Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19569 del 19/07/2019

Cassazione civile sez. lav., 19/07/2019, (ud. 28/02/2019, dep. 19/07/2019), n.19569

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Presidente –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30109/2017 proposto da:

B.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA L. G.

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato VALERIA COSENTINO, che

lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati GIORGIO TREGLIA,

FRANCESCA MARIA VALLE, FEDERICA SARTI;

– ricorrente –

contro

AUDATEX ITALIA S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 19, presso

lo studio dell’avvocato RAFFAELE DE LUCA TAMAJO, che la rappresenta

e difende unitamente agli avvocati FEDERICA PATERNO’, ANTONIO DI

STASIO, FRANCO TOFFOLETTO;

V.D.P., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR 19,

presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE DE LUCA TAMAJO, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati FEDERICA PATERNO’,

ANTONIO DI STASIO, FRANCO TOFFOLETTO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1466/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 25/07/2017 R.G.N. 1841/2014.

Fatto

RILEVATO CHE:

1. il Tribunale di Milano rigettava la domanda di B.G., nei confronti di Audatex Italia srl e V.D.P., volta all’accertamento di “ingiustificatezza” del licenziamento intimato il 6.11.2013 ed di ogni altra consequenziale nonchè le domande risarcitorie relative alla perdita dello “Hire Grant” e del “Performance Grant” ed ai pregiudizi derivanti dal mobbing e dal demansionamento; accoglieva, invece, la richiesta di condanna della parte datoriale (Audatex Italia srl) al pagamento del “target bonus” di Euro 33.750,00, a titolo di retribuzione variabile;

2. la Corte di appello di Milano, con sentenza n. 1466 del 2017, respingeva l’appello principale della lavoratrice ed in accoglimento di quello incidentale della società respingeva anche la domanda di pagamento del “target bonus” con condanna del lavoratore alla restituzione di quanto a detto titolo percepito in esecuzione della sentenza di primo grado;

2.1. a fondamento del decisum, per quanto solo rileva nel presente giudizio, la Corte territoriale ha osservato che: a) era tardiva la richiesta di produzione dei documenti, risalenti ad epoca antecedente all’instaurazione del giudizio; in ogni caso, l’appellante neppure aveva specificamente dedotto in ordine al contenuto degli stessi ed alle ragioni dello loro rilevanza ai fini della decisione; b) la prova orale non era ammissibile in quanto richiesta su circostanze, in parte, non capitolate, in parte, irrilevanti e generiche; c) la missiva di licenziamento conteneva adeguata indicazione delle ragioni ad esso sottese, individuate nella soppressione della posizione e delle mansioni di “General Manager Italy” affidate al lavoratore nel corso del rapporto; d) la ragione giustificativa del recesso era provata (l’effettiva soppressione della posizione lavorativa non era stata contestata (rectius negata) e la società aveva documentato la mancata assunzione, dopo il recesso, di qualsiasi altro lavoratore; inoltre, erano state provate le crescenti perdite e la riduzione di fatturato aziendale nel periodo di riferimento; irrilevante era l’incremento retributivo attribuito ad altra dipendente, non comparabile con i costi del lavoratore espulso); d) l'”hire grant” e il “performance grant” non costituivano attribuzioni in danaro ma azioni che risultavano assegnate al lavoratore; in ogni caso (id est: peraltro) la domanda riferita ai “Grant” era stata formulata a titolo risarcitorio, in ragione della perdita del diritto a percepire le somme di Euro 12.549,4 per ciascuno di essi, sicchè la mancanza di profili di ingiustificatezza del licenziamento precludeva, in radice, l’accoglimento della stessa; e) il “bonus”, invece, in quanto non richiesto a titolo risarcitorio, difettava dei presupposti costitutivi: la mancata fissazione degli obiettivi previsti dal contratto di lavoro per l’attribuzione di tale componente variabile della retribuzione non poteva determinare l’automatico riconoscimento della stessa in virtù della pattuizione intervenuta tra le parti; f) era da escludere, alla stregua della prova documentale, sia una condotta di mobbing che di demansionamento;

3. ha proposto ricorso per cassazione il lavoratore, affidato a sei motivi;

4. hanno resistito, con controricorso, Audatex Italia Srl e V.D.P.;

5. tutte le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis 1. c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO CHE:

1. con il primo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – è dedotta violazione degli artt. 420,421, e 437 c.p.c.;

1.1. la censura afferisce alla mancata ammissione delle prove orali dedotte in primo grado e riproposte in appello e di quelle documentali, del pari richieste sia in primo grado che nel successivo grado di impugnazione;

1.2. il motivo è inammissibile;

1.3. al riguardo, deve rilevarsi che, nel rito del lavoro, in base al combinato disposto dell’art. 414, n. 5 e dell’art. 415 c.p.c., comma 1 (che stabiliscono l’obbligo del ricorrente di indicare specificamente i mezzi di prova di cui intende avvalersi e di depositare unitamente al ricorso i documenti ivi indicati) e dell’art. 437 c.p.c., comma 2 (che, a sua volta, pone il divieto di ammissione in grado di appello di nuovi mezzi di prova, fra i quali devono annoverarsi anche i documenti), l’omessa indicazione nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado dei documenti e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto determinano la decadenza del diritto alla produzione dei documenti stessi, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dall’evolversi dalla vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione (ad esempio, a seguito di riconvenzionale o di intervento o chiamata in causa del terzo); l’irreversibilità dell’estinzione del diritto di produrre i documenti, dovuta al mancato rispetto di termini perentori e decadenziali, rende il diritto stesso insuscettibile di reviviscenza in grado di appello;

1.4. tale rigoroso sistema di preclusioni trova un contemperamento, ispirato all’esigenza della ricerca della “verità materiale”, cui è doverosamente funzionalizzato il rito del lavoro, nei poteri d’ufficio del giudice in materia di ammissione di nuovi mezzi di prova (ex plurimis, Cass., sez. un., n. 8202 del 2005; Cass. n. 11922 del 2006; Cass. n. 14696 del 2007); pertanto “ai sensi dell’art. 437 c.p.c., comma 2, il deposito in appello di documenti non prodotti in prime cure non è oggetto di preclusione assoluta ed il giudice può ammettere, anche d’ufficio, detti documenti ove li ritenga indispensabili ai fini della decisione, in quanto idonei a superare l’incertezza dei fatti costitutivi dei diritti in contestazione, purchè allegati nell’atto introduttivo, seppure implicitamente, e sempre che sussistano significative piste probatorie” emergenti dai mezzi istruttori, intese come complessivo materiale probatorio, anche documentale, correttamente acquisito agli atti del giudizio di primo grado” (Cass. n. 11845 del 2018);

1.5. resta, peraltro, indispensabile, per idoneamente censurare in sede di ricorso per cassazione la mancata attivazione di tali poteri, da un lato, dimostrare di averne sollecitato l’esercizio e, dall’altro, indicare specificamente i mezzi istruttori non ammessi (ex multis, Cass. n. 25374 del 2017; Cass. n. 22534 del 2014), onde consentire la valutazione di decisività degli stessi;

1.6. la sentenza è immune dalle censure mosse;

1.7. quanto alla prova documentale, la Corte di merito, come riportato nello storico di lite, da un lato, ha giudicato tardiva la richiesta di produzione dei documenti, risalendo ad epoca antecedente all’instaurazione del giudizio, dall’altro ed in ogni caso, ha osservato come non fosse specificamente dedotto il contenuto degli stessi e la ragione di una loro decisività; il motivo non sviluppa critiche idonee ad incrinare il fondamento giustificativo delle indicate argomentazioni;

1.8. quanto alla prova orale, i giudici di merito hanno espresso una valutazione di genericità ed irrilevanza della stessa; il giudizio in tal senso reso costituisce un giudizio di fatto, inerendo ai fatti da provare in causa (cfr. Cass. sez.un. 8072 del 2012), insindacabile in questa sede di legittimità, se non nei ristretti limiti di cui art. 360 c.p.c., n. 5;

2. con il secondo motivo – ai sensi del’art. 360 c.p.c., n. 3 – è dedotta violazione della L. n. 604 del 1966, art. 2, nonchè degli artt. 36 e 39 CCNL Dirigenti Terziario;

2.1. si assume il difetto di una motivazione contestuale e specifica, a garanzia dell’immutabilità delle ragioni espulsive e dell’esercizio del diritto di difesa; secondo ricorrente, la comunicazione di recesso non avrebbe soddisfatto le condizioni di legge e la parte datoriale avrebbe, nel corso del giudizio, modificato le ragioni poste a fondamento dell’espulsione, richiamando perdite e riduzioni di fatturato non indicate nella lettera di licenziamento;

2.2. la censura è inammissibile con riferimento alle norme contrattuali, per violazione degli oneri di deduzione e di specificazione imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 6;

2.3. quando è denunziata in ricorso la violazione di norme del contratto collettivo nazionale la deduzione della violazione deve essere accompagnata dalla trascrizione integrale delle clausole, al fine di consentire alla Corte di individuare la ricorrenza della violazione denunziata (Cass. n. 25728 del 2013; Cass. n. 2560 del 2007; Cass. n. 24461 del 2005) oltre che dal deposito integrale della copia del contratto collettivo (Cass., sez.un., n. 20075 del 2010) o dalla indicazione della sede processuale in cui detto testo è rinvenibile (Cass., sez.un., n. 25038 del 2013);

2.4. diversamente da quanto dedotto nella memoria difensiva, il ricorso soddisfa solo uno di tali oneri ovvero quello del deposito ma non anche quello della trascrizione delle clausole: le disposizioni collettive non risultano riportate in ricorso, neppure nei passaggi essenziali;

2.5. la censura è, per il resto, infondata; correttamente, la Corte di appello ha giudicato sufficientemente motivato il provvedimento di recesso, stante la chiara indicazione della ragione del licenziamento (“soppressione della posizione e delle mansioni di General Manager Italy attribuite al lavoratore”) ed accertato l’effettiva sussistenza della stessa (cfr. pag. 10 della sentenza impugnata), altro non occorrendo (cfr. in argomento, Cass. n. 25201 del 2016);

3. con il terzo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – è dedotta la violazione dell’art. 2697 c.c.; si assume il difetto di prova della giustificatezza del licenziamento e un’operata inversione dell’onere di prova;

3.1. il motivo, per come formulato, è inammissibile;

3.2. la violazione della regola processuale viene in rilievo nelle sole fattispecie in cui il giudice del merito, in assenza della prova del fatto controverso, applichi la regola di giudizio basata sull’onere della prova, individuando come soccombente la parte onerata della prova; è in tale eventualità che il soccombente può dolersi della non corretta ripartizione del carico della prova;

3.3. nell’ipotesi di causa, la Corte territoriale ha ritenuto, sulla base degli elementi di giudizio (tra questi, anche il fatto che il lavoratore non avesse negato, nelle sue difese, l’avvenuta soppressione della sua posizione lavorativa), provata la ragione organizzativa posta a base del recesso, sicchè non hanno influito sulla decisione la distribuzione dell’onere probatorio e le conseguenze del suo mancato assolvimento;

3.4. le censure, piuttosto, investono la valutazione degli elementi di prova, attività riservata al giudice di merito (ex multis, Cass. n. 24958 del 2016);

4. con il quarto motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – è dedotta violazione degli artt. 1337 e 1375 c.c.; la censura riguarda la statuizione di rigetto delle domande relative agli emolumenti “hire grant e performance grant” nonchè ai “bonus” contrattualmente previsti;

4.1. quanto ai primi, secondo la parte ricorrente, il contratto individuale di lavoro ne riportava il valore monetario sicchè sarebbe errata l’affermazione di adempimento contenuta in sentenza;

4.2. sul punto, la Corte di appello (cfr. ultimi due cpv. pag. 11 e primi tre cpv. pag. 12 della sentenza impugnata) ha escluso che tali attribuzioni fossero costituite da somme di denaro, riguardando piuttosto strumenti finanziari (id est: azioni vincolate) di cui risultava documentata l’assegnazione;

4.3. in parte qua, la censura difetta, in radice, di specificità, non risultando trascritto il contratto di lavoro; valgono, sostanzialmente, le considerazioni espresse nel secondo motivo, sia pure in relazione alle clausole del contratto collettivo: la parte che intende dolersi dell’omessa od erronea interpretazione di un documento (nella specie, il contratto individuale che disciplinava gli istituti in questione) ha il duplice onere, imposto dall’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4, di produrlo agli atti (indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione) e di indicarne il contenuto, trascrivendolo o riassumendolo nel ricorso con la conseguenza che, in caso di violazione anche di uno soltanto di essi, il ricorso (id est: il motivo) è inammissibile (Cass. n. 19048 del 2016);

4.4. quanto al mancato riconoscimento del “bonus” (cfr. pagg. 14 e 15 sentenza impugnata), la censura non si confronta esattamente con le ragioni della decisione; in proposito, infatti, la Corte di appello ha precisato come la domanda non fosse stata proposta in termini di risarcimento ma come azione di adempimento, sicchè andava respinta in difetto dei presupposti costitutivi;

4.5. il motivo è dunque privo di riferibilità al decisum; la tesi prospettata dal ricorrente presuppone una domanda diversa da quella proposta (come accertata dalla Corte di appello) di natura cioè risarcitoria (come ricavabile dalla stessa giurisprudenza che viene riportata a sostegno del motivo) e diviene perciò irrilevante;

5. con il quinto motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – è dedotta violazione dell’art. 10 c.p.c., comma 2 e art. 104 c.p.c.; la censura riguarda la statuizione (ulteriore) di rigetto della domanda riferita agli emolumenti di cui al precedente motivo (“hire grant e performance grant”), interpretata (secondo il ricorrente) erroneamente dalla Corte di appello come formulata a titolo risarcitorio, in collegamento all’ingiustificatezza del licenziamento;

5.1. il motivo è inammissibile per difetto di interesse ad agire;

5.2. la Corte di appello ha fondato il rigetto degli emolumenti de quibus sulla base di una doppia ratio decidendi:

– erano stati corrisposti in forma di azioni, come pattuito;

– in ogni caso, la domanda formulata in termini risarcitori era carente del presupposto costitutivo;

la prima ragione, oggetto del motivo che precede, è divenuta definitiva;

5.3. ove la sentenza impugnata sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l’omessa impugnazione di una di esse (o la definitività di una di esse) rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale non potrebbe produrre in nessun caso l’annullamento della sentenza (ex plurimis: Cass. nr. 3386 del 2011; Cass. n. 24540 del 2009; Cass. n. 389 del 2007; Cass. n. 20118 del 2006);

6. con il sesto motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – è dedotta la violazione degli artt. 420,421,437 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c.;

6.1. il motivo afferisce alla statuizione di rigetto delle domande risarcitorie connesse al dedotto demansionamento ed al dedotto mobbing;

6.2. si assume la mancata considerazione delle prove, documentali e testimoniali, contenute negli atti di parte ricorrente che, invece, qualora valutate, avrebbero condotto ad un diverso esito della controversia;

6.3. il motivo, in disparte profili di non specificità (per la mancata trascrizione delle prove dedotte dal dirigente), al di là della formale rubricazione, investe la valutazione del materiale probatorio operata dalla Corte di appello e scherma, dunque, deduzione di vizio della motivazione;

6.4. lo stesso (id est: il motivo) è dunque inammissibile in quanto, seppure riqualificato (come vizio di motivazione), non illustra, nei modi rigorosi richiesti dall’art. 360 c.p.c., n. 5, ratione temporis applicabile, il “fatto storico”, non esaminato, che abbia costituito oggetto di discussione e che abbia carattere decisivo – (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053);

7. complessivamente, il ricorso va, dunque, respinto;

8. le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo; le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo;

9. occorre dare atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 6.000,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 28 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 luglio 2019

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