Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19631 del 09/07/2021

Cassazione civile sez. I, 09/07/2021, (ud. 21/05/2021, dep. 09/07/2021), n.19631

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. ROCCHI Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

K.F., alias K.M.F., rappresentato e difeso dall’avvocato

Giovanbattista Scordamaglia, per procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato presso i cui uffici in Roma, Via dei

Portoghesi, 12, domicilia per legge;

– resistente – intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Catanzaro n. 505/2020 del

23/1/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/05/2021 dal Cons. Dott. Giacomo Rocchi.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con il decreto indicato in epigrafe, il Tribunale di Catanzaro rigettava il ricorso proposto da K.F. alias K.M.F. avverso il provvedimento della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Crotone che non aveva riconosciuto né la protezione internazionale né il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il ricorrente aveva chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato, in via subordinata l’amissione alla protezione sussidiaria e in via ulteriormente gradata la concessione della protezione umanitaria.

Il Tribunale riteneva irrilevanti i vizi del procedimento amministrativo e del provvedimento della Commissione Territoriale, atteso che il giudizio non ha natura impugnatoria ma introduce una controversia sul diritto soggettivo dell’interessato di ottenere il permesso di soggiorno.

Secondo il ricorrente, cittadino del Bangladesh, egli è sposato con quattro figli e nel paese di origine non aveva un lavoro. Egli aveva lasciato il Paese di origine nel 2013 ed era giunto in Italia nel 2016. Secondo il suo racconto, dopo la morte del padre, la madre aveva intrapreso una relazione con il capo del villaggio che lo voleva uccidere per cancellare ogni traccia della famiglia del padre e impossessarsi di tutti i beni. Una sera K. era stato picchiato da sette uomini, compreso il capo villaggio, e si era svegliato all’ospedale. Appena uscito dall’ospedale era fuggito dal paese, temendo di essere ucciso. Il richiedente aveva espresso il timore di essere ucciso in caso di rientro nel Paese di origine.

Secondo il Tribunale si trattava di racconto superficiale, scarno, incoerente e non plausibile, innanzitutto con riferimento alle modalità di fuga dal Bangladesh, in secondo luogo non facendo K. alcun riferimento alla famiglia di origine, nemmeno menzionandola quando narrava della decisione di fuggire; né, del resto, il ricorrente aveva fatto riferimento al possibile tentativo di trasferirsi in altro luogo con la famiglia; in terzo luogo, il ricorrente aveva dichiarato di non avere nemmeno preso in considerazione la possibilità di rivolgersi alle autorità del suo paese; il racconto, poi, era sommario e generico, né la ferita all’addome che presentava lo avvalorava, ben potendo essere stata prodotta in innumerevoli circostanze.

Non sussisteva, pertanto, il parametro valutativo di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), risultando il narrato privo di coerenza e plausibilità.

Inoltre, il ricorrente, benché fosse transitato dalla Grecia, non aveva ivi presentato domanda di protezione internazionale, in violazione del dettato del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. d).

Infine, il mancato ricorso alle autorità del paese rilevava anche per ritenere insussistente una “persecuzione”, atteso che la stessa era stata condotta da privati senza che si ravvisasse il rifiuto di protezione da parte degli organi statali, che non erano stati allertati, cosicché non poteva affermarsi che lo Stato fosse diventato un agente di persecuzione.

Veniva respinta la domanda di protezione sussidiaria: la non credibilità del racconto del ricorrente comportava il rigetto della domanda ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), mentre doveva escludersi che nel Bangladesh fosse in atto una situazione di violenza indiscriminata che coinvolga i civili, pur in presenza di instabilità politica.

Anche la domanda di protezione umanitaria veniva rigettata, non sussistendo motivi di salute (l’unica certificazione medica prodotta, risalente al 2016, non riportava alcuna diagnosi e, comunque, il dolore epigastrico lamentato era stato trattato con due medicinali) né emergendo altri presupposti per tale forma di protezione: in particolare non era dimostrata alcuna forma di integrazione sociale del ricorrente, che non conosce la lingua italiana, non lavora e non intrattiene alcun rapporto stabile.

2. Ricorre per cassazione il difensore di K.F., deducendo, in un primo motivo, violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, con riferimento ai profili di credibilità nonché errata e illogica valutazione in merito alle dichiarazioni del ricorrente.

Contrariamente a quanto affermato nel decreto impugnato, la vicenda del ricorrente conteneva numerosi e rilevanti elementi pretermessi che le conferivano un elevato grado di plausibilità.

Il Tribunale non aveva considerato che K. aveva deciso di fuggire pur non trovandosi in buone condizioni di salute, in quanto temeva di essere ucciso; inoltre, non si era rivolto alle Autorità del suo Paese perché, essendo giunta l’aggressione dal Capo Villaggio, non avrebbe ricevuto alcuna protezione. A nulla rilevavano gli ulteriori rilievi concernenti la famiglia: un uomo che lascia tutto da un giorno all’altro evidentemente non ha scelta. La possibilità di trasferirsi in altra zona del Paese di origine non era, inoltre, considerata dal D.Lgs. n. 251 del 2007.

Il ricorrente censura il decreto impugnato nella parte in cui ritiene che la ferita all’addome non costituisca riscontro al racconto di K. sull’aggressione subita, censura il mancato rispetto del dovere del giudice di cooperazione istruttoria nonché il riferimento alla mancata richiesta di protezione internazionale in Grecia e lamenta che la richiesta di audizione davanti al Tribunale fosse stata ingiustamente rigettata.

In un secondo motivo il ricorrente deduce violazione di legge con riferimento al rigetto della domanda di protezione sussidiaria.

Poiché la minaccia del danno ingiusto proveniva dal Capo del Villaggio, quindi da uno dei soggetti che controllava la zona del territorio in questione, le Autorità statuali non erano in grado di fornire adeguata protezione al ricorrente.

Sussisteva, quindi, il rischio di subire torture o trattamenti inumani o degradanti ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b. Quanto, invece, alla sussistenza dei presupposti di cui all’art. 14, lett. c) stesso Decreto, il ricorrente sottolinea che le fonti citate nel decreto erano molto datate e risalenti. Numerosi report internazionali prodotti unitamente al ricorso confermavano, piuttosto, gli abusi commessi dagli agenti di Polizia. Esisteva, quindi, una violenza diffusa e un disordine istituzionale che davano corpo alla individualizzazione del rischio per il ricorrente.

In un terzo motivo il ricorrente deduce violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32.

Ai fini della protezione umanitaria, il Giudice avrebbe dovuto verificare l’esistenza di violazioni sistematiche dei diritti umani e tenere conto della condizione personale che aveva determinato la ragione della partenza.

Il Tribunale di Catanzaro, pertanto, avrebbe dovuto considerare che il ricorrente era stato costretto ad abbandonare il Bangladesh a causa delle persecuzioni del Capo Villaggio, subendo una grave ferita che gli aveva impedito di lavorare. Il ricorrente contesta l’affermazione del decreto secondo cui la non attendibilità del racconto impediva la protezione umanitaria: al contrario, il giudizio di scarsa credibilità non preclude l’esame della domanda di protezione umanitaria sulla base delle diverse circostanze che determinino una condizione di vulnerabilità.

I problemi addominali presentati dal ricorrente non potevano essere pretermessi dal Tribunale: si trattava di problematiche per le quali i medici avevano consigliato il ricovero ospedaliero. Il Tribunale non aveva utilizzato i documenti medici quale ulteriore criterio ai fini della valutazione di credibilità del ricorrente, utili al riconoscimento della protezione umanitaria.

Il Tribunale, inoltre, non aveva tenuto conto che il processo di integrazione sociale in Italia è ancora fortemente compromesso dalle ferite all’addome che il ricorrente aveva riportato, che gli provocano notevoli dolori e si ripercuotono sula propria vita sociale e lavorativa. La nuova audizione del ricorrente avrebbe inoltre permesso di valutare la conoscenza accresciuta della lingua italiana.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è inammissibile.

1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile.

Il Tribunale di Catanzaro ha applicato il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, norma in base alla quale, qualora taluni elementi o aspetti delle dichiarazioni del richiedente la protezione internazionale non siano suffragati da prove, essi sono considerati veritieri se l’autorità competente a decidere della domanda ritiene la sussistenza di alcune circostanze, dettagliatamente elencate, tra le quali la coerenza, plausibilità e non contraddittorietà delle dichiarazioni del richiedente e la presentazione immediata della domanda di protezione internazionale.

Nel caso di specie, la domanda del ricorrente è totalmente sfornita di prova, cosicché la valutazione della sua credibilità risulta decisiva.

Ebbene: la valutazione della credibilità del racconto e dell’attendibilità del narrante è condotta dal Tribunale in maniera accurata, con l’analisi sia delle singole vicende narrate, sia del complesso del narrato, deducendo il Tribunale – con motivazione ragionevole – la natura scarna, incoerente e non plausibile della versione offerta. Ciò vale per le modalità dell’aggressione, per quelle della fuga, per la mancata considerazione della sorte della famiglia (moglie e quattro figli) che il ricorrente ha dichiarato di avere, della mancata richiesta di aiuto alla polizia e, ancora, della mancata richiesta di protezione internazionale durante il soggiorno in Grecia.

Avverso questo giudizio – tipicamente di merito – il ricorrente non fa che sostenere che il racconto e’, al contrario, attendibile e coerente: pretende di trarre da una fotografia che lo ritrae in ospedale la prova dell’assoluta necessità di partire immediatamente e, con riferimento alla sorte della famiglia, si limita ad osservare che, dovendo egli allontanarsi, non poteva tenerne conto.

Il ricorrente, inoltre, niente argomenta quanto alla mancata richiesta della protezione internazionale in Grecia, limitandosi ad osservare che non si comprendeva perché il ricorrente avrebbe dovuto fermarsi in territorio ellenico: ma la norma di legge richiamata indica la mancata presentazione immediata della domanda di protezione internazionale come un criterio negativo nella valutazione della credibilità del richiedente.

Anche la considerazione del decreto secondo cui la ferita all’addome non costituisce un riscontro specifico al racconto dell’aggressione del Capo Villaggio e dei suoi uomini appare logica.

In definitiva, nel sostenere che il Tribunale aveva fondato il giudizio di inverosimiglianza mettendo in evidenza elementi secondari o irrilevanti, il ricorrente non fa che sollecitare questa Corte a sovrapporre la propria valutazione di merito a quella del Tribunale. Si deve, tuttavia sottolineare che il giudizio sulla credibilità del racconto del richiedente, da effettuarsi in base ai parametri, meramente indicativi, forniti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, è sindacabile in sede di legittimità nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omesso esame di un. fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti – oltre che per motivazione assolutamente mancante, apparente o perplessa – spettando dunque al ricorrente allegare in modo non generico il “fatto storico” non valutato, il “dato” testuale o extratestuale dal quale esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale e la sua “decisività” per la definizione della vertenza (Sez. 1, Ordinanza n. 13578 del 02/07/2020, Rv. 658237-01): nel caso di specie, da una parte la motivazione sulla credibilità non risulta né mancante, né apparente né perplessa, dall’altra il Tribunale ha preso in considerazione tutti gli elementi disponibili, mentre il ricorrente, più che evidenziare un fatto storico non valutato, sollecita una diversa valutazione di quelli presi in considerazione dal Giudice del merito.

2. Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Coerentemente il Tribunale ha ritenuto insussistente il presupposto per il riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. b), atteso il giudizio di non credibilità del racconto del richiedente relativo alla persecuzione da parte del Capo Villaggio e ai motivi dell’allontanamento dal Bangladesh.

In effetti, il rischio di una forma di pena o di trattamento inumano o degradante deve essere “effettivo” (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. g)) e, quindi non può che fondarsi un racconto credibile e coerente che faccia ritenere, nel caso specifico del richiedente, sussistente il pericolo che il Capo Villaggio e i suoi uomini possano tentare di uccidere il ricorrente nel caso di ritorno al Paese di origine.

Di conseguenza, il rigetto del primo motivo di ricorso non può che comportare il rigetto del secondo.

Quanto, invece, al rischio derivante da una violenza indiscriminata in situazione di conflitto armato interno o internazionale (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. c)), il ricorrente lamenta che le fonti di conoscenza citate nel decreto siano risalenti nel tempo, ma non dimostra in alcun modo – né, in sostanza, deduce – che in Bangladesh o nella zona dove è situato il villaggio di residenza del ricorrente la condizione sia quella descritta dalla norma.

3. Anche il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Il Tribunale ha preso in considerazione la documentazione medica prodotta dal ricorrente e ne ha tratto la conclusione – sostanzialmente non contestata dal ricorrente – che le stesse non sono affatto gravi, che le cure sanitarie non sono né urgenti né necessarie e che sussiste la possibilità per il ricorrente di ricevere le cure adeguate nel Paese di origine.

Il ricorrente, come si è anticipato, in sostanza non contesta questa valutazione e, soprattutto, non replica all’osservazione del decreto secondo cui la documentazione medica risale al 2016 e che la mancanza di documentazione successiva dimostra la non gravità dei problemi addotti; sostiene, piuttosto, che i documenti medici avrebbero dovuto essere utilizzati per dimostrare la credibilità del racconto del ricorrente, implicitamente ammettendo la non gravità della patologia.

Anche con riferimento alle ulteriori considerazioni del decreto in ordine alla mancanza di ulteriori presupposti per la protezione umanitaria e, in particolare, dell’integrazione sociale di K. in Italia, il ricorrente sostanzialmente ammette la fondatezza dei rilievi, conferma che K. non lavora e non è integrato e, quanto alla conoscenza della lingua italiana, si limita ad affermare che la stessa non era stata verificata dal Tribunale in una nuova audizione, senza nemmeno affermare che il soggetto sia in grado attualmente di comprendere e di parlare la lingua del tutto sconosciuta all’epoca dell’audizione davanti alla Commissione Territoriale.

4. Nulla sulle spese essendo l’Amministrazione rimasta intimata. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 21 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 luglio 2021

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