Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19554 del 18/09/2020

Cassazione civile sez. II, 18/09/2020, (ud. 22/01/2020, dep. 18/09/2020), n.19554

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORICCHIO Antonio – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 21002/2016 R.G. proposto da:

F.M., rappresentato e difeso dall’avv. Nicola Di Modugno,

elettivamente domiciliato in Roma, alla Via Cosseria n. 2, presso il

Dott. Alfredo Placidi.

– ricorrente –

contro

COMUNE DI ANDRIA, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso

dall’avv. Giuseppe De Candia, elettivamente domiciliato in Roma,

Viale Mazzini n. 73, presso l’avv. Enzo Augusto.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Bari n. 1351/2015,

depositata in data 2.9.2015.

Udita la relazione svolta nel a Camera di consiglio del 22.1.2020 dal

Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte di appello di Bari ha dichiarato inammissibile l’impugnazione proposta da F.M. avverso la sentenza del Tribunale di Trani, sezione di Andria, con cui era stata parzialmente accolta la domanda di condanna del Comune resistente al pagamento di compensi professionali.

F.M. aveva dedotto di aver ricevuto l’incarico di redazione della prima fase del piano di recupero dell’area del quartiere (OMISSIS) e di aver svolto anche le attività di progettazione relative alla seconda e terzo fase del suddetto piano, chiedendo il pagamento di un compenso di Euro 121.109,16, oltre accessori.

Il tribunale aveva liquidato il minore importo di Euro 21.806.27, oltre accessori.

Nel dichiarare l’inammissibilità dell’impugnazione la Corte di Bari ha osservato che: a) il primo motivo di appello non faceva alcun riferimento alle argomentazioni di cui alle pagg. 12-15 della sentenza di primo grado, nelle quali il Tribunale aveva sottolineato che, con la convenzione dell’11.9.1995, le parti avevano stabilito che l’attività svolta dal ricorrente era assimilabile con criterio analogico ad una prestazione di tipo urbanistico e che il F. aveva ritenuto per ragioni insindacabili di uniformarsi ai criteri stabiliti per la tariffa urbanistica in ordine a tutti gli elaborati progettuali di cui all’art. 3 della medesima convenzione; b) anche il secondo ed il terzo motivo di appello non contrapponevano alcuna argomentazione a quelle svolte dal tribunale riguardo alla richiesta di rivalutazione del credito e alla pronuncia di parziale Compensazione delle spese processuali. Per la cassazione di questa sentenza F.M. ha proposto ricorso sulla base di un unico motivo.

Il Comune di Andria ha depositato controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso si denuncia la violazione dell’art. 342 c.p.c. e la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, sostenendo che i motivi di appello rispondevano pienamente ai requisiti di contenuto imposti dall’art. 342 c.p.c., avendo il ricorrente specificamente dedotto, in replica alla pronuncia di prima grado, a) di aver svolto anche una prestazione di natura architettonica; b) che la Delibera di incarico consentiva di “posporre alla fase successiva il pagamento di quanto realizzato in più, per cui, resosi impossibile procedere alle ulteriori fasi, il ricorrente aveva comunque maturato il diritto al pagamento dell’intera attività svolta”; c) di aver quindi diritto al pagamento per l’elaborazione del progetto di massima inserito nella prima fase del programma di recupero urbano, dato che “non vi era alcun passaggio della convenzione da cui poteva desumersi che il ricorrente avesse rinunciato al compenso residuo; d) il tribunale, nel ridurre il pagamento alla sola prestazione urbanistica, non perchè fosse l’unica effettivamente svolta, ma soltanto con riferimento alla dichiarazione inserita nella convenzione, era andata oltre le stesse richieste del Comune, che si era limitata ad eccepire che la prestazione era di natura esclusivamente urbanistica; e) che il tribunale non aveva tenuto conto del fatto che il c.t.u. aveva accertato lo svolgimento anche di attività progettuali; f) che era errata la decisione di non riconoscere la rivalutazione monetaria, nonostante un ritardo nel pagamento di oltre quindici anni, con quanto conseguiva anche in ordine alle spese.

Il motivo è infondato.

La sentenza di primo grado nel quantificare l’importo spettante al ricorrente, aveva dato atto che la convenzione stipulata dalle parti nel 1995, contemplava la sola attività relativa alla prima fase di elaborazione del piano di recupero (poi divenuto programma di recupero) del quartiere (OMISSIS), attività che comprendeva la redazione del programma di recupero e l’elaborazione del progetto di massima e del “plano-volumetrico”. Aveva poi evidenziato come la convenzione prevedesse il pagamento di Lire 8.000.000 a titolo di acconto ed il versamento del saldo, previa liquidazione della specifica da parte del competente ordine professionale, presuntivamente determinato nella misura massima da calcolarsi in base alla circolare del Ministero dei lavori pubblici, tabella urbanistica 6679/1969, con riduzione del 20%, trattandosi di produzione progettuale assimilabile con criterio analogico ad una prestazione di tipo urbanistico”.

Secondo il tribunale, detta pattuizione sostanziava un accordo sui criteri di quantificazione de compenso destinato a prevalere sulle previsioni tariffarie (art. 2233 c.c.), con riferimento a tutti gli elaborati progettuali di cui all’art. 3 della convenzione, dato che anche l’art. 4, comma b), della medesima convenzione, nel prevedere il pagamento del saldo, si riferiva a tutto il lavoro svolto dal professionista (cfr. sentenza di primo grado, pag. 12 e ss.).

Nell’appellare la decisione, il F. si è tuttavia limitato a sostenere che, come risultate dalla c.t.u., egli aveva svolto anche una prestazione architettonica, che la Delibera di incarico consentiva di posporre alla fase successiva il pagamento di quanto realizzato in più rispetto alla prestazione urbanistica e che il Comune si era limitato a dedurre che il ricorrente aveva svolto solo un’attività di tipo urbanistico.

Come osservato dalla Corte distrettuale, tali deduzioni non si confrontavano con la ratio decidendi della sentenza di primo grado, fondata, come detto, non sul fatto che il professionista non avesse svolto anche un’attività di tipo architettonico, ma sulla diversa circostanza che l’intera opera era stata assoggettata, per volontà dei contraenti, ai criteri di calcolo del compenso di cui alla circolare del Ministero dei lavori pubblici, tabella urbanistica 6679/1969, sia per la redazione del programma di recupero, che per le prestazioni di tipo architettonico (progettazione di massima ed il plano-volumetrico).

Correttamente la sentenza ha dunque rilevato che il primo motivo di impugnazione non faceva alcun riferimento alle argomentazioni con cui il tribunale aveva conferito rilievo prevalente – nei termini anzidetti – al contenuto della convenzione data 11.9.1995, benchè proprio l’esame dell’accordo avesse condotto all’accoglimento solo parziale della domanda di pagamento.

Poichè il giudizio di appello era stato incardinato nel 2009 ed era quindi assoggettato all’art. 342 c.p.c., nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito con L. n. 134 del 2012, occorreva che alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata fossero contrapposte quelle dell’appellante, volte ad incrinare il fondamento logico-giuridico delle prime (Cass. 6978/2013; Cass. s.u. 16/2000, Cass. s.u. 9628/1993, Cass. s.u. 4991/1987).

La sola deduzione di aver svolto anche una prestazione di natura architettonica e che la Delibera di incarico, ma non anche la convenzione, consentisse di differire alla fase successiva il pagamento di quanto realizzato in più rispetto alla prestazione urbanistica, non affrontavo in alcun modo – e con la dovuta specificità – il punto nodale della pronuncia del tribunale, secondo cui l’intera prestazione era ricompresa nell’oggetto della convenzione, nessun incarico per le fasi ulteriori del programma di recupero era stato conferito al ricorrente ed inoltre, per esplicito accordo delle parti, tutta l’attività doveva essere remunerata in base ai criteri previsti per le prestazioni urbanistiche.

Parimenti il ricorrente avevi del tutto genericamente contestato la compensazione parziale delle spese di lite ed aveva riproposto in appello la richiesta di rivalutazione monetaria del credito professionale, senza sviluppare alcun argomento critico rispetto a quanto affermato dal tribunale, secondo cui, discutendosi di un credito di valuta ed essendo stati riconosciuti gli interessi legali, il professionista era avrebbe dovuto dar prova del maggior danno ai sensi dell’art. 1224 c.c..

Il ricorso è quindi respinto.

Le spese seguono la soccombenza, con liquidazione in dispositivo. Si dà atto che sussistono le condizioni per dichiarare che il ricorrente è tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, pari ad Euro 209,00 per esborsi ed Euro 3000,00 per compenso, oltre ad iva, c.p.a. e rimborso forfettario delle spese generali, in misura del 15%.

Dà atto che sussistono le condizioni per dichiarare che la ricorrente è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 settembre 2020

 

 

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