Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19632 del 09/07/2021

Cassazione civile sez. I, 09/07/2021, (ud. 21/05/2021, dep. 09/07/2021), n.19632

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. ROCCHI Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

C.S., rappresentato e difeso dall’avvocato Giovanbattista

Scordamaglia, per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato presso i cui uffici in Roma, Via dei

Portoghesi, 12, domicilia per legge;

– resistente –

avverso il decreto del Tribunale di Catanzaro n. 476/2020 del

4/2/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/05/2021 dal Cons. Dott. Giacomo Rocchi.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con il decreto indicato in epigrafe, il Tribunale di Catanzaro rigettava il ricorso proposto nell’interesse di C.S. avverso il provvedimento con cui la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Crotone aveva deciso di non riconoscere né la protezione internazionale né il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il ricorrente chiedeva il riconoscimento della protezione internazionale e, in subordine, la protezione sussidiaria o in estremo subordine, la protezione umanitaria.

Premesso che i vizi formali del procedimento amministrativo non rilevavano, il decreto riportava il verbale dell’audizione del richiedente tenuto davanti alla Commissione Territoriale.

Secondo il racconto del richiedente, egli era fuggito dopo avere avuto un incidente stradale a seguito del quale erano morte due persone, sapendo che la famiglia delle due persone decedute lo cercavano; per viaggiare aveva usato il denaro guadagnato da meccanico e quello donatogli da un suo amico. Giunto in Libia, aveva lavorato come meccanico fino a quando il datore di lavoro, invece di pagarlo, gli aveva detto che lo avrebbe fatto venire in Italia. Il richiedente temeva di essere ucciso nel caso fosse ritornato in Guinea, sottolineando di essere stato denunciato dalle due famiglie.

Il Tribunale, che aveva sentito personalmente il ricorrente al fine di verificare le sue competenze linguistiche e il suo grado di integrazione sociale, riteneva che nel racconto fossero presenti essenziali contraddizioni ed elementi di non plausibilità che ne minavano l’intrinseca attendibilità. In primo luogo, nel modello C3 redatto i motivi dell’espatrio erano indicati aventi natura familiare, mentre in sede di audizione il ricorrente aveva narrato la vicenda dell’incidente stradale; in secondo luogo, la dinamica dell’incidente descritta non era affatto chiara e non si comprendeva in che modo il datore di lavoro, che viaggiava sull’autovettura condotta dal ricorrente, fosse morto a seguito dell’incidente.

In conseguenza della mancanza di credibilità e intrinseca attendibilità del racconto, pertanto, la domanda di concessione dello status di rifugiato doveva essere rigettata.

La data di nascita del ricorrente era il 12/1/1996, come attestato nel mod. C3 e negli altri documenti prodotti e confermato nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Territoriale; non veniva attribuita credibilità ad un certificato di nascita, che indicava la data del 12/1/2001, prodotto solo in sede di ricorso giurisdizionale.

L’inattendibilità del racconto impediva di ritenere sussistenti i presupposti per la protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), mentre non sussisteva una condizione di conflitto locale o di violenza generalizzata nel paese della Guinea Bissau sulla base delle informazioni reperite.

Con riferimento alla protezione umanitaria, secondo il Tribunale non erano emersi seri e fondati elementi soggettivi di vulnerabilità personale previsti dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, né altri elementi di vulnerabilità soggettiva non tipizzati; le condizioni di salute del soggetto non presentavano caratteri di urgenza e gravità della patologia.

Non sussisteva una sufficiente integrazione socioeconomica del soggetto, che aveva prodotto soltanto documentazione scolastica, e, comunque, la non attendibilità della complessiva narrazione del ricorrente non consentiva di effettuare il giudizio comparativo con la situazione del Paese di origine. Il soggetto non lavora e non possiede, quindi, un adeguato reddito idoneo a mantenersi stabilmente in Italia. I maltrattamenti subiti in Libia, secondo il racconto del ricorrente, non costituivano motivo per ottenere protezione umanitaria, atteso che la valutazione comparativa riguarda il Paese di origine verso cui il ricorrente potrebbe essere rimpatriato, la Guinea Bissau.

Il Tribunale escludeva che il soggetto fosse entrato in Italia quando era ancora minorenne; in ogni caso, anche ritenendo il contrario, non vi erano elementi per ritenere che lo stesso fosse in una condizione di vulnerabilità in caso di rientro in Guinea Bissau, attesa la non attendibilità delle dichiarazioni.

2. Ricorre per cassazione il difensore di C.S., deducendo in un primo motivo violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, con riferimento ai profili di credibilità del ricorrente nonché erronea valutazione delle dichiarazioni del ricorrente.

Non sussisteva alcuna contraddizione tra i “problemi familiari” indicati nel modello C3 e il racconto dei motivi per cui era avvenuto l’allontanamento dal paese di origine, poiché effettivamente il ricorrente aveva narrato dei suoi problemi con la famiglia.

Il ricorrente, inoltra, contesta la valutazione di inattendibilità del racconto dell’incidente e della sua dinamica, sostenendo che, al contrario, il ricorrente aveva arricchito di particolari la sua versione nel corso dell’audizione. Per di più, il Giudice, nel corso dell’audizione, non aveva inteso approfondire gli aspetti della narrazione dell’incidente. Il Tribunale non aveva, quindi, argomentato in ordine all’attendibilità dei motivi che avevano indotto il ricorrente a lasciare il Paese di origine. Nel caso di rientro il ricorrente sarebbe stato sicuramente sottoposto a detenzione in condizioni inumane.

In un secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e violazione di legge.

Con riferimento al certificato di nascita prodotto, il Tribunale avrebbe dovuto compiere accertamenti officiosi al fine di provare l’età del ricorrente e verificare l’attendibilità del documento. L’errore sull’età era plausibile, tenuto conto del contesto familiare di abbandono da cui il soggetto proveniva. La condizione di vulnerabilità conseguiva direttamente alla minore età al momento della partenza dal Paese di origine e dell’arrivo in Italia.

In un terzo motivo il ricorrente deduce violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, con riferimento alla protezione sussidiaria.

Il ricorrente era sfuggito dalla Guinea Bissau per difendersi dalle carenze sistemiche della giustizia in quel Paese dimostrate da Report internazionali. Sussisteva, quindi, il presupposto di cui al cit. D.Lgs. n. 251, art. 14, comma 1, lett. b).

In un quarto motivo il ricorrente deduce violazione della stessa norma con riferimento alla situazione di violenza indiscriminata in Guinea Bissau, riportando il contenuto di un Report pubblicato sul sito del Ministero dell’Interno e lamentando la scarsità delle informazioni riportate nel decreto e la risalenza nel tempo.

In un quinto motivo il ricorrente deduce violazione di legge nel giudizio di comparazione tra integrazione sociale e situazione personale del richiedente.

Con riferimento alle condizioni di salute del ricorrente, il rischio deriva da una situazione sanitaria della Guinea Bissau arretrata e compromessa. Di conseguenza, attesi i problemi di salute, sussisteva un grave pericolo di violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani per il ricorrente.

Inoltre, il ricorrente aveva documentato il livello di integrazione sociale nel Paese, attraverso la conoscenza della lingua italiana e l’ottenimento di competenze all’esito della scuola primaria. Da parte del Tribunale era mancata la valutazione comparativa di tutti gli elementi necessari ai fini della decisione sulla protezione umanitaria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è inammissibile.

1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Il Tribunale ha fondato la valutazione dell’inattendibilità della versione resa dal ricorrente in ordine ai motivi per cui egli aveva lasciato il Paese di origine non supportata da alcun elemento di prova – sul contrasto tra quanto esposto nel mod. C3 e la versione resa davanti alla Commissione Territoriale nonché sulle contraddizioni interne al racconto dell’incidente stradale che, secondo il ricorrente, lo avrebbe indotto a lasciare il Paese.

Il primo punto è contrastato dal ricorso con considerazioni niente affatto decisive: per giustificare che, nel mod. C3, il ricorrente aveva indicato come motivo per cui C. aveva lasciato il Paese di origine i “problemi familiari”, nel ricorso si osserva che, in effetti, C. aveva parlato anche delle sue vicende familiari; ma risulta evidente dall’esposizione fatta nell’audizione, che i problemi familiari non erano affatto il motivo per l’allontanamento dalla Guinea Bissau, in quanto, secondo il suo racconto, C. già viveva lontano da sua madre per motivi di lavoro.

Quanto alla descrizione dell’incidente stradale, su cui inevitabilmente doveva concentrarsi l’attenzione del Tribunale per la valutazione della credibilità del richiedente, trattandosi di evento specifico che, secondo il suo racconto, era stato da solo decisivo per l’allontanamento dal paese di origine, il decreto argomenta in ordine all’incapacità del ricorrente di fornirne una ricostruzione credibile, tanto da restare incomprensibile il motivo per cui il suo datore di lavoro, che viaggiava sulla sua autovettura, fosse deceduto in conseguenza dell’incidente.

Le considerazioni del ricorrente sono in fatto e in nessun modo dimostrano la palese illogicità della valutazione del Tribunale.

Quanto al pericolo di una detenzione inumana in Guinea Bissau, il ricorrente propone un Report di Amnesty International, ma non tiene conto che il Tribunale, ritenendo non credibile il ricorrente nella descrizione dei motivi dell’allontanamento dal Paese di origine, non crede al pericolo di una detenzione in caso di rientro.

2. Anche il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

La tardiva indicazione dell’anno di nascita – modificato di ben cinque anni, dal 1996 al 2001 – effettuata in sede giurisdizionale, giustifica ampiamente la valutazione di inattendibilità del certificato prodotto: il ricorrente, del resto, ammette di avere indicato “erroneamente” la data di nascita e di averla conosciuta solo nel prosieguo dai suoi familiari (non meglio specificati).

Il ricorrente nulla osserva sull’ulteriore considerazione presente nel decreto: che, cioè, il certificato di nascita prodotto è in copia e non in originale.

Si deve ricordare che il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, impone al richiedente la presentazione di tutti gli elementi e della documentazione in suo possesso anche in merito all’età, con la conseguenza che la tardiva produzione di documenti che smentiscono un dato in senso “favorevole” al richiedente non può non essere considerata un elemento di scarsa credibilità del soggetto.

3. Il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

L’inattendibilità della versione fornita dal ricorrente non può che condurre a ritenere insussistente il pericolo descritto dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. a) e b), in quanto il Tribunale non crede che il richiedente corra il rischio di una detenzione in conseguenza di un inesistente incidente stradale.

4. Il quarto motivo di ricorso è inammissibile.

A fronte delle informazioni disponibili in relazione alla situazione della Guinea Bissau, il ricorrente contrappone il contenuto del Report pubblicato sul sito del Ministero dell’Interno: ma la sua lettura non dimostra affatto una situazione di violenza indiscriminata nell’ambito di un conflitto armato interno o internazionale ma, piuttosto, una situazione instabile in cui i trafficanti di droga hanno ampio spazio, la situazione politica è fragile e i cittadini stranieri corrono pesanti rischi.

Il ricorrente censura la mancanza di informazioni più recenti, ma non deduce nemmeno che la situazione in quel Paese sia talmente degenerata recentemente da integrare quanto previsto dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. c).

5. Il quinto motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Da una parte il ricorrente – che lamenta la situazione di arretratezza della sanità in Guinea Bissau – niente replica alla considerazione del decreto secondo cui le patologie del ricorrente non possono in alcun modo definirsi gravi e che, comunque, lo stesso ha rinunciato a dimostrarlo non producendo alcuna documentazione di carattere medico (nel ricorso si fa riferimento ad un “protocollo farmacologico di cui C. non potrebbe fruire in Guinea” che, evidentemente, non è stato mostrato al Tribunale); dall’altra sostiene il diritto ad una protezione umanitaria su una nozione di integrazione sociale che si basa esclusivamente su una conoscenza mediocre della lingua italiana (accertata direttamente dal Tribunale) e sul compimento di alcuni studi: ma ammette che il soggetto è privo di un lavoro e di un qualsivoglia reddito lecito, indici sintomatici di un radicamento in Italia.

Di conseguenza, se l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza (Sez. U, Sentenza n. 29459 del 13/11/2019, Rv. 656062 – 02), nel caso di specie al Tribunale risulta impedita tale valutazione in conseguenza della inattendibilità della versione relativa all’allontanamento dal Paese di origine e, d’altro canto, il livello di integrazione del ricorrente non raggiunge un livello adeguato.

4. Nulla sulle spese essendo l’Amministrazione rimasta intimata. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 21 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 luglio 2021

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