motivazione “apparente” – che ricorre allorquando il giudice di merito non procede ad una approfondita disamina logico – giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16672) – la corte di Milano ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il percorso argomentativo seguito (ha specificato, tra l’altro, che “la vigilanza dei sindaci (…) impone tuttavia l’esercizio di un controllo dell’azione gestoria nel suo complesso (…) anche quando la complessa e articolata organizzazione aziendale (…) preveda l’istituzione di specifiche funzioni di controllo e contabile interna”: così decreto impugnato, pag. 10; che “tali doveri di vigilanza appaiono poi accentuati nel caso di approvazione da parte della società quotata, di operazioni con parti correlate (…)”: così decreto impugnato, pag. 10; che “tutte le operazioni (…) presentavano indici di elevata rischiosità, perchè: (…)”: così decreto impugnato, pag. 11; che “per quanto attiene alla posizione specifica di O.G. (…)”: così decreto impugnato, pag. 15; che “con riguardo alla posizione specifica di O. (…)”: così decreto impugnato, pag. 18).

Per altro verso, che è da ammettere senza dubbio che la corte lombarda – nel segno della regola per cui la L. n. 689 del 1981, art. 3 dà corpo ad una presunzione di colpa, sicchè grava sull’agente l’onere della dimostrazione di aver agito senza colpa – ha disaminato i fatti storici decisivi caratterizzanti la res litigiosa ovvero le concrete circostanze asseritamente idonee a dar ragione dell’esimente della buona fede.

Del resto, il ricorrente censura l’asserita distorta ed erronea valutazione delle risultanze di causa (“il decreto (…) si muove (…) assumendo (…) la responsabilità del Collegio senza alcuna considerazione dei numerosi e concordanti elementi e circostanze, addotti dal Prof. O. (…)”: così ricorso, pag. 19; “la testimonianza di questo è offerta dalla documentazione acquista al giudizio di opposizione (…) così ricorso, pag. 26; vengono postulati “come dati elementi del tutto indimostrati”: così ricorso, pag. 30; “in ogni caso, come risulta documentalmente e come il Collegio Sindacale all’epoca accertò, l’iter decisionale (…) è stato comunque condotto (…)”: così ricorso, pag. 31; “nessun elemento, in particolare l’assenza di reazioni da parte degli altri amministratori, soprattutto nella valutazione di un sindaco da poco nominato, poteva suggerire che (…)”: così ricorso, pag. 32; “lo stravolgimento della portata della norma è reso ancor più evidente dalla completa svalutazione (…) dell’autorizzazione dell’IVASS”: così ricorso, pag. 34).

E tuttavia il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

In ogni caso l’iter motivazionale che sorregge il dictum della corte d’appello risulta in toto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente congruo ed esaustivo.

Specificamente si rappresenta che ai sensi dell’art. 151, comma 1, T.U.F. “i sindaci possono, anche individualmente, procedere in qualsiasi momento ad atti di ispezione e di controllo, nonchè chiedere agli amministratori notizie, anche con riferimento a società controllate, sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari, ovvero rivolgere le medesime richieste di informazione direttamente agli organi di amministrazione e di controllo delle società controllate”. Ai sensi del comma 2, medesimo art. “il collegio sindacale può (…) avvalersi di dipendenti della società per l’espletamento delle proprie funzioni. I poteri di convocazione e di richiesta di collaborazione possono essere esercitati anche individualmente da ciascun membro del collegio, ad eccezione del potere di convocare l’assemblea dei soci, che può essere esercitato da almeno due membri”. Ai sensi dell’art. 150 T.U.F., comma 4 “coloro che sono preposti al controllo interno riferiscono anche al collegio sindacale di propria iniziativa o su richiesta anche di uno solo dei sindaci”.

Alla luce delle prerogative anzidette (che evidentemente danno ragione sul terreno della disciplina delle società quotate della significativa dilatazione dei poteri che la normativa codicistica, segnatamente l’art. 2403 bis cod. civ., accorda al collegio sindacale ed al contempo dell’impossibilità di assimilazione dei sindaci ai consiglieri privi di delega, per i quali ultimi, nonostante l’obbligo ex art. 2381 c.c., u.c., prima parte, di “agire in modo informato”, si è in dottrina correttamente disconosciuta la possibilità di “indagini dirette o “dirette” acquisizioni di documenti (…) su singoli fatti”) ed in particolar modo alla luce del potere di ciascun sindaco di procedere anche individualmente in qualsiasi momento ad atti di ispezione e di controllo e di richiedere agli amministratori notizie su determinati affari, si impongono nella fattispecie i rilievi che seguono.

Innanzitutto, si legittima la reiterazione dell’insegnamento di questa Corte alla cui stregua, in tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, la complessa articolazione della struttura organizzativa di una società di investimenti non può comportare l’esclusione od anche il semplice affievolimento del potere – dovere di controllo riconducibile a ciascuno dei componenti del collegio sindacale, i quali, in caso di accertate carenze delle procedure aziendali predisposte per la corretta gestione societaria, sono sanzionabili a titolo di concorso omissivo “quoad functione”, gravando sui sindaci, da un lato, l’obbligo di vigilanza – in funzione non soltanto della salvaguardia degli interessi degli azionisti nei confronti di atti di abuso di gestione da parte degli amministratori, ma anche della verifica dell’adeguatezza delle metodologie finalizzate al controllo interno della società di investimenti, secondo parametri procedimentali dettati dalla normativa regolamentare “Consob”, a garanzia degli investitori – e, dall’altro lato, l’obbligo legale di denuncia immediata alla Banca d’Italia ed alla “Consob” (cfr. Cass. 29.3.2016, n. 6037; Cass. sez. un. 30.9.2009, n. 20934).

Altresì, per nulla si giustificano la prospettazione del ricorrente a tenor della quale il collegio sindacale, “in conseguenza del flusso delle informazioni provenienti dalle altre strutture aziendali di controllo, (…) delle specifiche autorizzazioni, per alcune operazioni, rilasciate dall’I.S.V.A.P. (…)” (così ricorso, pag. 20), ha sempre tratto la incolpevole convinzione “che nulla (…) denunciasse o anche solo inducesse a ritenere la presenza di irregolarità” (così ricorso, pag. 20) nonchè la prospettazione a tenor della quale “non può imputarsi al Collegio (…) di aver fatto affidamento sulle informazioni ricevute dalle strutture aziendali preposte al controllo” (così ricorso, pag. 22).

Ancora, si è al cospetto non già “dell’inaccettabile assioma che, se irregolarità sono state compiute, comunque il Collegio Sindacale, proprio e solo perchè tale, ne è responsabile” (così ricorso, pag. 21).

Sibbene si è al cospetto del mancato od, al più, dell’incompiuto esercizio da parte del ricorrente della sua individuale prerogativa, recte del suo potere – dovere, di procedere in qualsiasi momento ad atti di ispezione e di controllo, di richiedere all’organo gestorio informazioni in ordine alle operazioni poi sanzionate, mancato od incompiuto esercizio di cui, in verità, lo stesso O.G. dà contezza (“ha fatto anche presente che (…) non prese visione del parere del Prof. M. che segnalava elementi di criticità nella conclusione di questa operazione”: così ricorso, pag. 23; “prendendo conoscenza dell’esistenza del rapporto (…) attraverso la comunicazione al Consiglio fatta dall’Amministratore Delegato”: così ricorso, pag. 32).

In questo quadro talune finali puntualizzazioni si rendono necessarie.

In primo luogo, il riferimento alla “convenienza dell’operazione”, di cui a pagina 20 dell’impugnato decreto, deve essere inteso cum grano salis: la corte di merito non ha inteso stigmatizzare il mancato riscontro della convenienza tout court, della opportunità dell’operazione denominata “(OMISSIS)”, ha inteso censurare, piuttosto, l’omesso riscontro, in violazione del disposto dell’art. 149 T.U.F., comma 1, lett. b) della contrarietà dell’operazione agli elementari principi di regolare amministrazione, della “rischiosità della stessa” (così decreto impugnato, pag. 20. Ovviamente non vi è margine per valutazioni in tema di opportunità economica dell’azione dell’organo di amministrazione, atteso che il controllo pur dell’autorità giudiziaria trova limite nella discrezionalità imprenditoriale; e tuttavia è da far salva l’ipotesi in cui l’azione degli amministratori si configuri come palesemente irrazionale e contraria agli elementari principi di regolare amministrazione: cfr. Cass. 12.2.2013, n. 3409).

In secondo luogo, i sindaci della controllante sono dall’art. 151 T.U.F., comma 1 abilitati a rivolgere, anche individualmente, “richieste di informazione direttamente agli organi di amministrazione e di controllo delle società controllate”.

Su tale scorta – ed al di là dell’improprio riferimento all’art. 2497 bis cod. civ. che si rinviene a pagina 23 del decreto impugnato – di certo non è da disconoscere il “dovere del Collegio Sindacale di indagare sulla società controllata Carlo Magno” (così ricorso, pag. 26).

Si tenga conto che a norma dell’art. 2497 c.c., comma 1, “le società o gli enti che, esercitando attività di direzione e coordinamento di società, agiscono nell’interesse imprenditoriale proprio o altrui in violazione dei principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società medesime, sono direttamente responsabili nei confronti (…)”.

In terzo luogo, per nulla ingiustificata è l’irrogazione di due distinte sanzioni, l’una, con riferimento al terzo rinnovo dell’incarico di consulenza conferito all’ingegner L.S., l’altra, con riferimento all’estensione dello stesso incarico: si tratta, siccome univocamente si evince dalla descrizione di cui alle note 9 e 10, a pagina 3, dell’impugnato decreto, di fattispecie concrete oggettivamente diverse.

Destituito di fondamento è pur il settimo motivo.

Si evidenzia che il collegio sindacale vigila, ai sensi dell’art. 149 T.U.F., comma 1, lett. a) “sull’osservanza della legge e dell’atto costitutivo”, ai sensi dell’art. 149 T.U.F., comma 1, lett. b) “sul rispetto dei principi di corretta amministrazione”, ai sensi dell’art. 149 T.U.F., comma 1, lett. c) “sull’adeguatezza della struttura organizzativa della società per gli aspetti di competenza, del sistema di controllo interno e del sistema amministrativo – contabile nonchè sull’affidabilità di quest’ultimo nel rappresentare correttamente i fatti di gestione”.

A fronte del surriferito quadro legislativo in toto si giustifica la prefigurazione, quale autonoma violazione, dell’illecito – sub 10) – correlato “alle carenze nel sistema di controllo interno e nella struttura organizzativa”.

In particolare va integralmente condivisa l’affermazione della corte distrettuale secondo cui la violazione de qua “attiene all’adeguatezza della struttura organizzativa societaria nel suo complesso e presenta quindi una valenza che trascende le singole violazioni, e appare ontologicamente diversa dalla condotta omissiva che caratterizza le singole operazioni” (così decreto impugnato, pag. 33).

Si tenga presente, sotto altro profilo, che, in considerazione delle prerogative, dapprima menzionate, che gli artt. 150 e 151 T.U.F. attribuiscono ai sindaci e nel solco degli insegnamenti n. 6037/2016 e n. 20934/2009, dapprima citati, di questa Corte, non vi è margine alcuno perchè possa, in relazione all’illecito concretatosi nella violazione dell’art. 149 T.U.F., comma 1, lett. c) reputarsi superata la presunzione di colpa cui la L. n. 689 del 1981, art. 3 dà corpo.

A fronte del surriferito quadro legislativo inoltre in toto si giustifica l’autonoma prefigurazione di ciascuno degli illeciti contestati e sanzionati.

In particolare, in relazione alla prospettazione finale del ricorrente ovvero in relazione all’asserita inevitabile applicabilità della L. n. 689 del 1981, art. 8, comma 1, ove è contemplata unicamente l’ipotesi del “concorso formale eterogeneo ed omogeneo” (“chi con un’azione od omissione viola diverse disposizioni che prevedono sanzioni amministrative o commette più violazioni della stessa disposizione, soggiace alla sanzione prevista per la violazione più grave, aumentata sino al triplo”), si evidenzia quanto segue.

Da un canto, che l’ontologica pluralità delle condotte illecite ascritte al ricorrente osta ex se all’applicazione della menzionata disposizione.

E’ da escludere dunque che “le irregolarità contestate con riferimento alle singole operazioni” (così ricorso, pag. 38) siano manifestazioni della violazione di cui all’art. 149, comma 1, lett. c), T.U.F..

Dall’altro, che, in tema di sanzioni amministrative, l’esercizio da parte del giudice del potere di modificare l’ordinanza amministrativa anche limitatamente all’entità della sanzione dovuta (previsto dalla L. n. 689 del 1981, art. 23 e, si aggiunge, attualmente dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 6, comma 12) non comporta la sostituzione dell’autorità giudiziaria nel potere sanzionatorio della P.A. e la conseguente emissione di un nuovo provvedimento amministrativo, bensì l’esercizio di un sindacato intrinseco circa la congruità dell’importo sanzionatorio rispetto alla fattispecie in contestazione (cfr. Cass. sez. un. 4.11.2009, n. 23318).

Cosicchè risulta ineccepibile l’affermazione della corte territoriale secondo cui, se del caso, la “Consob avrebbe anche potuto applicare il concorso formale eterogeneo, individuando, per ciascun illecito oggetto di addebito, la violazione più grave con aumento del quantum fino al triplo, ma tale impostazione non è stata seguita dall’autorità amministrativa e ora appare preclusa a questa corte in forza del principio per cui, in sede di opposizione a ordinanza ingiunzione, il giudice può procedere alla sola riduzione dell’entità della sanzione amministrativa in concreto applicata” (così decreto impugnato, pag. 36).

Il rigetto del ricorso giustifica la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

La liquidazione segue come da dispositivo.

Si dà atto che il ricorso è stato spedito per la notifica in data 22.1.2015. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (comma 1 quater introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, a decorrere dall’1.1.2013), si dà atto altresì della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. cit., art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, O.G., a rimborsare alla controricorrente, “Consob”, le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 8.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, O.G., dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit..

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 2 sez. civ. della Corte Suprema di Cassazione, il 27 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2017

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA