Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19588 del 18/09/2020

Cassazione civile sez. I, 18/09/2020, (ud. 21/01/2020, dep. 18/09/2020), n.19588

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19554/2019 proposto da:

I.I., domiciliato in ROMA, viale Angelico n. 38, presso lo

studio dell’Avv. Roberto Maiorana, che lo rappresenta e difende con

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato

e domiciliato sempre ex lege in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– intimato –

avverso la sentenza n. 869/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 18/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/01/2020 dal Consigliere Dott.ssa Milena FALASCHI.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– avverso il provvedimento della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Catanzaro che rigettava la domanda del ricorrente, volta all’ottenimento dello status di rifugiato, della protezione c.d. sussidiaria o in subordine di quella umanitaria, I.I. interponeva opposizione, che veniva respinta dal Tribunale di Catanzaro con ordinanza del 03.01.2017;

– in virtù di appello proposto dal medesimo I., la Corte di appello di Catanzaro, con sentenza n. 869/2019, rigettava l’impugnazione con compensazione delle spese del grado;

– la decisione di secondo grado evidenziava l’insussistenza dei requisiti previsti dalla normativa, tanto per il riconoscimento dello status di rifugiato quanto per la protezione sussidiaria e umanitaria, evidenziando la sostanziale stabilità della situazione nel Paese di origine del richiedente a partire dal 2009 (Nigeria, in cui ricade lo Stato di Edo, per effetto dell’amnistia presidenziale e dei risarcimenti accordati ai militanti che hanno deposto le armi) e per non consentire il suo racconto (rappresentato dalla volontà di fuggire maturata a seguito di una bomba esplosa nella città di (OMISSIS), dove si era recato da cinque giorni per ragioni di lavoro) di desumere elementi da cui rilevare il fondato timore che il ricorrente potesse subire una persecuzione personale e diretta ovvero un danno grave alla sua persona ove tornasse in patria. Del pari veniva negata la ricorrenza dei presupposti per la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari in difetto di specifica allegazione e dimostrazione di rientrare in categorie soggettive in relazione alle quali erano ravvisabili lesioni di diritti umani di particolare entità, nè erano ravvisabili le condizioni di cui al D.L. n. 286 del 1998, art. 18;

– propone ricorso per la cassazione avverso tale decisione l’ I. affidato a quattro motivi, illustrati anche da memoria;

– il Ministero dell’Interno è rimasto intimato.

Atteso che:

– con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, l’errato e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione fra le parti, circa la condizione di pericolosità e le situazioni di violenza generalizzata esistenti in Nigeria, senza tenere conto che le maggiori problematiche di tutela della sicurezza dei cittadini nigeriani sarebbero di carattere etico-religioso e di natura economico-sociale concernenti lo sfruttamento del petrolio e la distribuzione dei relativi proventi.

Il motivo è inammissibile perchè mira a rappresentare una situazione di fatto diversa, peraltro in forma assolutamente generica, rispetto a quella che risulta dall’esame del materiale istruttorio compiuto dalla Corte d’Appello. In particolare la Corte sulla scorta del più recente rapporto dell’EASO sulla situazione in Nigeria, risalente all’anno 2017, ha chiarito che da fonti pubbliche risulta che lo Stato di Edo, a partire dal 2009, per effetto dell’amnistia presidenziale e dei risarcimenti accordati ai militanti che hanno deposto le armi, è notevolmente migliorata, collocandosi all’ottavo posto degli Stati del delta del Niger, per cui molte altre zone dell’area versano in condizioni peggiori e le ragioni di violenza riemerse all’inizio del 2016 sono correlate con la questione petrolifera.

Ha, inoltre, precisato che il ricorrente non proviene da una delle zone del paese interessate da conflitti di matrice etnica o di genesi religiosa, non avendo addotto alcun pericolo in tal senso se non in forma generica. Quanto all’episodio narrato, di una esplosione dovuta ad una bomba che aveva riguardato la capitale del Borno in cui il richiedente si trovava temporaneamente e per ragioni di lavoro, che non lo aveva visto direttamente coinvolto, ha ritenuto non integrata la condizione prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lettera, oltre a svolgere un’indagine specifica sulle condizioni generali con riferimento alle criticità allegate.

E del resto questa Corte ha affermato (v. Cass. n. 13449/2019; Cass. n. 13450/2019; Cass. n. 13451/2019 e Cass. n. 13452/2019) il principio per cui il giudice di merito, nel fare riferimento alle cd. fonti privilegiate di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve indicare la fonte in concreto utilizzata nonchè il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità dell’informazione predetta rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione (sul punto, cfr. anche Cass. n. 11312 del 2019, non massimata);

– con il secondo motivo è lamentata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, l’omesso ovvero l’errato esame delle dichiarazioni rese dall’ I. alla Commissione territoriale e delle allegazioni portate in giudizio per la valutazione della condizione personale del ricorrente. Parimenti inammissibili sono le allegazioni operate con il secondo motivo che ostendono, pur sotto l’apparente veste di un preteso errore di diritto, una critica puramente motivazionale, non più rappresentabile alla stregua del novellato disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, quale idoneo vizio cassatorio, e sollecitano perciò una rivisitazione delle risultanze di fatto della vicenda e del giudizio riguardo ad esse enunciato dal giudice di merito, che ha inteso escludere, con ciò sottraendosi pure al denunciato vizio di motivazione apparente, le ragioni di concessione della misura richiesta dando, tra l’altro, atto insieme all’insussistenza di oggettivi fattori di rischio in caso di rimpatrio, rappresentando che l’esplosione oltre a non riguardare direttamente il ricorrente, era avvenuta in città dove lo stesso si trovava solo precariamente;

– con il terzo motivo il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione o la falsa applicazione del D.Lgs. n. n. 251 del 2007, art. 14, oltre ad omessa applicazione dell’art. 10 Cost., per avere la corte territoriale concluso per l’inesistenza anche dei requisiti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, nonostante il ricorrente non abbia chiesto alcuna protezione delle forze di polizia del suo Stato di origine proprio perchè non intenzionate a garantirla dal momento che i riti allegati costituiscono parte integrante della loro cultura da apparire ai loro occhi come normali.

Ebbene, le argomentazioni offerte, oltre a sostanziarsi unicamente in una diversa prospettazione dei fatti quali considerati dal giudice del merito, sono prive di pregio.

Va rilevato che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale va accertata in conformità della giurisprudenza della Corte di Giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), secondo cui il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver, pertanto, raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia.

Nel provvedimento impugnato, il collegio giudicante ha puntualmente scongiurato questa eventualità, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ha verificato l’assenza di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica del ricorrente, stante una ritrovata capacità dell’ordinamento statuale di garantire protezione agli abitanti della regione di provenienza del richiedente (Edo State);

– con il quarto ed ultimo motivo viene lamentata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la mancata applicazione al ricorrente della protezione di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, non potendo essere a lui rifiutato il permesso di soggiorno allo straniero ricorrendo seri motivi di carattere umanitario, nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 e dell’art. 10 Cost., che vieta l’espulsione dello straniero che possa essere perseguitato nel suo paese d’origine o che ivi possa correre gravi rischi.

Anche l’ultima censura non può trovare ingresso.

Premesso che l’obbligo di motivazione deve ritenersi soddisfatto, nel caso di specie, con l’affermazione della mancanza di ogni elemento di prova circa l’asserito pericolo di persecuzione, tenuto conto della circostanza che il ricorrente non ha neppure indicato la specifica ragione giustificativa del relativo timore, limitandosi a fare apoditticamente leva – con generico e pressochè onnicomprensivo riferimento ai diversi parametri enunciati dal D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 19, comma 1 (razza, cittadinanza, religione, opinioni politiche) – sulla sua provenienza da un paese a rischio (effettivo) di grave danno e di violenza, con compromissione del diritto alla salute e del diritto all’alimentazione.

Al riguardo, se è ben vero che del pericolo di persecuzione non può esigersi una prova puntuale e rigorosa, la quale finirebbe in gran parte per risultare diabolica, è altrettanto vero, però, che detto pericolo non può essere ravvisato, sic et simpliciter, in confronto a qualunque soggetto si allontani da un paese nel quale sia pur notoriamente in atto una diffusa compressione dei diritti civili – ovvero uno scontro violento tra etnie, fazioni politiche ed economiche o confessioni religiose occorrendo, di contro, che il soggetto versi nel fondato timore di essere perseguitato in ragione delle proprie idee o della propria e specifica situazione personale (cfr., con riguardo alla richiesta di attribuzione dello status di rifugiato, Cass. 2 febbraio 2005 n. 2091): situazione, per converso – come detto – nella specie neppure indicata.

Va d’altra parte aggiunto che le esigenze umanitarie – svincolate da uno specifico ed “individualizzato” pericolo di persecuzione – che emergano in occasioni di conflitti (come pure di disastri naturali o altri eventi di particolare gravita), verificatisi in Paesi non appartenenti all’Unione Europea, formano oggetto di distinta considerazione nel D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 20, che consente, in tali ipotesi, l’adozione, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, d’intesa con i Ministri interessati, di misure di protezione temporanea, anche in deroga alla disciplina generale dell’immigrazione.

Proprio con riguardo al conflitto nell’area balcanica, sono state in effetti disposte, con decreto del Presidente del Consiglio del Ministri del 12 maggio 1999, misure di protezione temporanea volte a fronteggiare l’esodo delle popolazioni provenienti dalle zone di guerra (D.P.C.M., art. 1 cit.), comprensive del rilascio di un permesso di soggiorno valido per la permanenza nel territorio nazionale fino al 31 dicembre 1999 (art. 2 cit.).

Di tale intervento di protezione temporanea – prorogato con D.P.C.M. del 30 dicembre 1999 – è stata peraltro disposta la cessazione con successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 1 settembre 2000, a seguito del quale i cittadini stranieri provenienti dall’area balcanica sono tenuti a lasciare 11 territorio nazionale (art. 2 cit.), fatta eccezione per coloro che siano in possesso dei requisiti per ottenere un permesso di soggiorno ad altro titolo, ovvero per quelli che possano dimostrare la sussistenza di gravi motivi che ne impediscano il rientro nelle zone di provenienza e che abbiano presentato entro il 30 settembre 2000 alla questura competente per territorio motivata istanza di concessione di un permesso di soggiorno a carattere umanitario (art. 3 cit.). Tutto ciò conferma – stante l’esigenza di lettura congiunta del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, artt. 19 e 20 (cfr. Cass., 25 febbraio 2004 n. 3732) – l’impossibiliti di desumere la sussistenza di un divieto di espulsione dalle generiche e puramente assertive deduzioni dell’interessato.

Quanto al profilo, dedotto peraltro per la prima volta in cassazione, circa la questione dell’aspettativa di vita, che oltre ad avere il carattere della novità, esso difetta anche della decisività, in quanto il D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 35, comma 3, che riconosce allo straniero presente, anche irregolarmente, nel territorio dello Stato il diritto di fruire, nei presidi pubblici ed accreditati, delle cure ambulatoriali ed ospedaliere “urgenti o comunque essenziali, ancorchè continuative, per malattia o infortunio” è comunque “costituzionalmente condizionato” dalle esigenze di bilanciamento con altri interessi costituzionalmente protetti, salva, comunque, la garanzia di un “nucleo irriducibile”, garantito dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana. Come chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 252 del 2001, la citata disposizione – impedendo, per implicito, l’immediata esecuzione dei provvedimenti di espulsione nei confronti di soggetti che, in conseguenza di essa, potrebbero subire un irreparabile pregiudizio al diritto alla salute – assicura una protezione al relativo diritto inviolabile dello straniero in termini di piena compatibilità con gli artt. 2 e 32 Cost., tenendo conto del diritto ai trattamenti necessari per la tutela della salute.

In questa prospettiva, deve ritenersi dunque logicamente corretta la conclusione per cui la mera asserita esigenza del diritto alla salute e all’alimentazione è insuscettivo di determinare un divieto di espulsione, esulando con tutta evidenza dal novero delle prestazioni “urgenti o comunque essenziali” per “malattia o infortunio”, in rapporto alle quali il citato D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 35, comma 3, assicura anche allo straniero irregolarmente presente nel territorio nazionale il diritto alle cure ambulatoriali od ospedaliere (Cass. 14 dicembre 2001 n. 15830).

In conclusione il ricorso deve essere rigettato.

La mancata costituzione in questa sede dell’amministrazione intimata esime il Collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 21 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 settembre 2020

 

 

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA