Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19570 del 19/07/2019

Cassazione civile sez. lav., 19/07/2019, (ud. 06/03/2019, dep. 19/07/2019), n.19570

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18349/20104 proposto da:

C.M., vedova I., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

GIUSEPPE PRINA 24, presso lo studio dell’avvocato CRISTINA

MERCOGLIANO, rappresentata e difesa dagli avvocati SONIA SPALLITTA,

ACHILLE GATTUCCIO;

– ricorrente –

contro

SICILCASSA S.P.A. IN LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA, in persona

dei legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA PO 25/B, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO PESSI, che

la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 752/2014 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 06/05/2014 R.G.N. 1218/2011.

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza del 6 maggio 2014, la Corte di appello di Palermo confermava la decisione del Tribunale in sede di rigetto dell’opposizione al passivo della Liquidazione Coatta Amministrativa di Sicilcassa proposta da C.M. – quale erede di I.G. ex dipendente di Sicilcassa collocato a riposo alla fine dell’ottobre 1996 – a seguito della reiezione della domanda di ammissione in via privilegiata al passivo della procedura della somma di Lire 14.157.546 a titolo di premio di rendimento relativo all’anno 1996, da computarsi ai fini del calcolo del TFR;

2. ad avviso della Corte territoriale e per quanto ancora di rilievo in questa sede: la corresponsione del cd. “premio di rendimento”, contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, era stata prevista come ricompensa solo “eventuale” dall’art. 65, lett. D) del CCNL ACRI, mentre era da escludere che il contratto integrativo aziendale di Sicilcassa avesse contemplato tale emolumento come obbligatorio, trasformandolo in elemento della retribuzione, essendosi limitato a stabilire le modalità per la sua quantificazione senza derogare alla previsione del CCNL che lo prevedeva come rimesso alla discrezionalità del datore di lavoro; inoltre, nel caso in esame, neppure era stato provato che il “premio di rendimento” fosse stato sempre corrisposto dall’azienda con riferimento a tutti i suoi dipendenti così da aver acquisito, per consuetudine aziendale, il requisito della obbligatorietà, diventando una voce della retribuzione;

3. per la cassazione di tale decisione la C. ha proposto ricorso affidato a

tre motivi cui resiste con controricorso la Sicilcassa in LCA.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e ss. c.c. in riferimento agli artt. 63 e 65 del CCNL ACRI del 16 giugno 1995 e 27 del contratto normativo aziendale integrativo del 13 luglio 1992 per il personale appartenente alla categoria funzionari di Sicilcassa (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in quanto dalla piana interpretazione degli artt. 63 e 65 del CCNL cit. emergeva come la concreta regolamentazione del “premio di rendimento” fosse stata demandata alla contrattazione collettiva aziendale che, nel caso in esame, stabiliti la misura ed i criteri obiettivi, aveva collegato l’attribuzione del detto emolumento al raggiungimento da parte del lavoratore di una qualifica minima (non inferiore a “buono”) così limitando la discrezionalità datoriale tanto nell'”an” che nel “quantum”, evidenziandosi, altresì, come la previsione di una ulteriore integrazione di detto “premio” per i funzionari particolarmente meritevoli ne avesse confermato il carattere obbligatorio del suo nucleo fondamentale una volta conseguita la qualifica minima prevista; peraltro, non esistendo una gerarchia tra la contrattazione nazionale e quella aziendale, occorreva individuare la reale volontà delle parti attraverso il coordinamento delle disposizioni del CCNL nazionale e quelle dell’accordo aziendale, operazione questa che, nella fattispecie all’esame, portava alla conclusione sopra riportata non potendosi riconoscere una prevalenza della disciplina collettiva nazionale, con l’ulteriore rilievo che, in Sicilcassa, il riconoscimento del “premio di rendimento” come collegato solo al raggiungimento di una determinata qualifica costituiva un uso aziendale stante la sua reiterazione nel tempo. Con il secondo ed il terzo motivo viene dedotto omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) nonchè violazione dell’art. 2729 c.c. (solo secondo motivo), non essendosi la Corte territoriale pronunciata: a) sulla documentata materiale impossibilità dell’attribuzione di una diversa nota di qualifica positiva da parte di Sicilcassa in sostituzione di quella annullata (al de cuius I.G., collocato a riposo a fine ottobre 1996, per l’ultimo anno di servizio era stata attribuita la qualifica negativa di “insufficiente” a seguito di una sanzione disciplinare irrogatagli, sanzione e nota negativa, poi, annullate perchè illegittime con sentenza del Tribunale di Gela in data 15 marzo 2001, passata in giudicato), essendo stata la Sicilcassa posta, nelle more, in LCA; b) sulla deduzione del ricorrente secondo cui il giudice, non potendosi sostituire al datore di lavoro nell’attribuire una determinata qualifica, avrebbe dovuto dichiarare il diritto del lavoratore ad una valutazione secondo i criteri di correttezza e buona fede (secondo motivo) tenendo conto del fatto che l’ I. aveva percepito il “premio di rendimento” per tutte le annualità, sin dalla assunzione, elemento questo da cui poteva presumersi che lo avrebbe sicuramente conseguito anche nell’ultimo anno di servizio;

5. preliminarmente, va precisato che non ricorrono ragioni di improcedibilità del ricorso essendo stati tanto il CCNL che il contratto integrativo aziendale prodotti in giudizio nel fascicolo di parte contenuto nel fascicolo d’ufficio di cui è stata chiesta la trasmissione (Cass. n. 21554 del 18/09/2017; Cass. n. 195 del 11/01/2016, ex multis);

6. il primo motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile. E’ infondato laddove afferma che la contrattazione aziendale avesse previsto la corresponsione del “premio di produttività” come obbligatoria a seguito dell’attribuzione della qualifica di “buono” in quanto il rilievo contenuto nella impugnata sentenza secondo cui per il CCNL ACRI l’attribuzione di detto emolumento era discrezionale da parte del datore di lavoro oltre ad essere corretto – come emerge dall’utilizzo della locuzione verbale “potranno essere ricompensati” – non è stato neppure censurato nel motivo. E’ inammissibile nella parte in cui deduce la violazione dell’accordo integrativo aziendale del 1992 in quanto si colloca al di fuori del perimetro di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, che consente di denunciare mediante ricorso per cassazione la violazione o la falsa applicazione, oltre che di norme di diritto, di contratti e accordi collettivi “nazionali” di lavoro. Ne consegue che l’interpretazione della contrattazione collettiva integrativa resta riservata al giudice di merito e non è suscettibile di riesame in sede di legittimità se non per violazione degli artt. 1362 e ss. c.c. (Cass. n. 3681/14, Cass. n. 27062/13; Cass. n. 6435/07). Il motivo, peraltro, denuncia anche una violazione di tali articoli ma lo fa sostanzialmente riproponendo una diversa esegesi del testo negoziale, senza spiegare come ed in che misura la corte di merito avrebbe violato detti canoni ermeneutici.

E’ inammissibile, altresì, laddove all’affermazione contenuta nell’impugnata sentenza secondo cui non era stata fornita la prova della esistenza di un “uso aziendale” quanto alla corresponsione del detto “premio di rendimento” si limita a contrapporre altra affermazione di segno contrario senza indicare sulla scorta di quali elementi, non considerati dalla Corte territoriale, l’esistenza di detto uso aziendale sarebbe stata provata;

7. il secondo ed il terzo motivo, da trattare congiuntamente in quanto connessi, sono inammissibili nella parte in cui denunciano l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti non presentando alcuno dei requisiti di ammissibilità di cui all’art. 360, comma 1, n. 5, come novellato (dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. con modificazioni in L. 7 agosto 2012, n. 134) nella interpretazione fornitane dalle Sezioni unite di questa Corte (SU n. 8053 del 7 aprile 2014) in quanto finiscono con il lamentare non l’omessa valutazione di un fatto storico bensì una omessa pronuncia su argomentazioni difensive relative, peraltro, a circostanze prive di decisività essendo, comunque, l’attribuzione di una determinata qualifica collegata ad una valutazione peculiare del datore di lavoro e stante l’oggettivo dato di fatto che all’ I., per l’anno 1996, non era stata riconosciuta la qualifica di “buono” cui era ricollegato il “premio di produzione”. Il terzo motivo è anche infondato nella parte in cui lamenta la violazione dell’art. 2729 c.c., perchè nella impugnata sentenza la Corte d’appello nel decidere non è ricorsa affatto ad un ragionamento fondato su presunzioni;

8. per tutto quanto esposto, il ricorso va rigettato;

9. le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico della ricorrente e vengono liquidate nella misura di cui al dispositivo;

10. sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1,comma 17 (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame (Cass. n. 22035 del 17/10/2014; Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014 e numerose successive conformi).

PQM

La Corte, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 6 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 luglio 2019

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