Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19609 del 16/09/2010

Cassazione civile sez. trib., 16/09/2010, (ud. 08/07/2010, dep. 16/09/2010), n.19609

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – rel. Presidente –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. DI BLASI Antonino – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato;

– ricorrente –

contro

S.D., elettivamente domiciliato in Roma via Appia Nuova n. 96,

presso lo studio dell’avv. Paolo Rolfo, rappresentato e difeso

dall’avv. Domenico Bezzi;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale della Lombardia, sez. 63, n. 295, depositata il

17.10.2006;

Letta la relazione scritta redatta dal consigliere relatore Dott.

Aurelio Cappabianca;

constatata la regolarità delle comunicazioni di cui all’art. 380

c.p.c. bis, comma 3.

 

Fatto

PREMESSO IN FATTO

Che il contribuente propose ricorso avverso avviso, con il quale l’Agenzia – con metodo induttivo e sulla base dei “parametri”, di cui ai D.P.C.M. 29 gennaio 1996 e D.P.C.M. 27 marzo 1997, emessi ai sensi della L. n. 549 del 1995, art. 3, commi 181 e ss. – aveva accertato a suo carico, per l’anno 1998, maggiori irpef, iva e irap;

– che, a fondamento del ricorso, il contribuente dedusse, tra l’altro, l’inidoneità, rispetto all’attività in concreto espletata (progettazione e assemblaggio di macchinari in uso all’industria meccanica), del codice attività ((OMISSIS)) utilizzato per l’accertamento, e la crisi dell’attività medesima maturata nell’anno di accertamento; circostanze già prospettate in fase precontenziosa, ma non tenute in alcun conto dall’Agenzia;

che l’adita commissione tributaria respinse il ricorso, con sentenza, che, in esito all’appello dell’Agenzia, fu, tuttavia, riformata dalla Commissione regionale, che annullò l’accertamento;

– che, nel suo nucleo essenziale, la motivazione dei giudici di appello è affidata alla considerazione che l’utilizzo dei parametri non conduce automaticamente all’inversione dell’onere della prova a favore dell’Amministrazione fiscale, che, in presenza di contestazioni da parte del contribuente, è tenuta a dar conto della relativa infondatezza;

rilevato:

– che, avverso la sentenza di appello, l’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione in unico motivo, deducendo violazione di legge (la L. n. 549 del 1995, art. 3, commi 181, 183 e 184), censurando la decisione impugnata per non aver considerato che i parametri assumono valenza di presunzioni legali, le cui risultanze sono di per sè idonee a giustificare l’accertamento, in assenza di prova contraria del contribuente;

che il contribuente ha resistito con controricorso;

osservato:

– che il ricorso è infondato;

– che le SS.UU. di questa Corte hanno, di recente, aderito all’impostazione secondo cui, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, le risultanze dei parametri previsti dalla L. n. 549 del 1995, art. 3, commi da 181 a 187, (come quelle degli studi di settore) non costituendo fatto concreto noto e certo, specificamente inerente al contribuente, suscettibile di evidenziare in termini di rilevante probabilità l’entità del suo reddito, ma rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni – rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett. d), ma, ove siano contestati sulla base di allegazioni specifiche, sono inidonei a supportare l’accertamento medesimo, se non confortati da elementi concreti desunti dalla realtà economica dell’impresa che devono essere provati e non semplicemente enunciati nella motivazione dell’accertamento;

– che, più specificamente, le SS.UU. hanno affermato il principio che: “la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli standards in sè considerati (meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività), ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente; che, in tale sede, quest’ultimo ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli standards o la specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello standard prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente; che l’esito del contraddittorio, tuttavia, non condiziona l’impugnabilità dell’accertamento, potendo il giudice tributario liberamente valutare tanto l’applicabilità degli standards al caso concreto, da dimostrarsi dall’ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente il quale, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà, incluso il ricorso a presunzioni semplici, anche se non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte, nel qual caso, tuttavia, egli assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l’ufficio può motivare l’accertamento sulla base della sola applicazione degli standards, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, ed il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all’invito (cfr. sent. 26635/09);

considerato:

– che, tanto premesso, la decisione impugnata si rivela incensurabile per aver, in conformità con i principi sopra richiamati, negato legittimità ad accertamento esclusivamente fondato su dati parametrici, specificamente contestati dal contribuente e non altrimenti asseverati dall’Agenzia;

ritenuto:

– che, pertanto, il ricorso dell’Agenzia si rivela manifestamente infondato, sicchè va respinto nelle forme di cui agli artt. 375 e 380 bis c.p.c.;

che, per la natura della controversia e le pregresse incertezze interpretative, si ravvisano le condizioni per disporre la compensazione delle spese del giudizio.

PQM

La Corte: respinge il ricorso; compensa le spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 luglio 2010.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2010

 

 

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