Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19546 del 23/09/2011

Cassazione civile sez. trib., 23/09/2011, (ud. 16/06/2011, dep. 23/09/2011), n.19546

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – Presidente –

Dott. MERONE Antonio – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – rel. Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 11192/2009 proposto da:

ITALPOL GROUP SPA in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIALE ANGELICO 38, presso lo studio

dell’avvocato SINOPOLI VINCENZO, rappresentato e difeso dall’avvocato

NUSSI Mario, giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 14/2008 della COMM. TRIB. REG. di TRIESTE,

depositata il 18/03/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/06/2011 dal Consigliere Dott. CAMILLA DI IASI;

udito per il ricorrente l’Avvocato NUSSI, che ha chiesto

l’accoglimento;

udito per il resistente l’Avvocato D’ASCIA, che ha chiesto il

rigetto;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso in

subordine rigetto.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

1. La Italpol Group s.p.a. (già s.r.l.) propone, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate (che resiste con contoricorso), ricorso (successivamente illustrato da memoria) per la cassazione della sentenza con la quale, in controversia concernente impugnazione di avvisi di diniego di definizione L. n. 289 del 2002, ex art. 9 bis, con riguardo ad omessi o ritardati versamenti Iva e acconto Irap relativi al 2002, la C.T.R. Friuli confermava la sentenza di primo grado (che aveva rigettato il ricorso introduttivo), rilevando che nell’ipotesi di condono ex art. 9 bis citato non operano le previsioni dettate, per il caso di omesso pagamento di una rata, dalla medesima L. n. 289 del 2002 per altre forme di definizione.

2. Col primo motivo, deducendo violazione o falsa applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 9 bis, comma 3, la ricorrente sostiene che, in caso di definizione ex art. 9 bis citato, l’omesso o ritardato versamento delle rate successive alla prima non inficia la dichiarazione di condono, costitutiva del novato titolo obbligatorio, perfezionatosi con la presentazione della suddetta dichiarazione volontaria integrata dal pagamento della prima rata. Nella memoria ex art. 378 c.p.c. la ricorrente aggiunge che la sentenza n. 20745 del 2010 – con la quale questa Corte ha espressamente affermato che la definizione L. n. 289 del 2002, ex art. 9 bis, è condizionata dall’integrale pagamento di quanto dovuto e che il pagamento rateale determina la definizione della lite pendente solo se integrale – si fonda su di una inutile differenza funzionale tra le diverse forme di condono (di natura premiale o demenziale) laddove tale distinzione non avrebbe ragione d’essere e non sarebbe in ogni caso idonea a giustificare una diversa disciplina in ipotesi di mancato pagamento di rate successive alla prima, trattandosi di forme di definizione in ogni caso accomunate da identità strutturale.

Preliminarmente, per la definizione concernente gli omessi o ritardati versamenti Iva e le relative sanzioni, occorre rilevare che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, la sentenza della Corte di Giustizia CE 17 luglio 2008, in causa C- 132/06 – secondo la quale la Repubblica Italiana è venuta meno agli obblighi di cui agli artt. 2 e 22 della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388 CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative all’I.V.A., per avere previsto, con la L. 27 dicembre 2002, n. 289, artt. 7 ed 8 una rinuncia generale e indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili effettuate nel corso di una serie di periodi di imposta, così pregiudicando seriamente il corretto funzionamento del sistema comune dell’imposta sul valore aggiunto – ha una portata generale, estesa a qualsiasi misura nazionale, sia essa di carattere legislativo o amministrativo, con la quale lo Stato membro rinunci in modo generale o indiscriminato al pagamento di quanto dovuto per Iva (v. Cass. n. 20068 del 2009). Tale incompatibilità riguarda, quindi, anche la definizione prevista dalla L. n. 289 del 2002, art. 9 bis, il quale pertanto, nella parte in cui consente di definire una controversia evitando il pagamento di sanzioni connesse al ritardato od omesso versamento dell’Iva, deve essere disapplicato per contrasto con la 6^ direttiva n. 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, alla stregua dell’interpretazione adeguatrice imposta dalla citata sentenza della Corte di Giustizia CE 17 luglio 2008, in causa C- 132/06.

E’ in particolare da evidenziare che quanto concerne l’imposta in sè si riferisce ovviamente anche alle sanzioni, delle quali non può essere esclusa l’integrale esazione, come peraltro previsto al punto 42 della sentenza di infrazione (v. sul punto Cass. n. 25701 del 2009 e n. 20068 del 2009 citata), posto che le misure con cui lo Stato membro rinuncia ad una corretta applicazione e/o riscossione dell’I.V.A. devono ritenersi incompatibili con la disciplina comunitaria anche in relazione alle sanzioni di natura tributaria previste dall’ordinamento nazionale per le violazioni di norme che regolano gli obblighi di dichiarazione e pagamento dell’imposta, pur non essendo la materia delle sanzioni regolata dalla sesta direttiva.

In proposito è infatti determinante il rilievo che si tratta di misure di carattere dissuasivo, oltre che repressivo, la cui funzione è quella di determinare il corretto adempimento di un obbligo nascente dal diritto comunitario. E’ peraltro da sottolineare che già una consolidata e risalente giurisprudenza della Corte di Giustizia (v. sentenze in cause 79/83; C – 382 – 383/92; C – 180/95) faceva discendere dal principio di effettività la conseguenza che le sanzioni previste dagli ordinamenti degli Stati membri per garantire un puntuale adempimento di obblighi nascenti dal diritto comunitario non possono essere previste in misura irrisoria (e, quindi, a maggior ragione, non possono essere, in tutto o in parte, soppresse).

E’ infine appena il caso di evidenziare che i principi sopra esposti devono essere applicati da questa Corte a prescindere da specifiche deduzioni di parte. Il principio di effettività contenuto nell’art. 10 del Trattato CE comporta infatti l’obbligo del giudice nazionale di applicare d’ufficio il diritto comunitario, senza che possano ostarvi preclusioni procedimentali o processuali, o, nella specie, il carattere chiuso del giudizio di cassazione (v. in proposito, le sentenze della Corte di Giustizia in cause C – 312/93, Peterbroeck; C – 430-431/93, Van Schijndel; C – 327/00, Santex, alle quali si è adeguata la giurisprudenza di questa Corte, fra le altre, S.U. 18 dicembre 2006, n. 26948).

In ogni caso, la censura sopra esposta, da valutare solo in rapporto alle sanzioni per l’omesso versamento dell’acconto Irap, è infondata.

Nella specie è pacifico che la parte, dopo aver chiesto l’esonero dalle sanzioni per l’omesso versamento dell’acconto Irap, ha versato in ritardo le ultime due rate previste. L’Ufficio ha ritenuto che la porte fosse decaduta dal beneficio della definizione, ma la parte sostiene che il perfezionamento della definizione ex art. 9 bis citato si attua col versamento della prima rata e che l’omesso o parziale versamento di quelle successive non ne determina l’inefficacia, ma consente soltanto l’iscrizione a ruolo delle rate scadute e non onorate.

Tanto premesso, giova innanzitutto evidenziare che, come peraltro precisato dalla giurisprudenza di questo giudice di legittimità, le norme che disciplinano i condoni tributari, essendo derogatorie di quelle generali dell’ordinamento tributario, integrano sistemi compiuti di natura eccezionale (v. Cass. n. 514 del 2002), essendo in particolare da precisare che ciascuna delle diverse ipotesi di definizione agevolata previste dalla L. n. 289 del 2009, costituisce disposizione di carattere eccezionale assistita da una propria specifica disciplina che è di stretta interpretazione e non può essere integrata in via ermeneutica dalle norme generali dell’ordinamento tributario e neppure da quelle dettate per altre forme di definizione, ancorchè contemplate dalla medesima legge.

L’art. 9 bis citato dispone, per quanto interessa, al comma 1, che “Le sanzioni previste dal D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, art. 13, non si applicano ai contribuenti e ai sostituti d’imposta che alla data del 16 aprile 2003 – poi prorogata al 16 aprile 2004-provvedono ai pagamenti delle imposte o delle ritenute risultanti dalle dichiarazioni annuali presentate entro il 31 ottobre 2002, per le quali il termine di versamento è scaduto anteriormente a tale data.

Se gli importi da versare per ciascun periodo di imposta eccedono…

la somma di 6.000,00 Euro, gli importi eccedenti, maggiorati degli interessi legali… possono essere versati in tre rate di pari importo”.

La norma prevede dunque semplicemente che le sanzioni non si applicano se entro un certo termine si provvede al pagamento delle imposte, pagamento che può, in alcuni casi, essere rateale.

Pertanto, in assenza di disposizioni quali quelle di cui alla L. n. 289 del 2002, artt. 8, 9 e 15 (prevedenti che “l’omesso versamento delle eccedenze entro le date indicate non determina l’inefficacia della definizione”) ovvero alla L. n. 289 del 2002, art. 16, comma 2 (prevedente che “l’omesso versamento delle rate successive alla prima entro le date indicate non determina l’inefficacia della definizione”) deve ritenersi semplicemente che la non applicazione delle sanzioni si verifica solo se si provvede al pagamento (in unica soluzione o rateale che sia) delle imposte nei termini e nei modi di cui alla medesima disposizione, con la conseguenza che tale effetto non si verifica (neppure parzialmente) se il pagamento non interviene nei suddetti termini e modi (nel senso che in ipotesi di definizione ex art. 9 bis il pagamento rateale determina la definizione della lite solo se integrale v. Cass. n. 20745 del 2010).

Peraltro, essendo l’istanza del contribuente elemento indefettibile del condono e motore dell’intera procedura, il perfezionamento di quest’ultima deve essere valutato in rapporto all’istanza suddetta, con la conseguenza che il mancato pagamento della somma integrale dovuta sulla base di detta istanza comporta l’inefficacia della medesima siccome formulata, con conseguente perdita (in mancanza di espresse previsioni in senso contrario) della possibilità di avvalersi della definizione agevolata.

E’ infine appena il caso di aggiungere (ribadito, per quanto sopra esposto, che le previsioni di cui alla citata L. n. 289 del 2002, artt. 8, 9, 15 e 16, non possono applicarsi in via analogica ad altre diverse forme di definizione) che proprio l’espressa previsione nelle citate disposizioni – non in altre e, segnatamente, non nell’art. 9 bis in esame – costituisce un argomento a contrario di notevole spessore per affermare che, in ipotesi di condono diverse da quello contemplato nelle suddette, l’omesso versamento delle rate successive alla prima entro le date indicate determina l’inefficacia integrale della definizione.

Col secondo motivo, deducendo vizio di motivazione, la ricorrente si duole che i giudici d’appello abbiano contraddittoriamente motivato la ritenuta invalidità ed inefficacia della dichiarazione integrativa ex art. 9 bis citato per il mancato pagamento delle rate successive alla prima sul presupposto erroneo che la definizione ai sensi dell’articolo citato integri una forma di accertamento straordinario.

La censura è inammissibile, posto che il vizio dedotto attiene non all’accertamento in fatto bensì alla motivazione in diritto della decisione e che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, qualora il ricorrente prospetti un difetto di motivazione che non riguarda un punto di fatto bensì un’astratta questione di diritto, il giudice di legittimità, investito a norma dell’art. 384 c.p.c., del potere di integrare e correggere la motivazione della sentenza impugnata, è chiamato a valutare se la soluzione adottata dal giudice del merito sia oggettivamente conforme alla legge, piuttosto che a sindacarne la motivazione, con la conseguenza che anche l’eventuale mancanza, insufficienza, erroneità o contraddittorietà di questa deve ritenersi del tutto irrilevante, quando il giudice del merito sia comunque pervenuto ad una esatta soluzione del problema giuridico sottoposto al suo esame (v. tra le altre Cass. n. 12753 del 1999).

Solo per mera completezza si aggiunge che la denuncia di vizio di motivazione risulta a fortiori inammissibile per mancanza della esposizione chiara e sintetica del fatto controverso e decisivo in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, essendo peraltro appena il caso di sottolineare che l’indicazione de qua deve sempre avere ad oggetto (non più un “punto” o una questione ma, appunto,) un fatto preciso, inteso sia in senso naturalistico che normativo, ossia un fatto “principale” o eventualmente anche “secondario”, purchè controverso e decisivo, e che nella specie manca non solo l’indicazione di fatti precisi rispetto ai quali la motivazione risulti viziata, ma anche l’evidenziazione della carattere decisivo e della natura controversa dei medesimi fatti.

Alla luce di tutto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere rigettato.

Considerato che la citata giurisprudenza di questa Corte è successiva alla proposizione del ricorso, si dispone la compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità ed altrettanto su che.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese.

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2011

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